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~ LA REDAZIONE DI RC
Analizzare il monologo di Anna a Jack in “La sua verità” significa confrontarsi con una delle forme di dolore più radicali: quello che non chiede di essere risolto, ma rispettato. In questo monologo, Anna ribalta la narrazione del “sostegno” mostrando come la rassicurazione possa diventare una violenza sottile. Non è uno sfogo, ma una presa di posizione emotiva, in cui il vuoto lasciato dalla perdita diventa l’unica cosa da difendere.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Durata: 39:00-41:00
Minutaggio: circa 2 minuti
Secondo quanto riferito da Priya, Anna sostiene di essere stata convocata a scuola proprio da Helen la mattina in cui l’ha trovata morta. Ma è sabato, e l’orario rende la versione quantomeno sospetta. Jack va a parlare con lei. Durante il confronto, le chiede dove si trovasse la notte dell’omicidio. Anna, fredda, domanda se sia davvero necessario rispondere. Jack, incapace di spingersi oltre, rinuncia e se ne va. Nel frattempo emerge un nuovo dettaglio inquietante: anche il cadavere di Helen aveva con sé il braccialetto dell’amicizia, lo stesso trovato su Rachel. Il cerchio sembra stringersi intorno al passato condiviso e a un possibile collegamento con Clyde Duffie. Priya aggiunge un’altra informazione cruciale: Richard, il cameraman, ha precedenti penali. Tre anni prima ha spaccato la mascella a una donna.
Jack vede Richard allontanarsi da Anna e decide di affrontarlo. Lo provoca deliberatamente, citando l’episodio della mascella rotta. Richard capisce di non avere margine di difesa e rivela dove si trova Anna: è andata dal sindaco per chiedere l’installazione di telecamere all’interno del Municipio. Il sindaco inizialmente rifiuta, ma Anna riesce a convincerlo facendo leva sull’opinione pubblica e sulla pressione mediatica.
Intanto procede l’autopsia di Helen. Il quadro è ancora più disturbante: la donna presenta uno squarcio alla gola, gli occhi cuciti e una scritta sulla fronte. Per Jack non ci sono più dubbi: gli omicidi sono collegati, seguono una logica simbolica e punitiva. Fuori dall’edificio, Jack e Priya fanno il punto. Duffie resta il principale sospettato, anche se impotente. Lo sperma ritrovato non può essere suo, ma con Rachel aveva un accordo preciso: mai incontrarsi a Dahlonega. Rachel ha infranto quella regola. Resta poi da chiarire un dettaglio fondamentale: la chiamata che Anna ha ricevuto la sera prima è arrivata dopo mezzanotte, quando Helen era già morta. Chi l’ha fatta?
A casa, Jack scopre che anche Zoe possiede un braccialetto dell’amicizia, lo stesso che Anna aveva regalato anni prima a tutte loro. Mentre parlano, arriva una chiamata dallo sceriffo: il sindaco pretende chiarezza immediata. Quella sera stessa, Jack dovrà parlare davanti a tutta la comunità e spiegare l’andamento delle indagini, nonostante siano passate appena ventiquattr’ore dall’omicidio.
Anna riceve intanto una telefonata dalla polizia sulle condizioni della madre la sera precedente e torna a casa. Alice non c’è. Anna si rifugia allora nei ricordi del periodo intorno al suo sedicesimo compleanno: lei e Rachel che giocano, Rachel che le regala un reggiseno particolare, Anna che lo indossa. Arrivano Helen e Catherine. Rachel si scusa con Catherine per lo scherzo della pipì, minimizzandolo. Poi prende una macchina fotografica e scatta foto a Catherine e ad Anna in intimo. Il confine tra gioco, umiliazione e abuso si fa sempre più sottile.
Anna torna al presente quando Alice la chiama. Le promette che, una volta finita tutta quella storia, troveranno aiuto anche per lei. In commissariato, Priya scopre che Jack ha interrotto la ricerca ufficiale del cellulare di Rachel. Senza dirglielo, la fa ripristinare.
Arriva la sera dell’incontro pubblico. Fuori dal Municipio, Anna si prepara all’intervento. Richard nota che ha una pistola nella borsa: “meglio averla che non averla”. Durante l’assemblea, la scena si divide in due fronti. Anna domina la situazione, alimenta il coinvolgimento emotivo, alza la tensione. È chiaro che sta usando il caso per rilanciare la propria carriera: più la vicenda diventa eclatante, più Jim sarà soddisfatto.
Jack, invece, viene letteralmente sacrificato all’opinione pubblica. Non ha il carisma né la freddezza per reggere quel tipo di esposizione. Dopo un tentativo maldestro di spiegare la situazione, se ne va furioso insieme a Zoe, sconvolta dal comportamento di Anna. Ad Atlanta, Jim osserva soddisfatto la diretta. Lexy se ne accorge e chiede di essere sostituita quella sera: capisce che la scena sta cambiando.

Chiudi quella cazzo di bocca! Per una volta… Tu volevi essere sostenuto. Per questo sostenevi me. Volevi che la pensassi come te, che dicessi che sarebbe andata bene, che insieme ce l’avremmo fatta. Avevo perso una bambina, non me ne serviva un altro. Mi spiace, niente è giusto, pensavo che l’avessi capito dopo che Charlotte se ne era andata. “Ti serve una pausa, Anna”; “Lavori troppo”; “Tua madre può occuparsi della bambina, non preoccuparti, lasciamola con lei”; “tu pensi sempre al peggio”; “Charlotte è solo nervosa, starà bene”. Non è stata bene, Jack. E quando hai cominciato a dirmi che sarei stata bene? “Stai, bene, stai bene”, mi sembrava più una richiesta per poter passare oltre. Ma io non volevo che sistemassi le cose, volevo solo del tempo. Tempo per… consumare il dolore e viverlo, io non… quando Charlotte se ne è andata, quello che… che mi è rimasto mi era solo un immenso senso di vuoto, questo… buco… Non sapevo cosa fare, dovevo andarmene Jack, non avevo scelta. Perché quel buco era Charlotte, e non mi restava altro di nostra figlia, e tu facevi di tutto per portarmelo via, perciò io… io non potevo permetterlo.
“Chiudi quella cazzo di bocca!”: attacco frontale, ma non “urlato a caso”; è un ordine nato dalla saturazione; sguardo fisso, mascella serrata; dopo “bocca” un micro-silenzio per riprendere controllo.
“Per una volta…”: crollo di energia subito dopo l’esplosione; come se dicesse “fammi finire”; abbassa leggermente la voce, lasciando sospesa l’amarezza.
“Tu volevi essere sostenuto.”: frase chirurgica; non ironia, non sarcasmo: una diagnosi; sguardo che lo scansiona, come se lo vedesse finalmente.
“Per questo sostenevi me.”: sottolinea il paradosso; piccolo cenno del capo, quasi “ecco il punto”; evita accuse melodrammatiche.
“Volevi che la pensassi come te, che dicessi che sarebbe andata bene, che insieme ce l’avremmo fatta.”: ritmo da elenco, crescente; “insieme” va detto con disprezzo dolente, non con romanticismo; respira dopo “bene”.
“Avevo perso una bambina, non me ne serviva un altro.”: colpo crudele ma vero; non compiacerti della battuta, dilla come necessità; sguardo duro, poi subito un’ombra di colpa.
“Mi spiace, niente è giusto,”: “mi spiace” non è scusa, è constatazione; voce più bassa; pausa breve dopo “spiace” come se ingoiasse un nodo.
“pensavo che l’avessi capito dopo che Charlotte se ne era andata.”: pronuncia “Charlotte” con delicatezza, quasi sacra; lo sguardo si perde un istante nel ricordo; rallenta su “se ne era andata”.
“‘Ti serve una pausa, Anna’”: imita Jack senza caricatura; tono “ragionevole” che fa male; occhi che tornano su di lui come a dire “eccoti”.
“‘Lavori troppo’”: più breve, più tagliente; fai sentire la banalità della frase; piccola smorfia amara.
“‘Tua madre può occuparsi della bambina, non preoccuparti, lasciamola con lei’”: qui scatta il trauma; accelera leggermente e poi inchioda su “bambina”; la parola “madre” brucia, perché è complicità e fallimento insieme.
“‘tu pensi sempre al peggio’”: riduci volume, stringi gli occhi; è la frase che la fa sentire “sbagliata”; pausa dopo “sempre”.
“‘Charlotte è solo nervosa, starà bene’”: detta con incredulità; “starà bene” come una bestemmia; lascia che il corpo reagisca (una mano che trema, un respiro spezzato).
“Non è stata bene, Jack.”: la frase più devastante se detta semplice; niente teatralità; guarda Jack negli occhi e pianta il coltello su “Jack”.
“E quando hai cominciato a dirmi che sarei stata bene?”: domanda retorica, ma vera; qui la voce sale di un tono, non di volume; sopracciglia che si alzano, come a dire “ti rendi conto?”.
“‘Stai, bene, stai bene’”: ripetizione ossessiva; scandisci le virgole come fossero pressioni; imita la richiesta, non la cura.
“mi sembrava più una richiesta per poter passare oltre.”: chiarimento lucido; rallenta; “passare oltre” è il centro del rancore: non guarire, ma chiudere.
“Ma io non volevo che sistemassi le cose,”: taglia corto, netta; gesto piccolo di stop con la mano; “sistemassi” detto con disgusto per l’idea di riparare l’irriparabile.
“volevo solo del tempo.”: frase nuda; sussurrata o comunque bassa; lascia un silenzio dopo “tempo” come se fosse una stanza.
“Tempo per…”: sospensione piena; cerca le parole, non recitarle; sguardo interno, non su Jack.
“consumare il dolore e viverlo,”: “consumare” è fisico, lento; respira profondamente; qui Anna parla della sua unica ancora.
“io non…”: spezzatura vera, come se la gola si chiudesse; abbassa gli occhi un istante.
“quando Charlotte se ne è andata,”: ripeti “Charlotte” con lo stesso rispetto di prima; la frase deve pesare, non correre.
“quello che… che mi è rimasto mi era solo un immenso senso di vuoto,”: balbetta leggermente su “che”, non troppo; il vuoto va detto con aria che manca; spalle che cedono un filo.
“questo… buco…”: due parole come due precipizi; quasi senza voce; indica il petto o l’addome, un punto preciso; lascia silenzio dopo “buco”.
“Non sapevo cosa fare,”: confessione semplice; vergogna e impotenza insieme; sguardo a terra.
“dovevo andarmene Jack,”: “dovevo” è necessità, non scelta; “Jack” è chiamata umana, non accusa; avvicinamento minimo o un tono più morbido.
“non avevo scelta.”: chiudi come una sentenza; ferma il respiro; nessun gesto.
“Perché quel buco era Charlotte,”: qui il dolore diventa concetto: il vuoto come reliquia; dillo piano, con precisione; occhi lucidi ma fermi.
“e non mi restava altro di nostra figlia,”: “nostra” va detto con peso, perché lo include ma lo condanna; un tremore leggero nella voce.
“e tu facevi di tutto per portarmelo via,”: non urlare: lascia che sia terribile proprio perché misurato; sguardo accusatorio, ma stanco.
“perciò io… io non potevo permetterlo.”: doppia “io” come difesa estrema; chiusura in trattenuta, non in pianto obbligato; dopo “permetterlo” resta nel silenzio, come se la stanza si svuotasse.
Questo monologo è una dichiarazione di sopravvivenza emotiva. Anna non sta spiegando una scelta, né sta chiedendo di essere capita: sta difendendo il proprio dolore da chi, pur amandola, ha tentato di normalizzarlo. La violenza dell’attacco iniziale non è rabbia incontrollata, ma una diga che cede dopo troppo tempo. “Chiudi quella cazzo di bocca” non è un insulto: è il primo spazio che Anna si prende per poter finalmente parlare senza essere corretta, rassicurata o portata oltre.
Il cuore del testo è la rivelazione che ribalta completamente la narrazione di Jack: il suo sostegno non era disinteressato, ma funzionale al bisogno di essere rassicurato lui. Anna smaschera con lucidità devastante il meccanismo per cui il dolore femminile viene spesso “curato” per poter essere rimosso, non ascoltato. Le frasi che cita , consigli, minimizzazioni, rassicurazioni, sono micro-traumi che si sommano fino alla perdita definitiva della fiducia.
Il punto di non ritorno è la frase “Non è stata bene, Jack”. Qui il monologo cambia statuto: non è più emotivo, è fattuale. Anna inchioda Jack alla realtà che lui ha cercato di evitare, mostrando come il suo ottimismo fosse una forma di negazione. Da quel momento in poi, il dolore diventa spazio sacro: Anna non vuole soluzioni, non vuole guarire in fretta, non vuole “stare bene”. Vuole tempo. Vuole restare dentro il vuoto, perché quel vuoto è l’unica cosa che le resta di Charlotte.
L’idea più potente del monologo è proprio questa: il vuoto come reliquia. Quando Anna dice che “quel buco era Charlotte”, sta affermando che il dolore non è un problema da risolvere, ma una presenza da proteggere. Andarsene non è stata una fuga, ma un atto di autodifesa estrema. Jack, tentando di alleviare il dolore, stava in realtà tentando di portarglielo via. La chiusura non cerca riconciliazione: resta sospesa, necessaria, irriducibile. Anna non chiede perdono, non accusa più. Si limita a dire: non potevo permetterlo.

All’uscita, Zoe affronta Anna. Le dice che sta attirando sospetti anche su di sé e che non comprende cosa stia facendo. Se è per quella storia di vent’anni prima, forse dovrebbe lasciarla andare. Anna la blocca subito. Zoe ribatte che Anna sa benissimo di cosa è capace. Anna risponde, glaciale, che lo sa molto bene anche lei. Il passato resta ancora senza nome, ma pesa come una condanna.
Anna sale in macchina e risponde finalmente al messaggio che Jack le aveva inviato il giorno prima, accettando di incontrarlo. Richard vorrebbe restarle accanto, ma arriva una chiamata inattesa: Lexy ha organizzato un’intervista con Duffie per conto suo, per guadagnare punti con Jim e mettere in ombra Anna. Richard glielo rivela. Lexy, però, è chiara: non permetterà a nessuno di portarle via ciò che è suo. Lo bacia e lo trascina con sé verso la casa sul lago.
Jack e Anna si incontrano in un piazzale isolato. Jack va dritto al punto: sa che Anna li ha visti quella notte, lui e Rachel. Anna nega. La conversazione si sposta rapidamente dal caso alla loro storia. Jack esplode nel dolore per come Anna è sparita dalla sua vita senza mai cercarlo. Dice di averla cercata, mentre lei è fuggita. Anna ribatte che Jack voleva essere sostenuto a modo suo, che pretendesse una sofferenza condivisa. Lei, invece, era rimasta sola, senza figlia, con un vuoto insopportabile.
Il confronto si scioglie in un abbraccio. Piangono. Poi si baciano. La passione prende il sopravvento e finiscono per fare l’amore nella macchina di lui.
Il finale dell’episodio 4 è una svolta emotiva cruciale. Mentre l’indagine si fa sempre più violenta e pubblica, Jack e Anna cedono al bisogno di conforto reciproco. Il loro riavvicinamento non è una riconciliazione romantica, ma una fuga disperata dal dolore e dalla colpa.
In parallelo, la puntata chiarisce un punto essenziale: la verità non è più solo investigativa, è narrativa. Anna impara a controllarla davanti alle telecamere, Jack ne viene travolto. Chi sa raccontare meglio i fatti, vince. E questo rende il confine tra giustizia e manipolazione sempre più pericoloso.
Regista: -
Sceneggiatura: da un romanzo di Alice Feeney
Produttore: Stephanie Slack Margret H. Huddleston
Cast: Sunita Mani (Priya), Tessa Thompson (Anna), Jon Bernthal (Jack Harper) Pablo Schreiber (Richard), Crystal R. Fox (Alice)
Dove vederlo: Netflix

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