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~ LA REDAZIONE DI RC
La storia comincia dopo la fine. Una donna giace in coma, massacrata, con un colpo di pistola in testa. Era una sposa. Era incinta. E chi l’ha ridotta così è l’uomo che amava, Bill, insieme al gruppo di assassini di cui lei stessa faceva parte. Quando si risveglia, il mondo è già andato avanti senza di lei. Il corpo è rotto, il passato è una ferita aperta, il futuro non esiste più. In quel momento nasce La Sposa: non una persona, ma una missione. Il Volume 1 segue la prima fase della vendetta, quella più istintiva, fisica, quasi animalesca. Beatrix Kiddo non riflette, agisce. Recupera il controllo del proprio corpo, ruba una spada, si riallaccia a un mondo che conosce fin troppo bene. Ogni nome sulla lista è un bersaglio, non un ricordo. La vendetta la porta prima in una tranquilla periferia americana, dove la violenza esplode in una cucina come se fosse la cosa più normale del mondo. Poi la spinge dall’altra parte del pianeta, in Giappone, dove il racconto si trasforma apertamente in mito: yakuza, katane, locali notturni, neve che cade mentre il sangue macchia tutto.
Il lungo scontro con O-Ren Ishii è il cuore simbolico del film: qui la vendetta è ancora spettacolo, è coreografia, è stile. La Sposa sembra invincibile, quasi sovrumana.
Ma proprio alla fine, quando tutto sembra ridursi a una serie di uccisioni, arriva la rivelazione che cambia il senso di ciò che abbiamo visto: la figlia di Beatrix è viva. A quel punto la vendetta non è più solo rabbia. È diventata necessità.

Il secondo film si apre tornando indietro, prima della strage. Vediamo Beatrix sorridere, incinta, vestita da sposa, mentre parla con Bill fuori da una chiesa. Non ci sono colpi di scena, non c’è violenza: solo parole. Ed è lì che capiamo che Kill Bill non è mai stato davvero un film d’azione. Il Volume 2 rallenta tutto. La vendetta non è più una corsa, ma un peso. Beatrix deve affrontare ciò che resta: non solo i nomi sulla lista, ma le conseguenze delle proprie scelte.
Budd, il fratello di Bill, non è un grande guerriero: è un uomo finito, che vive in un trailer e lavora seppellendo rifiuti. Con lui la vendetta diventa sporca, umiliante, quasi patetica. Beatrix viene sconfitta, sepolta viva, privata di ogni aura mitologica. Ed è proprio lì, sottoterra, che il film cambia definitivamente pelle. Riuscendo a liberarsi, Beatrix non rinasce come assassina, ma come sopravvissuta. Segue lo scontro con Elle Driver, violento e cattivo, privo di qualunque eleganza: non c’è onore, non c’è stile, solo odio puro. È l’ultimo residuo del mondo precedente. Poi arriva Bill. E quando finalmente lo incontriamo, Tarantino compie la scelta più radicale possibile: non c’è un vero combattimento. C’è una conversazione. Bill non è un mostro, non è un tiranno: è un uomo che non ha accettato di essere lasciato. La sua colpa non è solo aver sparato. È aver deciso che Beatrix non potesse avere un’altra vita. Il colpo finale arriva quasi in silenzio, con una tecnica segreta che sembra un rituale più che un attacco. Bill muore dopo pochi passi, come un personaggio tragico che ha già capito il proprio destino. L’ultima immagine non è trionfale. Beatrix piange, ride, stringe sua figlia. È viva. È salva. Ma è anche svuotata. Kill Bill non si chiude con una vittoria, ma con una possibilità: quella di tornare a essere una persona, dopo essere stata un’arma.
Il Volume 1 ci mostra cosa succede quando il dolore diventa azione.
Il Volume 2 ci mostra cosa resta quando l’azione finisce.

Bill: David Carradine
Beatrix Kiddo: Uma Thurman
Bill e Beatrix Kiddo si guardano. Bill sta suonando fuori dalla chiesa.
Bill: Ciao, bimba.
Beatrix Kiddo: Come hai fatto a trovarmi?
Bill: Io sono io.
Beatrix Kiddo: Che ci fai qui?
Bill: Che ci faccio? Beh, un attimo fa suonavo il flauto. In questo momento sto guardando la sposa più bella che i miei stanchi occhi abbiano mai visto.
Beatrix Kiddo: Perché sei qui?
Bill: Un ultimo sguardo.
Beatrix Kiddo: Oggi farai il bravo?
Bill: Non ho mai fatto il bravo in tutta la mia vita, ma farò del mio meglio, per essere dolce.
Beatrix Kiddo: Mhm… te l’ho sempre detto… che quello dolce è il tuo lato migliore.
Bill: Forse è per questo che tu sei l’unica ad averlo visto. Hai un cucciolo da sfornare.
Beatrix Kiddo: Mhm-mhm. Sono un pò incinta.
Bill: Santo cielo. A quanto pare il tuo giovanottone non ama perdere tempo, non è vero?
Beatrix Kiddo: L’hai visto Tommy?
Bill: E’ quello grosso in smoking?
Beatrix Kiddo: Si.
Bill: Allora l’ho visto. Chi gliel’ha fatta la tinta?
Beatrix Kiddo: Avevi promesso di fare il bravo.
Bill: No, ho detto: “Farò del mio meglio”. Questa non è affatto una promessa. Hai ragione. Il tuo… giovanotto cosa fa nella vita?
Beatrix Kiddo: Ha un negozio di dischi usati qui a El paso.
Bill: Ah, un amante della musica.
Beatrix Kiddo: Va pazzo per la musica.
Bill: Come tutti. E tu che lavoro fai, come sbarchi il lunario?
Beatrix Kiddo: Lavoro al negozio di dischi.
Bill: Ah, uhh… questo spiega molte cose. E ti piace?
Beatrix Kiddo: Non ci crederai, ma mi piace molto. Ascolto musica tutto il giorno, parlo di musica tutto il giorno, è fichissimo. Per mia figlia sarà un ambiente giusto in cui crescere.
Bill: Invece di andare in giro per il mondo, uccidere uomini e farsi pagare grandi somme di denaro…?
Beatrix Kiddo: Precisamente.
Bill: Bene vecchia amica. A ognuno il suo. Comunque… a parte il ruolo di terzo incomodo, non vedo l’ora di conoscere il tuo giovanotto. Sono piuttosto curioso di sapere chi sposa la mia ragazza.
Beatrix Kiddo: Vuoi restare al matrimonio?
Bill: Solo se fosso sedermi nel lato della sposa.
Beatrix Kiddo: Sarai un pò triste e solo nel mio lato.
Bill: Il tuo lato è sempre stato un pò triste e solo, ma non mi metterei da nessun'altra parte. Sai, stanotte ho fatto un sogno meraviglioso…
BeatrixKiddo: Ecco Tommy! (A bassa voce) Chiamami Arlene.
Questo dialogo apre Kill Bill: Volume 2 con una scelta radicale: niente violenza, solo parole. Tarantino ci porta prima della strage, quando tutto è ancora possibile. È una scena di intimità sospesa, costruita come un duello emotivo. Fin dalle prime battute, Bill (David Carradine) entra in scena con un controllo totale: «Io sono io.» Non risponde, afferma la propria onnipotenza. Beatrix (Uma Thurman) chiede “perché sei qui?” più volte: è la domanda che non trova risposta perché Bill è lì per essere Bill. Il dialogo sembra gentile, persino tenero, ma ogni frase è una lama sotto la seta: Bill ironizza, sminuisce, sorride. Beatrix risponde con affetto, ma si difende.
Quando Bill dice: «Farò del mio meglio, per essere dolce.» sta dichiarando una cosa terribile: la dolcezza è una scelta, non una natura. È un avvertimento. Beatrix lo capisce e lo accetta, perché lo conosce meglio di chiunque altro: «Quello dolce è il tuo lato migliore.» Qui il potere è condiviso, ma in modo pericoloso: lei vede l’uomo, lui vede la preda che gli sta sfuggendo. La rivelazione della gravidanza è il cuore drammatico del dialogo: «Sono un po’ incinta.» Bill reagisce con ironia, non con gioia. Per lui, quel figlio non è una vita nuova, ma la prova definitiva che Beatrix ha scelto un’altra identità. Quando lei contrappone il negozio di dischi al lavoro di killer, Tarantino mette in scena il vero conflitto del film: vita ordinaria, vita mitologica Beatrix non rinnega il passato, lo abbandona.
Tommy, lo sposo, non è un personaggio: è una funzione narrativa. Bill lo guarda con sarcasmo perché non lo considera un rivale. Questo rende la scena ancora più inquietante:
Bill non è geloso. È deluso. «Solo se posso sedermi nel lato della sposa.» Questa battuta è devastante. Bill non riconosce il confine. Non accetta di essere escluso. Quando aggiunge: «Il tuo lato è sempre stato un po’ triste e solo» sta dicendo: quel lato è mio. È una frase d’amore. Ed è una sentenza.
L’ultima battuta di Beatrix: «Chiamami Arlene.» è un tentativo disperato di sopravvivenza. Arlene è la donna normale. Beatrix Kiddo è l’assassina. Bill conosce solo una delle due. E infatti sappiamo cosa accadrà subito dopo.

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