Monologo finale di Elijah Price in Unbreakable: fine e inizio

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~ LA REDAZIONE DI RC

Analisi del monologo di Elija in "Unbreakable"

Il monologo finale di Elijah Price in Unbreakable – Il predestinato è una delle dichiarazioni di identità più inquietanti del cinema moderno. Non è una confessione né una spiegazione narrativa, ma un momento di pace interiore che nasce da una totale cecità morale. Elijah non si percepisce come colpevole: si percepisce finalmente come necessario. 

  • Scheda del monologo

  • Contesto del film

  • Testo del monologo (estratto+note)

  • Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa

  • Finale del film (con spoiler)

  • Credits e dove trovarlo

Scheda del monologo

Film: Unbreakable
Personaggio: Elijah
Attore: Samuel Jackson

Minutaggio: 28:35-30:45

Durata: 2 minuti 10 secondi

Difficoltà 8,5 / 10 È un monologo di auto-assoluzione, non di pentimento. L’attore deve reggere una gioia privata mentre l’altro personaggio (David) prova disgusto.

Emozioni chiaveSollievo, euforia calma, orgoglio intimo, tenerezza distorta, cecità morale

Contesto ideale per un attore provini per antagonisti complessi / villain intelligenti, lavoro su personaggi che vincono interiormente mentre perdono tutto

Dove vederlo: Disney+

Contesto del film: "Unbreakable"

Il film si apre con una scena chiave: un neonato nasce con gravi fratture multiple. È Elijah Price, affetto da osteogenesi imperfetta. Questa apertura non è solo narrativa: è tematica. Shyamalan introduce subito l’idea di polarità. Se esiste una fragilità assoluta, deve esistere anche il suo opposto.

Elijah cresce sapendo di essere “sbagliato” per il mondo. La sua ossessione per i fumetti nasce qui: nei fumetti, il dolore ha un senso, la diversità ha uno scopo. Anni dopo, un incidente ferroviario devasta un treno a Filadelfia: 132 morti, un solo sopravvissuto. David Dunn esce illeso. Nessuna ferita. Nessun trauma visibile. David è l’opposto di Elijah, ma non lo sa. Vive una vita spenta: matrimonio in crisi, lavoro senza passione, identità compressa. È un uomo che non si è mai posto la domanda giusta. Quel biglietto sul parabrezza è la vera chiamata all’avventura. Non parla di poteri, ma di assenza di fragilità. È una domanda semplice, destabilizzante.

L’incontro con Elijah Price avviene nella sua galleria di fumetti: un luogo simbolico, quasi sacro. Elijah non cerca prove scientifiche. Cerca strutture narrative.

Secondo lui: i fumetti sono mitologia moderna, i supereroi esistono, David è uno di loro David rifiuta l’idea. È troppo razionale, troppo umano. Ma il film dissemina indizi: forza fisica fuori scala, totale assenza di malattie, una percezione extrasensoriale: attraverso il contatto fisico, David “vede” il male negli altri Questa capacità non è spettacolare. È disturbante. È una maledizione empatica: sentire il peccato altrui. Il momento di svolta arriva quando David sceglie di agire. Non per gloria, ma per necessità morale.
Salva una famiglia da un assassino domestico. Non è un climax da blockbuster: è silenzioso, teso, reale.

Da lì: il rapporto con il figlio Joseph si rafforza, il matrimonio trova un nuovo equilibrio, David accetta di essere diverso Il poncho diventa costume. 

Testo del monologo + note

Sai qual’è la cosa più spaventosa? Non sapere qual è il tuo posto in questo mondo. Non sapere perché sei qui. E’... una sensazione terribile. Avevo quasi perso la speranza. Mi sono messo in discussione talmente tante volte… ma ti ho trovato. Quegli innumerevoli sacrifici solo per trovare te. Ora che sappiamo chi sei tu, so chi sono io. Non sono un errore! Tutto ha un senso. Nei fumetti sai come si fa a capire qual è il cattivo più temibile? E’ l’esatto opposto dell’eroe. E molto spesso sono amici, come io e te! Avrei dovuto capirlo da tempo, sai perché David? I bambini! Mi chiamavano l’Uomo di Vetro. 

“Sai qual’è la cosa più spaventosa?”: attacco confidenziale, quasi da segreto condiviso; micro-sorriso che non arriva agli occhi; pausa subito dopo la domanda per “agganciare” David.

“Non sapere qual è il tuo posto in questo mondo.”: tono più basso, intimo; sguardo fisso ma non aggressivo; lascia cadere “posto” con un peso personale, come se parlasse di sé più che di David.

“Non sapere perché sei qui.”: ripetizione che stringe il cappio; piccola pausa tra “sapere” e “perché”; voce leggermente incrinata, ma subito ricomposta.

“E’... una sensazione terribile.”: i puntini sono un vuoto reale, non un vezzo; respira dentro la pausa; sguardo che si abbassa un istante, come se sentisse il ricordo addosso.

“Avevo quasi perso la speranza.”: detta con calma, senza melodramma; “quasi” va inciso, come a rivendicare che non si è spezzato; postura ferma, controllo totale.

“Mi sono messo in discussione talmente tante volte…”: ritmo lento, come un elenco invisibile di fallimenti; non piangere la frase, “talmente” deve suonare stanco; occhi che cercano David per essere capito.

“ma ti ho trovato.”: svolta netta; pausa prima di “ma”; sguardo diretto e caldo, quasi gratitudine; voce più piena, come se finalmente respirasse.

“Quegli innumerevoli sacrifici solo per trovare te.”: qui il sottotesto è pericoloso (sta ammettendo troppo senza dirlo); fai scorrere “innumerevoli” senza compiacimento; su “te” appoggia leggermente, come una sentenza.

“Ora che sappiamo chi sei tu, so chi sono io.”: tono rivelatorio, quasi sereno; pausa breve dopo “tu”; “io” finale va detto come liberazione, non come minaccia.

“Non sono un errore!: esplosione controllata, un colpo secco; non urlare: è una fenditura emotiva; dopo la frase lascia un silenzio breve, come se aspettasse che il mondo si riallinei.

“Tutto ha un senso.””: abbassa di nuovo il volume; è la calma dopo il picco; sguardo luminoso e inquietante, perché è pace morale senza colpa.

“Nei fumetti sai come si fa a capire qual è il cattivo più temibile?”: torna il professore/mitografo; tono quasi giocoso, ma con sottopancia minacciosa; pausa prima di “più temibile” per farla pesare.

“E’ l’esatto opposto dell’eroe.”: frase didascalica, ma detta come una rivelazione personale; scandisci “esatto opposto”; sguardo fermo, come se incastrasse l’ultimo pezzo.

“E molto spesso sono amici, come io e te!”: sorriso reale, quasi tenero, ed è proprio questo che disturba; avvicina leggermente il corpo (minimo); su “io e te” non essere accusatorio, essere affettuoso.

“Avrei dovuto capirlo da tempo, sai perché David?”: qui c’è intimità e trappola insieme; pronuncia “David” con familiarità; pausa dopo la domanda, come se assaporasse la risposta.

“I bambini!”: colpo infantile, quasi una risata breve; occhi che si accendono; è il ricordo che diventa prova, non nostalgia.

“Mi chiamavano l’Uomo di Vetro.”: chiusura morbida e definitiva; rallenta su “Uomo di Vetro”; sorriso si spegne lentamente, lasciando una quiete fredda; dopo, silenzio lungo (qui David può andarsene, e tu non lo trattieni).

Analisi del monologo di Elija in "Unbreakable"

Questo monologo è uno dei finali più disturbanti del cinema supereroistico perché non nasce come confessione, ma come atto di pacificazione interiore. Elijah non sta chiedendo perdono, non sta spiegando le sue azioni e non sta cercando di essere compreso: sta finalmente riposando dentro una risposta che aspettava da tutta la vita. Per l’attore, il cuore del pezzo è proprio questo paradosso: mentre David arretra moralmente, Elijah avanza esistenzialmente. Il testo va quindi interpretato come una dichiarazione di identità, non come un’ammissione di colpa. Il discorso si apre su una paura universale, non sapere il proprio posto nel mondo, ma Elijah la pronuncia con una calma quasi terapeutica. È una paura che lui conosce intimamente, e che ora può guardare a distanza, perché crede di averla superata. L’attore deve evitare qualsiasi tono tragico: Elijah non è nel dolore, è dopo il dolore. Quando parla della speranza persa e delle continue auto-messe in discussione, non sta rivivendo quei momenti, li sta archiviando. Questo è fondamentale: il personaggio non è fragile in questa scena, è incredibilmente stabile.

Il passaggio chiave arriva quando Elijah dice di aver trovato David. Qui il monologo cambia asse: non è più centrato sulla mancanza, ma sulla scoperta. Tuttavia, anche in questo punto, la gioia non è esplosiva. È una gioia composta, quasi elegante, che rende il personaggio ancora più inquietante. Elijah non esulta: finalmente torna tutto. Ed è proprio questa serenità a rendere evidente la sua cecità morale. I “sacrifici” di cui parla non sono percepiti come crimini, ma come passaggi necessari di un disegno più grande. Quando afferma “Ora che sappiamo chi sei tu, so chi sono io”, il monologo raggiunge il suo centro tematico. L’identità di Elijah dipende dall’esistenza dell’altro. Non è David a dargli senso come persona, ma come funzione narrativa: eroe e antagonista sono due poli inseparabili. L’attore deve far sentire che questa frase è una liberazione autentica, non una provocazione. Elijah non sta sfidando David, lo sta ringraziando implicitamente per esistere.

Il momento di “Non sono un errore” è l’unico vero picco emotivo del discorso, ma anche qui la parola chiave è controllo. Non è uno sfogo, è una rivendicazione tardiva. Subito dopo, infatti, Elijah torna calmo, quasi pacificato. “Tutto ha un senso” non è un grido filosofico, è una constatazione intima. In questa scena, il vero orrore non è ciò che Elijah ha fatto, ma il fatto che per lui ora vada tutto bene. La parte sui fumetti riporta il discorso nella dimensione mitologica che Elijah ha sempre usato come bussola. Il concetto dell’opposto dell’eroe non è un’analogia narrativa: è l’atto finale di auto-definizione. Quando dice che spesso eroe e cattivo sono amici, Elijah non sta minacciando David, sta suggellando un legame. È una frase detta con affetto sincero, ed è questo a renderla disturbante: Elijah non prova odio, prova appartenenza. La chiusura sui bambini e sul soprannome “Uomo di Vetro” riporta tutto all’origine. Elijah trova la verità non negli adulti, non nella scienza, ma nello sguardo infantile, che per lui è sempre stato più onesto. Il monologo si spegne così, senza enfasi, lasciando un vuoto morale enorme: Elijah ha trovato il suo posto nel mondo, ma quel posto è incompatibile con l’umanità degli altri. David può solo allontanarsi. Elijah, invece, resta. Intero.

Finale del film "Unbreakable"

Il vero twist non riguarda David. Riguarda Elijah. In un ultimo incontro, un semplice contatto fisico rivela la verità: Elijah è il responsabile degli attentati, incluso l’incidente ferroviario. Lo ha fatto per un solo motivo: trovare la prova che lui non è un errore. Elijah non è pazzo nel senso classico. È coerente. Ha sacrificato vite per dare senso alla propria esistenza. E quando capisce di aver trovato il suo opposto, accetta il ruolo finale: “Io sono il cattivo.”

Nasce Mr. Glass. Ribalta la struttura del mito: il villain è il creatore dell’eroe. Trasforma il supereroe in testimone morale, non in giustiziere. Usa un gesto minimo (una stretta di mano) come rivelazione totale David se ne va in silenzio. Non c’è trionfo. Solo consapevolezza. Unbreakable non chiede: “E se esistessero i supereroi?” Chiede qualcosa di più inquietante: E se tu fossi speciale… ma avessi paura di esserlo? Ed è per questo che, ancora oggi, resta uno dei film più maturi e radicali mai fatti sul mito del supereroe.

Credits e dove vederlo

Regista: M. Night Shyamalan

Produttore: M. Night Shyamalan, Sam Mercer, Barry Mendel

Cast: Bruce Willis: David Dunn Samuel L. Jackson: Elijah Price / L'uomo di vetro Robin Wright Penn: Audrey Dunn Spencer Treat Clark: Joseph Dunn

Dove vederlo: Disney+

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