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Da un post della nostra community scritto da...
Nella giornata di ieri abbiamo pubblicato un articolo sulla domanda "Perché vuoi fare l'attore", uno stimolo nato nella nostra Community WhatsApp. Stamattina abbiamo trovato in una delle nostre chat un messaggio enorme, importante, pensato e al quale, di comune accordo con la ragazza che ha condiviso questo pensiero, abbiamo deciso di dedicare un articolo sul nostro Blog.
Buona lettura, e grazie Samantha.
Avrei voluto rispondere anche io alla domanda che ha fatto Marco l’altro giorno, ma quando l’ho letta mi sono passati una serie di flashback nella mente e ho pensato che racchiuderli tutti in un testo sarebbe stato riduttivo, forse impossibile, e non sarei sicuramente riuscita a trasmettere ciò che ho rivissuto interiormente leggendo quella domanda; penso di non riuscire a farcela neanche adesso.
Si, molto probabilmente avrei scritto ciò che si sente dire spesso durante le masterclass, i seminari, i workshop: “Mi fa sentire viva, è il mio ossigeno, vorrei vivere tante vite, mi sono innamorata della recitazione perché non avevo niente da fare”; si, si, a tutto questo probabilmente. È così. Ma non è proprio così, e dentro di me so che sto soltanto usando una di queste frasi vere ma finte, forse la prima che mi passa per la testa, così do una risposta anche io, così ho risposto velocemente, così mi sono sentita parte del gioco, ho fatto ciò che dovevo. La verità è che a me non è mai fregato nulla di fare le cose giuste, fare le cose nei tempi prestabiliti, apparire bene davanti a qualcuno. Arrivavo sempre in ritardo, ovunque, anche quando ero in orario, mi dicevano che mi vestivo male e mi veniva voglia di vestirmi ancora peggio.
Ed è forse da qui che posso iniziare a rispondere a quella domanda? Perché voglio fare l’attrice? Non lo so. Non lo so davvero. Mi fa sentire viva? Si. Mi fa sentire bene? Si. Mi emoziona? Si. Mi piace emozionare gli altri? Si. Ma non è questo. E il perché reale non lo so, forse non lo saprò mai. La fama?! Qui mi sa che presto rincorrendo questo sogno ci si riduca alla fame più che si ottenga la fama. Dopo aver letto il commento di Marco e quello di Fulvia, mi sono tornati in mente nuovamente quei flashback di quando ho letto la domanda, ho rivisto Samantha, questa bambina di 9/10 anni coi capelli castani lunghissimi, le orecchie a sventola, i denti tutti staccati tra di loro, davanti al videoregistratore che stava su un ripiano di vetro a cui bisognava fare attenzione, registrava i film, registrava Zelig, il circo Massimo su Rai 3, e poi riguardava quelle cassette, scegliendo accuratamente quelle che per lei erano le migliori scene da fare, premeva il tasto “rewind” infinite volte e scriveva ogni singola battuta a mano, poi ricopiava tutto in bella a computer (sistema operativo Windows XP, ci metteva un secolo ad accendersi ma lei aspettava pazientemente), metteva il titolo rigorosamente in rosso, e poi quando aveva riascoltato e riletto allo sfinimento, prendeva una sedia, ci metteva sopra una pila di libri, metteva su la videocamera (che aveva comprato suo padre quando era nata lei, nel 1992) sempre a rischio caduta perché ogni tanto il libro sotto era più piccolo del libro che metteva sopra (sopra ci stava il dizionario o la valigetta del catechismo perché quelle tenevano di più), preparava vestiti diversi che doveva indossare tra un play e uno stop continuo, e interpretava quei personaggi, si travestiva in modi diversi per fare un personaggio e poi l’altro, rideva da sola, ogni tanto si innervosiva perché sbagliava tante volte. Credo che si ricordi ancora della battuta del sergente dell’emergenza crisi familiare di “Mamma ho perso l’aereo” noncurante, mentre mangia una ciambella col cioccolato: “Che linea Rose?” Era la due la linea, si, la due…Emergenza crisi familiare, sergente Bazak?!”… Mamma di Kevin: “Senta, sto chiamando da Parigi, il mio bambino è a casa da solo.” Sergente: “È rimasto coinvolto in un alterco e/o con un malato di mente e/o con un membro della famiglia?” Poi c’erano Ale e Franz nella panchina, una battuta difficilissima da imparare quella di Franz, perché era lunga, ma proprio perché era così difficile l’aveva imparata e se la ricorderà ancora, forse era: “Certo, perché la temperatura è scesa. Se scende ancora di quattro gradi andiamo a zero, se scende di cinque andiamo a meno uno. Poi se risale di uno torniamo a zero.” Ogni tanto faceva anche la circense, l’acrobata, le riusciva bene, ed è andata più volte bene, saltava anche dal letto a castello al letto dei genitori. Chissà come ha fatto a non romperlo poi.
Ogni tanto coinvolgeva suo fratello, una volta lui la fece girare con una capriola con le mani incrociate sotto le gambe e si spaccò il mento, sangue dappertutto ma continuavano a ridere, lui non aveva tanta voglia di tutti questi movimenti, voleva solo vedere la casetta del Re Leone fino a distruggere il nastro o Dragon Ball, in ogni caso starsene in santa pace! Lei aveva trovato però un modo per farlo giocare, lo coinvolgeva fingendo di essere qualcun altro, mi ricordo ancora quanto ci rimase male suo fratello quando lei crescendo non aveva più voglia di interpretare quei personaggi e gli disse che erano morti entrambi, quanto pianse lui, si chiamavano Francesca e Gary. Aveva anche un registratore a cassette con un microfono, imparava le canzoni a memoria, le cantava credendosi anche intonata, ma se non venivano bene il giorno dopo aveva un lavoro da fare, e lì doveva essere migliore, così come le registrazioni in video. Imitava i dipendenti di suo padre, le mogli, le amiche della madre, i suoi compagni di classe, specie i più sfortunati, come Daniele, che non poteva partecipare alle gite perché i genitori non volevano, per cui creava anche dei “libricini” per “il pubblico” facendo quiz per capire se ne avevano compreso tutta la storia con un elenco di domande dove c’erano delle risposte da crocettare.
Ad un certo punto aveva deciso di fare sul serio, cominciò a coinvolgere i suoi amici più stretti, parlava a scuola dei suoi progetti, delle storie che voleva inventare/interpretare, quel tempo a scuola non bastava, e quando finalmente era più grande poteva fare gli squilli tattici con il suo Nokia 3310 per farsi richiamare dai suoi amici sul telefono di casa, così i suoi genitori non avrebbero potuto dire nulla, non aveva chiamato lei, avevano chiamato loro. E così si organizzavano. Fatto il punto creava dei biglietti d’invito a computer, con le migliori grafiche di WordArt (quella curvata o col riflesso dietro erano le sue preferite) per l’ingresso nel “suo teatro” che era il cortile del palazzo, con l’asfalto dissestato e le porte quadrate e verdi con le vetrate ruvide dei garage, chiedeva ad ognuno di portare due sedie da casa, questo era il prezzo da pagare, tutto il resto c’era già, ed era preparato meticolosamente, dalla scaletta su come veniva eseguito lo spettacolo, al mettere una grande moquette rossa, che le aveva regalato suo papà, perfettamente a terra, doveva essere dritta (punti su cui dovevano posizionarsi col nastro di carta) il mezzo armadio svuotato era all’interno del garage, durante i cambi nessuno doveva vederli chiaramente e per l’attesa si mettevano le canzoni latinoamericane. Perché? Non lo so. I voti a scuola non erano dei migliori, tante volte non superavano neanche la sufficienza, pensava che durante le interrogazioni avrebbe detto quello che aveva sentito a lezione, ma se ne ricordava sempre meno della metà perché anche durante le lezioni pensava a come avrebbe dovuto gestire il suo lavoro il pomeriggio: “Quando tornerò a casa da dove inizierò? Riguarderò quel film? Provo a rifare quella scena? Continuo il libricino? Organizziamo un altro spettacolo per i condomini?” C’era da lavorare!

Iniziate le scuole medie le cose diventavano ancora più da grandi, c’erano dei laboratori facoltativi tra cui scegliere, tra questi anche teatro, da lì il suo primo vero ruolo per la prima volta davanti a tante persone, una tragedia! Ma di William Shakespeare! “Romeo e Giulietta”, lei interpretò la nutrice unendo un paio di dialetti a caso che aveva imparato tra familiari e conoscenti, c’era un po’ di pugliese, un po’ di siciliano, un po’ di napoletano. Quella nutrice sembrava più un giullare che una nutrice ma ebbe un gran successo, si alzarono tutti in piedi anche la preside, la cosiddetta “pinguino”, pur sapendo che lei non aveva avuto buoni voti né nel primo né nel secondo quadrimestre, si alzò e andò da suo padre per farle i complimenti e per dirgli di far continuare questa ragazzina a fare teatro! Continuò…
Vi state annoiando? Non ho ancora concluso…ma passiamo direttamente alla fine delle scuole medie, c’era una scelta importante da fare, chiaramente: “Cosa volete fare da grandi?” … “Non lo so” per molti la risposta era questa… “Perché bisogna scegliere proprio adesso?” Dopo varie scuole fatte solo per seguire l’amica del cuore, l’amica di merenda, l’amica dell’amica, cercò di convincere i suoi genitori a iscriverla in un istituto cinematografico, il “Federico Fellini” che all’epoca si trovava anche distante da casa sua, suo padre accettò, era forse l’unico che la sosteneva di più, era una scuola privata, si doveva impegnare più di quanto lo avesse fatto fino a prima, ma era pronta.
Qui più di prima mi viene in mente il muratore di cui parlava Marco, i suoi lavori dovevano essere fatti bene e dovevano essere duraturi, voleva farli, riguardarli ed ammirarli e doveva farli molto meglio di come li aveva fatti fino a quel momento, ogni giorno voleva fare una cosa diversa ma farla bene. Ed era disposta ad eliminare tutto il suo tempo libero pur di imparare bene ogni battuta, pur di rendere un montaggio video perfetto in ogni minimo dettaglio, pur di rendere una sceneggiatura più bella possibile, di ricordarsi sempre: invece di scrivere “Samantha è triste”, scrivi “Samantha abbassa lo sguardo e si stringe nelle spalle con aria malinconica”.

Poi facciamo che non mi ricordo più nulla…black out, linea piatta, quel tono continuo stridente e insistente che non si ferma più, a diciassette anni persi mio padre, e persi tutto questo insieme a lui, tutto ciò scritto finora? Come se si dissolvesse in piccoli granelli di sabbia e volasse per aria, mi ricordo solo di tristi frasi a sprazzi, quando ancora dopo un bel po’ ci volevo credere ancora, quando ancora mi tornava quell’entusiasmo esagerato e quella convinzione che c’era in me e dicevo: “Io sfonderò!” (Certo, anche io, potevo scegliere un’altra frase, ma spesso sono così semplice da non riuscire ad essere originale) le risposte erano: “Sfonderai nel letto a furia di dormire” (c’è stato un lungo periodo in cui lavoravo di notte nei locali e dormivo quasi tutto il giorno) o frasi come: “Ha sfondato chi si è fatto sf…” e un’altra bella sfilza di frasi che conosciamo tutti a memoria! Si, alla fine solo i figli “d’arte” vanno avanti…mio padre era un meccanico, cosa pretendevo?! Dimentico tutto, nuovo registro perché “È mancato tuo papà, ma la vita va avanti…” Che frase fortificante! Talmente tanto che mi ha fatto venir voglia di ubriacarmi ogni sera fino a dimenticarmi anche come mi chiamassi. Dopo anni di lavori notturni e giornate passate a dormire è arrivata la mia luce, esattamente 9 anni fa oggi, Aura. L’altra bambina, Samantha, non l’ho dimenticata, ma l’ho messa volentieri da parte, perché Aura aveva bisogno di una mamma con un lavoro vero, che le desse da mangiare e ciò di cui aveva bisogno, che si prendesse cura di lei, che la facesse crescere bene, che le insegnasse a camminare, a correre, a giocare, non c’era più tempo per i sogni da ragazza, ed è qui che ho iniziato anche io, così come Fulvia, ad indossare maschere su maschere a seconda della situazione, sono passati quindici anni, non so come, ma sono riuscita a mentire persino a me stessa che non mi importasse più nulla di quei sogni da bambina! Un anno e mezzo fa, un colpo di testa pazzesco, chiesi informazioni per un’accademia di recitazione, passai la finta audizione che mi fecero fare, e senza neanche pensarci più di tanto feci un finanziamento, non sapendo che sarebbe stata un’accademia che non consiglierei neanche al mio peggior nemico, sul serio, mi dissi: “8500€ che saranno mai a confronto del conto in sospeso che sento di avere con me stessa?” Accettai, ora ne ho due di conti in sospeso, con me stessa e con la San Paolo!
Ogni tanto anche le cose peggiori servono però, grazie a quell’accademia ho scoperto nuovamente che anche all’interno di posti non adatti a me io riesco ad ambientarmi/adattarmi, sono sempre riuscita, riuscivo a fingere, con o senza copione a mente, quel fuoco che c’era in me in realtà non si è mai spento, ma è stato come se fosse tornato a scaldarmi. Fingiamo tutti per una vita intera su tantissime cose, per tantissime cose, siamo tutti dei grandi attori, dobbiamo fingere per forza se non vogliamo crearci la famosa “terra bruciata” intorno e sarei ipocrita a dire di no. Però tra questa massa di attori, c’è chi riesce ad essere vero quando si ricorda del/della bambino/a che era, e che c’è ancora in lui. Quella bambina con le orecchie a sventola, i capelli lunghi e castani, che oggi però ha un sorriso perfetto (perché si è indebitata pure per questo) mi sta chiedendo di fingere ancora di poter tornare ancora lì a quando guardava quelle scene ripetute volte, di tornare a quella fatica che la faceva arrabbiare ma la faceva essere al contempo felice, a quella dedizione, a quell’essere meticolosa nel voler insistere nel fare le cose bene anche quando erano difficili, anche quando le faceva male la testa, anche quando voleva dormire ma finché non si era imparato bene tutto non si dormiva, e difatti questa notte l’ho passata così, a scrivere, oggi sarò uno zombie ma fingerò di aver riposato benissimo perché queste lacrime, anche se mi hanno fatto e mi fanno male, mi servivano. Grazie infinite Marco per aver posto quella domanda, per la tua risposta, grazie Fulvia per aver condiviso quel pezzo della tua vita. E grazie Alfonso, perché se non avessi fondato questa community non avrei potuto leggere preziose parole.
Non so perché voglio fare l’attrice, ma spero che mia figlia che oggi compie proprio 9 anni, l’età in cui io ho iniziato ad avere dei sogni, quando avrà un sogno non lo abbonderà mai e non importa se non sa perché non vuole abbandonarlo, non importa. Sarò forse banale Aura, ma sai che ogni tanto lo sono: “Non importa perché hai un sogno, se ce l’hai inseguilo sempre”

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