Analisi monologo Jack ad Anna in La sua verità: abbandono e colpa

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~ LA REDAZIONE DI RC

Monologo di Jack a Anna in "La sua verità", sulla sparizione della donna dopo la morte della figlia

Il monologo di Jack ad Anna in La sua verità è un territorio fragile, dove la verità emotiva conta più della verità dei fatti, e questo monologo di Jack ne è un esempio potentissimo. Non è uno sfogo, né una richiesta di perdono, ma una rivendicazione dolorosa di ciò che lui crede di aver fatto “nel modo giusto”. Attraverso esitazioni, pause e accuse trattenute, il testo mette l’attore di fronte a una sfida precisa: restare lucido mentre il dolore spinge per uscire. Un monologo ideale per lavorare su conflitto, controllo emotivo e trauma non risolto.

  • Scheda del monologo

  • Contesto del film

  • Testo del monologo (estratto+note)

  • Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa

  • Finale del film (con spoiler)

  • Credits e dove trovarlo

Scheda del monologo

Serie: La sua verità (2026)
Personaggio: Jack
Attore: Jon Bernthal

Durata: 37:20-38:40

Minutaggio: 1 minuto 20 secondi

Difficoltà 7/10 gestione del flusso emotivo (interruzioni, esitazioni, ripartenze, verità sotto accusa: Jack rivendica

Emozioni chiave Risentimento, dolore non elaborato, senso di tradimento, orgoglio ferito, bisogno disperato di essere riconosciuto come “quello che è rimasto”
Contesto ideale per un attore Scene di confronto emotivo avanzato, conflitto di coppia e trauma, Momenti di studio in cui l’attore sta lavorando su: abbandono, perdita, colpa non riconosciuta

Dove vederlo: Netflix

Trama Episodio 4

Secondo quanto riferito da Priya, Anna sostiene di essere stata convocata a scuola proprio da Helen la mattina in cui l’ha trovata morta. Ma è sabato, e l’orario rende la versione quantomeno sospetta. Jack va a parlare con lei. Durante il confronto, le chiede dove si trovasse la notte dell’omicidio. Anna, fredda, domanda se sia davvero necessario rispondere. Jack, incapace di spingersi oltre, rinuncia e se ne va. Nel frattempo emerge un nuovo dettaglio inquietante: anche il cadavere di Helen aveva con sé il braccialetto dell’amicizia, lo stesso trovato su Rachel. Il cerchio sembra stringersi intorno al passato condiviso e a un possibile collegamento con Clyde Duffie. Priya aggiunge un’altra informazione cruciale: Richard, il cameraman, ha precedenti penali. Tre anni prima ha spaccato la mascella a una donna.

Jack vede Richard allontanarsi da Anna e decide di affrontarlo. Lo provoca deliberatamente, citando l’episodio della mascella rotta. Richard capisce di non avere margine di difesa e rivela dove si trova Anna: è andata dal sindaco per chiedere l’installazione di telecamere all’interno del Municipio. Il sindaco inizialmente rifiuta, ma Anna riesce a convincerlo facendo leva sull’opinione pubblica e sulla pressione mediatica.

Intanto procede l’autopsia di Helen. Il quadro è ancora più disturbante: la donna presenta uno squarcio alla gola, gli occhi cuciti e una scritta sulla fronte. Per Jack non ci sono più dubbi: gli omicidi sono collegati, seguono una logica simbolica e punitiva. Fuori dall’edificio, Jack e Priya fanno il punto. Duffie resta il principale sospettato, anche se impotente. Lo sperma ritrovato non può essere suo, ma con Rachel aveva un accordo preciso: mai incontrarsi a Dahlonega. Rachel ha infranto quella regola. Resta poi da chiarire un dettaglio fondamentale: la chiamata che Anna ha ricevuto la sera prima è arrivata dopo mezzanotte, quando Helen era già morta. Chi l’ha fatta?

A casa, Jack scopre che anche Zoe possiede un braccialetto dell’amicizia, lo stesso che Anna aveva regalato anni prima a tutte loro. Mentre parlano, arriva una chiamata dallo sceriffo: il sindaco pretende chiarezza immediata. Quella sera stessa, Jack dovrà parlare davanti a tutta la comunità e spiegare l’andamento delle indagini, nonostante siano passate appena ventiquattr’ore dall’omicidio.

Anna riceve intanto una telefonata dalla polizia sulle condizioni della madre la sera precedente e torna a casa. Alice non c’è. Anna si rifugia allora nei ricordi del periodo intorno al suo sedicesimo compleanno: lei e Rachel che giocano, Rachel che le regala un reggiseno particolare, Anna che lo indossa. Arrivano Helen e Catherine. Rachel si scusa con Catherine per lo scherzo della pipì, minimizzandolo. Poi prende una macchina fotografica e scatta foto a Catherine e ad Anna in intimo. Il confine tra gioco, umiliazione e abuso si fa sempre più sottile.

Anna torna al presente quando Alice la chiama. Le promette che, una volta finita tutta quella storia, troveranno aiuto anche per lei. In commissariato, Priya scopre che Jack ha interrotto la ricerca ufficiale del cellulare di Rachel. Senza dirglielo, la fa ripristinare.

Arriva la sera dell’incontro pubblico. Fuori dal Municipio, Anna si prepara all’intervento. Richard nota che ha una pistola nella borsa: “meglio averla che non averla”. Durante l’assemblea, la scena si divide in due fronti. Anna domina la situazione, alimenta il coinvolgimento emotivo, alza la tensione. È chiaro che sta usando il caso per rilanciare la propria carriera: più la vicenda diventa eclatante, più Jim sarà soddisfatto.

Jack, invece, viene letteralmente sacrificato all’opinione pubblica. Non ha il carisma né la freddezza per reggere quel tipo di esposizione. Dopo un tentativo maldestro di spiegare la situazione, se ne va furioso insieme a Zoe, sconvolta dal comportamento di Anna. Ad Atlanta, Jim osserva soddisfatto la diretta. Lexy se ne accorge e chiede di essere sostituita quella sera: capisce che la scena sta cambiando.

Monologo di Jack: testo+note

La cosa che io non… che, che… la cosa per cui non riesco a rassegnarmi è che dopo tutto quello che abbiamo perso, dopo il dolore e la disperazione… tu hai deciso di lasciarmi. Cioè… Non è neanche perché l’hai fatto, ma come l’hai fatto. Non hai… non hai… non hai detto una parola. Sei scappata. Nessuna spiegazione, nessun… Vedi Anna… te lo giuro, avrei potuto sopportarlo. Perdere qualsiasi cosa, perdere il lavoro, perdere te… tu lo sapevi cazzo, sapevi che ti stavo cercando. Lo sapevi e te ne sei fregata. Non c’era niente di peggio che potessi farmi, niente. Io non sono stato mai così crudele, mai. Non è come me la ricordo io, è così che è andata. E’ un fatto. Io c’ho provato, tu ti sei fermata. Ho onorato il mio impegno, il mio voto, ho fatto tutto quello che dovevo fare, Anna. E quando è diventata dura tu hai messo la coda tra le gambe e hai mollato tutto. Io cercavo… cercavo di alleggerire il tuo dolore, questo ho fatto, ho cercato di esserci, di sostenerti, per farti sapere che qualsiasi cosa fosse successa l’avremmo superata insieme. Volevo rimediare, volevo farti stare meglio…

“La cosa che io non… che, che…”: inciampo vero, non recitato “bene”; respiri piccoli e spezzati; lo sguardo cerca Anna ma scappa subito, come se nominare il tema facesse male fisicamente.

“la cosa per cui non riesco a rassegnarmi è che dopo tutto quello che abbiamo perso, dopo il dolore e la disperazione…”: rallenta; peso sulle parole “perso / dolore / disperazione”; evita enfasi epica, è una constatazione esausta; micro-pausa dopo “perso”.

“tu hai deciso di lasciarmi.”: colpo secco, quasi senza volume; ferma il corpo; occhi fissi su di lei come a dire “dimmi che non è vero”.

“Cioè…”: riempitivo necessario; deglutisci; abbassa lo sguardo un istante, come per non crollare.

“Non è neanche perché l’hai fatto, ma come l’hai fatto.”: tono più lucido, da accusa ragionata; sottolinea “come”; niente urla, è un bisturi.

“Non hai… non hai… non hai detto una parola.”: tre colpi identici ma con intensità crescente; le pause sono ferite; sul terzo “non hai” lo sguardo torna addosso ad Anna, diretto.

“Sei scappata.”: parola breve, sporca; un mezzo sorriso amaro potrebbe passare e morire subito.

“Nessuna spiegazione, nessun…”: lascia aperta la frase; qui il silenzio “dice” ciò che non riesce a nominare; mano che si chiude, trattenendo.

“Vedi Anna…”: cambio di registro, più intimo; passo mezzo avanti (o un avvicinamento con il busto); voce più bassa, come se cercasse un contatto.

“te lo giuro, avrei potuto sopportarlo.”: giuramento non teatrale, quasi vergognoso; occhi lucidi ma trattenuti; pausa dopo “giuro”.

“Perdere qualsiasi cosa, perdere il lavoro, perdere te…”: elenco che scava; sul terzo elemento (“te”) rallenta e lascia cadere la voce; qui c’è il cuore, ma non deve diventare lamento.

“tu lo sapevi cazzo, sapevi che ti stavo cercando.”: scatto emotivo controllato; “cazzo” è un’esplosione che subito richiudi; sguardo accusatorio, ma non aggressivo: è un “perché?”.

“Lo sapevi e te ne sei fregata.”: amaro, definitivo; niente volume in più, piuttosto meno: la crudeltà è nel sottovoce.

“Non c’era niente di peggio che potessi farmi, niente.”: chiusura a tenaglia; pausa netta prima dell’ultimo “niente”; resta immobile, lascia che la frase faccia danno.

“Io non sono stato mai così crudele, mai.”: qui si difende; non supplicare, rivendicare; “mai” finale con un soffio, come se fosse un dato di identità.

“Non è come me la ricordo io, è così che è andata.”: metti un tono da verbale; sguardo fermo, quasi poliziotto; come a inchiodare la realtà.

“E’ un fatto.”: martello; breve, asciutto; nessun gesto, solo presenza.

“Io c’ho provato, tu ti sei fermata.”: ritmo binario; sottolinea il contrasto “io/tu”; non vittima, ma contabile del fallimento.

“Ho onorato il mio impegno, il mio voto…”: entra il tema del patto; voce più piena, ma non tronfia; “voto” va detto con rispetto, come fosse sacro.

“ho fatto tutto quello che dovevo fare, Anna.”: “Anna” è un appiglio; guardala negli occhi su quel nome; piccola pausa prima di dirlo, come se la chiamassi a testimoniare.

“E quando è diventata dura tu hai messo la coda tra le gambe e hai mollato tutto.”: qui attenzione: è facilissimo strafare; tienilo duro e fermo, senza insultare “da macho”; “mollato tutto” va giù come una sentenza.

“Io cercavo… cercavo di alleggerire il tuo dolore, questo ho fatto,”: ritorno all’impotenza; la ripetizione “cercavo” è un tentativo di convincere prima sé stesso; voce che si incrina su “dolore”.

“ho cercato di esserci, di sostenerti,”: elenco di gesti concreti; usa micro-pause dopo ogni verbo; lo sguardo non accusa, chiede riconoscimento.

“per farti sapere che qualsiasi cosa fosse successa l’avremmo superata insieme.”: frase-ponte, più calda; “insieme” va tenuta in sospensione; un respiro pieno prima di “insieme”, come se fosse la tua fede.

“Volevo rimediare, volevo farti stare meglio…”: chiusa in discesa; non “finale”, ma resa stanca; l’ultima parola deve spegnersi, lasciando il non detto: non ci è riuscito.

Analisi del monologo di Jack a Anna

Questo monologo funziona perché non nasce come uno sfogo, ma come una ricostruzione dolorosa di una verità personale. Jack sta cercando legittimazione. Fin dalle prime battute il personaggio inciampa, si corregge, si interrompe. Non è un vezzo stilistico: è il segnale di una mente che torna su un trauma senza averlo mai davvero metabolizzato. Le esitazioni iniziali servono a mostrare che il dolore non è “raccontabile” in modo lineare, ma riaffiora a strappi, come una ferita che si riapre mentre si parla.

Il cuore del monologo non è l’abbandono in sé, ma la modalità dell’abbandono. Jack insiste ossessivamente sul “come”, perché è lì che sente di essere stato annientato: non nel perdere Anna, ma nel non essere stato degno nemmeno di una spiegazione. Questo rende la sua rabbia particolarmente pericolosa da interpretare: non è rabbia esplosiva, è rabbia trattenuta, che cerca di vestirsi di logica, di fatti, di verità oggettive. Quando dice “È un fatto”, Jack si aggrappa a una versione incrollabile della realtà, perché è l’unico modo che ha per non crollare lui.

La tensione nasce dal contrasto tra ciò che Jack crede di aver fatto giusto e ciò che Anna, implicitamente, ha rifiutato. Lui non ammette mai apertamente una colpa: anche quando parla di “alleggerire il tuo dolore”, sta affermando un ruolo, quasi una missione. Questo rende la chiusura particolarmente amara: il desiderio di “rimediare” e “farti stare meglio” non è più una promessa, ma una constatazione tardiva, detta quando ormai è inutile. Il monologo finisce senza risoluzione perché Jack non sta chiudendo un conflitto: sta certificando una frattura.

Finale Episodio 4

All’uscita, Zoe affronta Anna. Le dice che sta attirando sospetti anche su di sé e che non comprende cosa stia facendo. Se è per quella storia di vent’anni prima, forse dovrebbe lasciarla andare. Anna la blocca subito. Zoe ribatte che Anna sa benissimo di cosa è capace. Anna risponde, glaciale, che lo sa molto bene anche lei. Il passato resta ancora senza nome, ma pesa come una condanna.

Anna sale in macchina e risponde finalmente al messaggio che Jack le aveva inviato il giorno prima, accettando di incontrarlo. Richard vorrebbe restarle accanto, ma arriva una chiamata inattesa: Lexy ha organizzato un’intervista con Duffie per conto suo, per guadagnare punti con Jim e mettere in ombra Anna. Richard glielo rivela. Lexy, però, è chiara: non permetterà a nessuno di portarle via ciò che è suo. Lo bacia e lo trascina con sé verso la casa sul lago.

Jack e Anna si incontrano in un piazzale isolato. Jack va dritto al punto: sa che Anna li ha visti quella notte, lui e Rachel. Anna nega. La conversazione si sposta rapidamente dal caso alla loro storia. Jack esplode nel dolore per come Anna è sparita dalla sua vita senza mai cercarlo. Dice di averla cercata, mentre lei è fuggita. Anna ribatte che Jack voleva essere sostenuto a modo suo, che pretendesse una sofferenza condivisa. Lei, invece, era rimasta sola, senza figlia, con un vuoto insopportabile.

Il confronto si scioglie in un abbraccio. Piangono. Poi si baciano. La passione prende il sopravvento e finiscono per fare l’amore nella macchina di lui.

Il finale dell’episodio 4 è una svolta emotiva cruciale. Mentre l’indagine si fa sempre più violenta e pubblica, Jack e Anna cedono al bisogno di conforto reciproco. Il loro riavvicinamento non è una riconciliazione romantica, ma una fuga disperata dal dolore e dalla colpa.

In parallelo, la puntata chiarisce un punto essenziale: la verità non è più solo investigativa, è narrativa. Anna impara a controllarla davanti alle telecamere, Jack ne viene travolto. Chi sa raccontare meglio i fatti, vince. E questo rende il confine tra giustizia e manipolazione sempre più pericoloso.

Credits e dove vederlo

Regista: -

Sceneggiatura: da un romanzo di Alice Feeney

Produttore: Stephanie Slack Margret H. Huddleston

Cast: Sunita Mani (Priya), Tessa Thompson (Anna), Jon Bernthal (Jack Harper) Pablo Schreiber (Richard), Crystal R. Fox (Alice)

Dove vederlo: Netflix

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