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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Elena Bianda racconta il momento in cui la consapevolezza diventa una scelta irreversibile. In Manuale per Signorine, questo testo segna il passaggio dalla riflessione alla responsabilità, mettendo al centro il tema della ribellione e delle sue conseguenze. Non è un discorso idealista, ma una confessione lucida, dove colpa, disillusione e verità convivono senza sconti.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 1:17:30-1:18:30
Durata: 1 minuto
Emozioni chiave Consapevolezza dolorosa, rabbia trattenuta, senso di colpa, disillusione, determinazione amara
Contesto ideale per un attore monologhi di rottura morale, personaggi femminili che hanno già vissuto
Dove vederlo: Netflix
Contesto di "Manuale per signorine"
Manuale per Signorine (Manual para señoritas) è una commedia romantica in costume ambientata nella Madrid di fine Ottocento, un periodo in cui status sociale, matrimoni combinati e convenzioni tradizionali regolano la vita dell’alta società.
Al centro della storia troviamo Elena Bianda (interpretata da Nadia de Santiago), una chaperon — ovvero una dama di compagnia professionista — considerata una delle migliori in città: la sua reputazione è costruita sull’aiutare le giovani donne aristocratiche a trovare un buon marito, seguendo il rigido “manuale” di comportamento che la società si aspetta.All’inizio della serie Elena si trova senza lavoro, ma la sua grande opportunità arriva quando viene assunta dal vedovo Don Pedro Mencía per fare da chaperon alle sue tre figlie: Cristina, la maggiore desiderosa di sposarsi; Sara, ambiziosa e interessata agli studi medici; e Carlota, la più giovane con un carattere curioso e un senso dell’umorismo macabro. Mentre si destreggia tra le aspettative sociali e i sogni personali di ciascuna delle ragazze, Elena si ritrova coinvolta in una serie di situazioni comiche e drammatiche: deve gestire i segreti di Cristina (inclusa una gravidanza inaspettata), incoraggiare Sara a seguire i suoi obiettivi in un mondo che non vede di buon occhio le donne “non tradizionali”, e conquistare la fiducia di Carlota, più semplice ma ugualmente esigente.La narrazione si fa più intricata quando entra in scena Santiago, il figlioccio di Don Pedro: uomo brillante, idealista e da sempre innamorato di Cristina. Elena, però, non riesce a ignorare la sua crescente attrazione per lui, e tra equivoci, gelosie e momenti di sincera complicità, si innesca un delicato triangolo amoroso che mette a dura prova i confini di ruolo e regole che la protagonista ha sempre rispettato.

Elena Bianda, per servirvi. E si, questa è la mia storia, quindi credo di doverla raccontare io. Molto bene. Cominciamo dal principio. Non sono una domestica, se è questo che pensate. So leggere, e scrivere. Ho un’impeccabile istruzione, ma soprattutto… ho giudizio. Questo mi rende la più brava chaperon in città. E non sono l’unica, obbio. C’è chi preferisce chiamarci “dame di compagnia”. I genitori de questa giovani di buona famiglia mi pagano per consigliarle in questioni amorose, proteggere l’onore e soprattutto aiutarle a trovare il pretendente perfetto. Non fraintendetemi, adoro le storie d’amore. Specialmente quelle a lieto fine. Ma l’aspetto negativo del mio lavoro è che se si fa bene, finisce.
“Essere una signorina non è come pensavo.”: attacco disilluso, non melodrammatico; tono basso e fermo; sguardo leggermente lontano come se stesse rivedendo “l’illusione” di prima; micro-pausa dopo “signorina” per pesare la parola.
“Ci opprimono il corpo, e l’anima.”: affondo netto; scandisci “corpo” e poi “anima” con due accenti distinti; respiro breve tra i due; sguardo frontale, niente rabbia esplosiva: è una constatazione che brucia.
“Non possiamo scegliere il nostro destino, e la cosa può renderci veramente infelici.””: ritmo più narrativo, come se stesse spiegando una regola del mondo; pausa dopo “destino”; su “veramente” evita la sottolineatura emotiva, deve suonare inevitabile, non piagnucolosa.
“Ma alle volte, nelle peggiori circostanze, accade qualcosa che cambia tutto.”: qui nasce la svolta; leggero cambio di luce nello sguardo; pausa dopo “alle volte” e dopo “circostanze” (due gradini); “cambia tutto” più piano, quasi incredulo.
“E allora bisogna scegliere se continuare ad essere infelici o vivere.”: frase cardine; appoggia “scegliere” con decisione; micro-pausa prima di “o vivere” per farla arrivare come unica via; sguardo diretto, coinvolge chi ascolta.
“Perché da quel momento la vecchia vita diventa insopportabile.””: tono più intimo, come una verità che si è pagata; “da quel momento” con un respiro lungo; abbassa lo sguardo su “vecchia vita”, poi rialzalo su “insopportabile”.
“E non si può fare a meno di ribellarsi.”: affermazione breve, quasi sentenza; non urlare; lascia un silenzio dopo “ribellarsi”; postura più verticale.
“Vorrei che ogni atto di ribellione fosse ammirevole come quello di Sara, ma sono quasi tutti più banali.””: qui entra la disillusione; su “Vorrei” un filo di tenerezza; “come quello di Sara” con rispetto (non idolatria); pausa dopo “Sara”; su “banali” evita il sarcasmo: è amarezza, non superiorità.
“Come ignorare consigli e regole, specialmente quelli delle chaperon.”: esempio concreto; ritmo più veloce, quasi elencativo; su “specialmente” uno sguardo laterale (sa di colpire se stessa); “chaperon” detto pulito, senza disprezzo.
“Benché si ignorino anche le conseguenze delle proprie azioni.”: qui compare la colpa; rallenta; pausa dopo “conseguenze”; sguardo che si abbassa appena, come se ammettesse un punto non difendibile.
“Ora lo sapete.”: colpo secco; sguardo diretto; una frazione di secondo di silenzio prima e dopo; è un “vi ho messo al corrente”, non una minaccia.
“Sono la più brava dama di compagnia perché sono stata la più brava a sbarazzarmi di loro, però la verità viene sempre alla luce, e bisogna scegliere: ribellarsi o sottomettersi.””: qui serve controllo assoluto del ritmo; prima metà quasi cinica (“più brava… a sbarazzarmi”) con un mezzo sorriso che dura un attimo e muore subito; pausa forte dopo “però”; “la verità viene sempre alla luce” più grave, più lento; dopo i due punti, “ribellarsi o sottomettersi” come due porte: separale con una pausa centrale.
“E per disgrazia, da quella decisione dipende tutta la tua vita.”: non caricare “disgrazia” di lacrime; è amaro, definitivo; sguardo fisso, quasi immobile; rallenta su “tutta la tua vita” e lascia silenzio lungo.
“Ora capite perché ho mentito?”: chiusa interrogativa, ma non supplichevole; voce più bassa, vulnerabilità controllata; sguardo che cerca una risposta reale; pausa prima di “mentito” (come se pesasse la parola) e poi resta nel vuoto, senza “spiegare” oltre.
Questo secondo monologo di Elena Bianda segna un cambio netto di prospettiva rispetto al precedente: qui Elena non si presenta, si espone. Non sta più costruendo il proprio status professionale, ma sta rendendo conto di una scelta morale. Il testo si muove su un piano più adulto e doloroso, dove la consapevolezza ha già fatto il suo corso e non c’è più spazio per l’illusione. L’apertura sul concetto di “essere una signorina” è volutamente spoglia di retorica. Elena non attacca frontalmente il sistema, lo descrive come una gabbia che agisce sul corpo e sull’anima, mettendo subito in chiaro che la repressione non è solo sociale ma esistenziale. Questa lucidità iniziale è fondamentale: il monologo funziona solo se l’attrice evita il tono da manifesto e resta ancorata a una verità vissuta, interiorizzata. Quando Elena parla dell’impossibilità di scegliere il proprio destino, non sta cercando compassione, ma sta enunciando una regola del mondo in cui vive.
Il cuore del monologo arriva con l’idea della scelta. Non è una scelta romantica né eroica, ma necessaria: continuare a essere infelici o vivere. Da questo punto in poi il testo assume una direzione irreversibile. La “vecchia vita” diventa insopportabile non perché improvvisamente sbagliata, ma perché ormai incompatibile con la nuova consapevolezza. È qui che la ribellione entra in scena non come gesto nobile, ma come conseguenza inevitabile. Uno degli aspetti più interessanti è la demistificazione della ribellione stessa. Elena vorrebbe che fosse sempre ammirevole, come quella di Sara, ma riconosce che nella realtà è spesso banale, confusa, imperfetta. Questa ammissione toglie ogni eroismo facile al personaggio e lo rende profondamente umano. La ribellione passa anche da piccoli atti meschini, come ignorare regole e consigli, inclusi quelli delle chaperon. In questo passaggio Elena comincia ad autoaccusarsi, e il testo scivola lentamente dalla riflessione etica al senso di colpa.
La frase “Ora lo sapete” segna uno spartiacque: da qui in avanti non sta più spiegando, sta confessando. Quando dichiara di essere la più brava dama di compagnia perché è stata la più brava a sbarazzarsi delle altre, il monologo raggiunge il suo punto più scomodo. Non c’è compiacimento, ma nemmeno assoluzione. La verità, dice Elena, viene sempre alla luce, e costringe tutti a una scelta definitiva: ribellarsi o sottomettersi. Il peso di questa alternativa è enorme, perché da essa dipende l’intera vita di una persona. La chiusura, “Ora capite perché ho mentito?”, non è una richiesta di perdono né una giustificazione. È una domanda lanciata allo spettatore, che viene chiamato a prendere posizione. Dal punto di vista attoriale, questo finale funziona solo se lasciato aperto, senza spiegazioni aggiuntive: il silenzio dopo vale quanto la battuta stessa.
Nel complesso, il monologo è un testo di responsabilità, non di rivendicazione. Richiede un’interpretazione controllata, capace di tenere insieme lucidità, colpa e disillusione senza mai cedere al melodramma. È un materiale prezioso per attrici che vogliono lavorare su personaggi complessi, già formati, che hanno pagato il prezzo delle proprie scelte.

Nel corso degli ultimi episodi, le conseguenze delle azioni di Elena — che spesso ha protetto e consigliato le sorelle oltre le rigide regole sociali — iniziano a emergere in modo plateale. Le bugie e le manipolazioni che lei aveva considerato strategie per mantenere l’ordine nella casa Mencía vengono interpretate come inganni veri e propri, e quando alcuni segreti vengono alla luce, la fiducia che le sorelle avevano in lei si spezza. Il culmine drammatico arriva quando Cristina rivela al padre di essere incinta di Eduardo, e non di Santiago come molti avevano pensato. Questo momento, inizialmente causa di scandalo, porta però a un colpo di scena positivo: Don Pedro accetta la situazione e annuncia che Cristina e Eduardo si sposeranno.
Nel frattempo, la relazione tra Elena e Santiago resta in sospeso. Nonostante i sentimenti reciproci, Santiago parte per Lisbona senza fermarsi per confermare ciò che prova, lasciando Elena delusa e con il cuore spezzato. Le conseguenze di questo epilogo sono severe per la chaperon: Elena perde sia il lavoro sia la casa, e viene sostituita dalla sua rivale, Alicia, come nuova chaperon della famiglia Mencía. Il finale, quindi, lascia Elena in una posizione vulnerabile ma non sconfitta: nessuna grande dichiarazione d’amore, nessun lieto fine romantico “classico” — almeno per ora — e il senso che la sua storia sia tutt’altro che conclusa.
Creato: Gema R. Neira María José Rustarazo
Diretto: Carlos Sedes Claudia Pinto
Cast: Nadia de Santiago Álvaro Mel Isa Montalbán
Dove vederlo: Netflix

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