Hamnet: recensione del film di Chloé Zhao tra lutto e amore

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Articolo a cura di...

~ NICOLE PAGELLA

Hamnet

Hamnet è la nuova tragedia storico-biografica della regista cinese Chloé Zhao, conosciuta maggiormente per il suo film Nomadland, con il quale nel 2020 vinse l’Oscar per la regia. Hamnet, che ha appena ricevuto 8 candidature agli Oscar, ha già vinto diversi premi, tra cui due Golden Globes come Miglior Film e come Miglior Attrice Protagonista – Drama, per Jessie Buckley, e Miglior Attrice Protagonista ai Critics’ Choice Awards. Con queste ultime candidature agli Oscar per Hamnet, Chloe Zhao entra nella STORIA DEGLI OSCAR come SECONDA DONNA, dopo Jane Campion, a ricevere una SECONDA CANDIDATURA PER LA MIGLIOR REGIA.

La storia di Hamnet e il legame con Shakespeare

Il film, basato sul libro di Maggie O'Farrell, la quale ha scritto insieme a Chloe Zhao la sceneggiatura, racconta la vita di William Shakespeare (Paul Mescal) e sua moglie Agnes (Jessie Buckley), da prima del matrimonio fino alla nascita dei loro tre figli (due gemelli, maschio e femmina, e una figlia maggiore), fin poi purtroppo ad arrivare alla perdita del loro unico figlio maschio di undici anni, Hamnet (Jacobi Jupe). La perdita del figlio spinge così Shakespeare a scrivere una nuova opera… la nascita del famoso Amleto/Hamlet.

Infatti, la frase posta all’inizio del film, presa da un articolo di Stephen Greenblatt intitolato “The Death of Hamnet and the Making of Hamlet”, spiega che i nomi Hamlet e Hamnet sono intercambiabili.

L’apertura del film e la connessione di Agnes con la natura

Dalla prima ripresa del film mi sono sentita catapultata in un altro mondo. Una ripresa lenta, dall’alto verso il basso, di questi due alberi grandi, che sembra siano separati, ma man mano che la ripresa scende, si capisce che hanno lo stesso tronco e le stesse radici, fino ad arrivare al terreno dove tra le radici si vede sdraiata Agnes, in posizione fetale, che indossa un vestito rosso.

Dall’inizio capiamo e sentiamo la connessione che Agnes ha con la natura. La natura è la sua base, è dove lei ritorna per ritrovare sé stessa, la rispetta, la venera, qualsiasi cosa che lei prende dalla natura, poi la restituisce. Questa connessione con la natura è uno dei messaggi che Zhao voleva mandare agli spettatori… un messaggio e una lezione antica, nonché anche una delle frasi dette nell’opera di Amleto: “All living things must die passing through nature to eternity”.

I costumi come estensione emotiva dei personaggi

E questo rapporto che Agnes ha con la natura si vede anche nei costumi, disegnati dalla Costume Designer Malgosia Turzanska. Il vestito rosso che lei usa nella maggior parte del film, infatti, è fatto letteralmente con pezzi di corteccia che, come raccontato dall’attrice Jessie Buckley, durante le riprese uscivano fuori dalle cuciture e il vestito ha iniziato così a vivere una sua propria vita sul set.

Agnes è piena di vita all’inizio del film, cosa che si rivede nel Rosso Acceso che indossa… finché la morte di suo figlio la rompe dentro, la asciuga. E dopo questa perdita, infatti, si vede un cambio nel suo vestito, ora non più rosso, ma marrone. Una tonalità di marrone che ricorda il sangue secco, un vestito fatto di materiali diversi che, come descritto dall’attrice stessa, sembrava che si sarebbero disintegrati da un momento all’altro… e tutto questo per mostrare quanto, a questo punto del film, Agnes non ha più amore o speranza dentro di sé.

Per i costumi di Paul Mescal invece, vediamo come dall’inizio indossa sempre vestiti sui colori del grigio/azzurro chiaro con diversi strati, come se stesse nascondendo qualcosa; e dopo la morte del figlio, si può notare come sui suoi costumi iniziano ad apparire dei tagli, sempre più grandi, che vanno a simboleggiare quanto la scrittura di questa nuova opera e la perdita appena vissuta lo stiano rompendo da dentro… e tutto ciò si mostri così al di fuori.

La chimica tra Jessie Buckley e Paul Mescal

Chloé Zhao utilizza sempre determinati colori nei suoi film per simboleggiare cose precise. Per Shakespeare utilizza l’azzurro, perché è il colore del chakra più alto, posto sulla fronte, che rappresenta l’intelletto e il cielo; il rosso di Agnes, invece, è il colore del chakra delle radici, il Root Chakra, che rappresenta il centro della terra e la lava.

La chimica che Jessie Buckley e Paul Mescal hanno nel film è veramente straordinaria. Loro stessi hanno detto in diverse interviste come si sentivano a loro agio l’uno con l’altra, come si siano fidati dall’inizio e non avevano paura di esplorare durante le riprese. Le loro interpretazioni sono fenomenali, vere, profonde.

Il dolore e il lutto

Ma Jessie Buckley mi rimarrà per sempre impressa per questo film… Riesce a farti sentire la sua sofferenza, con le sue grida e i suoi pianti che quando li ascolti li senti nello stomaco, senti come se il tuo cuore si stia facendo più piccolo; ti dimentichi che stai guardando un film e ti senti veramente come se tutto stia succedendo davanti a te, nella vita reale.

Jessie Buckley è potente, vulnerabile, cruda, si lascia andare, si mette a nudo emotivamente in un modo che non può non rimanerti impresso. Io mi sono innamorata del cinema e della recitazione per quello che mi fa provare… e vivere l’esperienza di Hamnet al cinema è stato qualcosa di emozionante. Sentire le persone intorno a me singhiozzare, piangere tutti insieme… perché è inevitabile non provare il dolore di Agnes… è inevitabile non sentirsi visti, soprattutto se si ha vissuto un lutto nella propria vita.

Cosa lascia allo spettatore

Era da tempo che non mi sentivo così dopo un film… sono entrata nella sala senza nemmeno sapere di cosa si trattasse, senza nessuna aspettativa. Sono uscita sentendomi piena di emozioni, come se qualcuno mi avesse appena dato un pugno allo stomaco e poi mi avesse preso da terra e abbracciata.

In un’intervista è stato chiesto a Chloe Zhao: “Perché hai voluto raccontare questa storia?”


E lei ha risposto dicendo: “Perché la vita è difficile”. Spiega come la vita è fatta di dolore e felicità, e più riusciamo a vivere con il dolore e accettarlo, più riusciremo ad essere felici; più cerchi di ignorare il dolore, più sarà difficile provare gioia.

Hamnet ci ricorda come il dolore e il lutto sono una delle cose che ci rende umani… e come il dolore è la cosa più potente che ci unisce. Questo viene rappresentato meravigliosamente in una delle scene finali del film ambientate nel teatro, quando improvvisamente, partendo da Agnes, tutti gli spettatori tendono la loro mano all’attore sul palco che interpreta un personaggio che sta morendo… una scena potente, emozionante, e che con la musica di Max Richter, compositore della colonna sonora del film, ti fa sentire tutto in modo amplificato. Ti fa ricordare come nei momenti più bui non si vuole stare soli, e come è umano aver bisogno di appoggio e sostegno.

Io non so dove inizia o finisce il dolore… non so dove inizia o finisce l’amore… ma una cosa che so e che Hamnet spiega perfettamente è che se ami qualcuno, molte volte la cosa migliore che puoi fare è lasciarlo andare e dargli tempo di convivere con il proprio dolore. E chissà… forse, dopo un po' di tempo, sarà proprio il dolore stesso che vi unirà nuovamente, e farà capire che, effettivamente, soffrire e accettare il dolore insieme è la medicina più forte che esista.

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