Lettera finale di Alice ad Anna in La sua verità: Analisi del monologo che svela l'assassino

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~ LA REDAZIONE DI RC

Monologo finale di Alice - la lettera ad Anna in "La sua verità"

Il monologo finale di Alice in La sua verità è uno dei testi più disturbanti e affascinanti della recente serialità thriller. Non è una confessione, ma una dichiarazione di principio: un atto d’amore che si sovrappone al crimine, una giustificazione lucida dell’orrore. In questa analisi esploriamo il senso profondo della lettera, il suo arco emotivo e il motivo per cui Alice non parla mai da colpevole, ma da madre. 

  • Scheda del monologo

  • Contesto del film

  • Testo del monologo (estratto+note)

  • Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa

  • Finale del film (con spoiler)

  • Credits e dove trovarlo

Scheda del monologo

Serie: La sua verità (2026)
Personaggio: Alice
Attore: Crystal R. Fox

Durata: 20:00-35:00

Minutaggio: circa 8 minuti di tempo effettivo

Difficoltà 10 / 10 Gestione del tono, Contraddizione emotiva costante, Controllo del ritmo, Autorità, assenza di difesa

Emozioni chiave Amore assoluto, rabbia lucida, orgoglio materno, controllo, superiorità morale percepita, tenerezza disturbante, assenza totale di rimorso
Contesto ideale per un attore nell’interpretarlo Questo monologo funziona solo in contesti avanzati. È un testo da usare quando l’attore vuole dire: “So reggere il silenzio, il giudizio e l’ambiguità.” Alice non sta confessando. Sta educando.

Dove vederlo: Netflix

Trama Episodio 6

L’episodio si apre con un flashback decisivo. Torniamo nella famiglia di Lexy, che in realtà si chiamava Catherine. Prima di uscire di casa, la ragazza annuncia di voler cambiare nome: da oggi sarà Lexy. La sorella Andrea la prende in giro per il suo aspetto e le chiede di portarle l’inalatore per l’asma prima di uscire in barca. Catherine glielo porta, ma durante il tragitto continua deliberatamente a spruzzarlo, fino a esaurirlo. Andrea morirà poco dopo, senza aria. È un omicidio mascherato da incidente, avvenuto vent’anni prima. Nel presente, Anna osserva quelle fotografie con orrore: Lexy porta con sé una colpa originaria.

Anna chiama Jack chiedendo aiuto. Jack è sconvolto: ha appena trovato sua sorella Zoe morta ed è coperto di sangue. Anna gli invia la posizione, consapevole di essere la prossima. Poco dopo arriva Richard, che le strappa il telefono dalle mani con disprezzo, pronunciando una frase carica di rancore: “i ricchi sono tutti uguali”.

Jack corre in macchina, ma viene fermato da Priya, arrivata a casa sua con la pistola puntata. Per lei Jack è il principale sospettato: è pieno di sangue, ha mentito, ha manipolato prove. Preso dal panico, Jack riesce a colpirla e a fuggire per raggiungere Anna.

Nel frattempo, Anna viene aggredita da Richard. Riesce a impugnare la pistola e a sparare, costringendolo alla fuga, ma finisce i colpi. Richard tenta di rientrare, ma Anna riesce a chiudere la porta. Alle sue spalle compare Lexy, che prova a colpirla con un vaso. Le due donne iniziano una violenta colluttazione. Lexy riversa su Anna tutto l’odio accumulato: la accusa per il comportamento del gruppo vent’anni prima e per la violenza subita. Le scuse di Anna non servono. La lotta si fa brutale, fisica, fino a quando Anna perde un dente. 

Nel frattempo, Priya viene soccorsa dalla polizia e contatta lo sceriffo, che finalmente ricompone il quadro: Helen, Duffie e Rachel stavano ricattando Lexy per la morte di sua sorella Andrea, e le tensioni erano degenerate in violenza. Priya comprende la verità definitiva: Lexy Jones è Catherine. Parte immediatamente con la polizia verso la casa.

Anna e Lexy, stremate, crollano a terra. Anna sente il rumore di un’auto frenare: Jack è arrivato. Mentre Anna tenta di rialzarsi, Lexy afferra la pistola caduta e la punta contro di lei. Jack irrompe in casa e si getta per proteggerla. Lexy spara, ma l’arma è scarica. Rimane immobile per un istante, sufficiente perché Priya, arrivata dall’esterno, le spari, fermandola definitivamente.

All’alba del giorno dopo, Jack non sa come dire a Meg che la zia è morta. Anna si offre di aiutarlo. È il primo gesto di vera ricostruzione.

Anna confessa finalmente a Jack cosa accadde davvero quel giorno, vent’anni prima. Durante la festa del suo compleanno, Rachel aveva mostrato delle fotografie intime ai ragazzi arrivati con l’alcol. Quegli uomini avevano poi aggredito Catherine, mentre Helen e Zoe guardavano senza intervenire. Anna non era riuscita a parlarne, non per vigliaccheria, ma per vergogna e paura. Chiede scusa, soprattutto per Zoe. Jack la perdona, e i due si abbracciano.

Nella camera di Andrea, lo sceriffo trova le unghie di Rachel e il coltello dell’omicidio. Anna torna a fare il suo lavoro: raccontare i fatti davanti alla telecamera. Priya chiede a Jack se Anna se la caverà per la morte di Lexy. Jack la rassicura.Un anno dopo

Anna è tornata stabilmente in redazione. Jack accompagna Meg a scuola. Anna è incinta, la loro vita sembra finalmente ricomporsi. Tornano a casa di Alice.

Rimasta sola in camera sua, Anna trova una lettera della madre.

Alice confessa tutto.

Monologo di Alice: testo+note

Ogni storia ha almeno due versioni. La “tua” e la “mia”, la “nostra” e la “loro”, quella di lui e quella di lei. Il che significa che c’è sempre qualcuno che mente. Ci è voluto molto tempo, ma adesso capisco perché è andata male. Tutto riporta qui, in questo posto, verso persone che hanno fatto cose che non avrebbero dovuto. La gente probabilmente mi riconosce, forse sa anche il mio nome. Ma nessuno saprà mai chi sono. Tutti ci nascondiamo dietro la maschera che vogliamo mostrare agli altri. Ma le persone non cambiano. Non veramente. Non nel profondo. Noi esseri umani siamo capaci di infliggere grandi sofferenze, grandi crudeltà, grande dolore. Ma la cosa più pericolosa che facciamo è mentire: agli altri e a noi stessi. Dicono che la rabbia faccia soffrire soltanto chi la prova. Io non sono d’accordo. La rabbia mi fa alzare la mattina. Certo, puoi lasciare che ti distrugga. Oppure, farla diventare la tua forza. Tutto dipende da come la usi, la tua rabbia. E contro chi la usi. Mia madre diceva sempre che se devi fare qualcosa, tanto vale farla bene. E che per quasi tutto nella vita, più lo fai più diventa facile. Immagino che la cosa valga anche… per gli omicidi. L’unica cosa che volevo era che tu fossi felice. E lo eri. Non pensavo di poter essere ancora più orgogliosa di te. Finché non ti ho vista con la piccola Charlotte. Quando Jack mi aveva chiesto di guardare quella meraviglia di mia nipote ero emozionata. Il dottore l’aveva chiamata… “Morte in culla”. Disse che non era colpa di nessuno, ma Charlotte era stata affidata a me, e io avevo sbagliato. Qualche mese dopo sei scomparsa. I tuoi vecchi video erano tutto quello che avevo. Erano un modo per vederti qui con me, per averti vicina. Prima di andare a letto me li concedevo solo cinque minuti, per farli durare. Andavo sempre dove pensavo tu saresti tornata. Ma non l’hai mai fatto. Invece qualcun altro si. Regolarmente. So di essere una ficcanaso. E allora? Ma a me interessavi solo tu. Guardando i tuoi video sono riuscita a tenerti con me per quasi sei mesi. Finché non me ne è rimasto uno solo… Era senza etichetta ma… dal primo istante avevo capito cosa fosse. La festa per i tuoi sedici anni. All’anniversario della morte di Charlotte ho pregato che tu non tornassi, ma sei tornata. E li hai visti. Avrei voluto urlarti: “Vattene da qui! Vieni a casa con me! C’è qui la tua mamma. Lei non potrà più farti del male.”Chi ha detto “Due torti non fanno una ragione” non aveva fantasia e un coltello affilato. Nessuno si aspetta che una donna sia una serial killer. E se aggiungi la vecchiaia, confondi la determinazione con la demenza. Eccomi qui: l’immagine della fragilità. Ma come la mia mente, la mia memoria è affilata. Come una trappola per orsi. Succede così con gli anziani. Come per gli ingressi secondari e chi li usa: vengono spesso dimenticati. Ignorati. Sono invisibili. Anno, dopo anno, dopo anno. Stesse serrature. Stesse porte. Stesse chiavi. Potevano fermarmi, ma vediamo quello che vogliamo vedere, anche quando abbiamo la verità davanti agli occhi. O sotto i piedi. Non avevo intenzione di uccidere Catherine, mandarla in galera per averti abbandonata quella sera era giusto. E mi serviva un assassino per rendere la storia interessante. Sapevo che non avresti rischiato. Jack non ti avrebbe mai abbandonata. Quello che non avevo previsto è che la Detective Patel avesse una mira del genere. Ma mentirei se dicessi che la cosa mi ha tolto il sonno. Uccidere Rachel ti ha riportato a casa. Uccidere Helen ti ha fatta restare. Uccidere Zoe ti ha dato la famiglia che avevi perso. Ti ho scritto questa lettera, amore, perché presto sarai di nuovo madre. Ama i miei nipoti come io ho amato te. insegna loro il valore della tenacia, e della pianificazione. Preparali per una vita sia orribile, sia meravigliosa. Imprevedibile. Sempre diversa. Tranne che per una cosa. Dimostragli che l’amore di una madre non svanisce mai, non si affievolisce. E’ costante. Incessante. Inarrestabile. Con tutto il mio amore, tesoro mio, tua madre.

Ogni storia ha almeno due versioni.”: attacco calmo, quasi didattico; sguardo fermo e non minaccioso, come se stesse mettendo ordine nel mondo.

La “tua” e la “mia”, la “nostra” e la “loro”, quella di lui e quella di lei.”: scandisci con precisione, senza fretta; micro-pausa dopo ogni coppia per far sentire la geometria del pensiero.

Il che significa che c’è sempre qualcuno che mente.”: abbassa appena la voce su “mente”; sorriso minimo, non ironico: è una constatazione inevitabile.

Ci è voluto molto tempo, ma adesso capisco perché è andata male.”: qui entra la confessione; respiro più profondo prima di “adesso”; lo sguardo si fa interno, come se rivedesse immagini.

Tutto riporta qui, in questo posto, verso persone che hanno fatto cose che non avrebbero dovuto.”: allarga leggermente il campo con lo sguardo, come indicare “qui”; su “cose” evita enfasi: lascia che sia il sottotesto a fare paura.

La gente probabilmente mi riconosce, forse sa anche il mio nome.”: tono quasi sociale, da “paese”; piccola pausa dopo “riconosce”, come assaporare l’anonimato.

Ma nessuno saprà mai chi sono.”: taglio netto; mantieni gli occhi fissi, senza ammorbidire; silenzio subito dopo, breve ma pieno.

Tutti ci nascondiamo dietro la maschera che vogliamo mostrare agli altri.”: voce più morbida, da “verità universale”; gesto piccolo vicino al viso, appena accennato, come sfiorare una maschera invisibile.

Ma le persone non cambiano.”: colpo secco, asciutto; niente gesto, solo presenza.

Non veramente.”: micro-sorriso; pausa breve prima e dopo, come un bisturi.

Non nel profondo.”: abbassa lo sguardo un istante, poi rialzalo: la profondità è dentro, non fuori.

Noi esseri umani siamo capaci di infliggere grandi sofferenze, grandi crudeltà, grande dolore.”: elenca con ritmo crescente ma controllato; non urlare mai “crudeltà”: deve suonare normale, ed è proprio questo che inquieta.

Ma la cosa più pericolosa che facciamo è mentire: agli altri e a noi stessi.”: pausa prima dei due bersagli; su “noi stessi” rallenta, come se la colpa più grande fosse interna.

Dicono che la rabbia faccia soffrire soltanto chi la prova.”: tono quasi da proverbio; sguardo laterale, come citare “gli altri”.

Io non sono d’accordo.”: fermati; pronuncia semplice, senza difesa; la forza sta nel non giustificarsi.

La rabbia mi fa alzare la mattina.”: qui c’è piacere e funzione; accenna un sorriso minuscolo, come ammettere un segreto utile.

Certo, puoi lasciare che ti distrugga.”: abbassa leggermente il volume; lascia un’ombra di compassione, come se stesse parlando a un’allieva.

Oppure, farla diventare la tua forza.”: rialza la voce di mezzo tono; su “forza” mantieni lo sguardo dritto: è un insegnamento.

Tutto dipende da come la usi, la tua rabbia.”: ritmo lento; sottolinea “la tua” come se stesse consegnando uno strumento.

E contro chi la usi.”: pausa prima di “contro”; occhi fermi: è la riga più “predatoria” fin qui.

Mia madre diceva sempre che se devi fare qualcosa, tanto vale farla bene.”: entra il tono famigliare; sorriso tenero, quasi nostalgico, ma inquietante perché resta vero.

E che per quasi tutto nella vita, più lo fai più diventa facile.”: voce da nonna che insegna; non rendere comica la frase, deve essere genuina.

Immagino che la cosa valga anche… per gli omicidi.”: pausa lunga sul “…”; lascia che lo sguardo resti neutro: la battuta fa paura se non la “spingi”.

L’unica cosa che volevo era che tu fossi felice.”: addolcisci; qui è amore reale; occhi più caldi, come se Anna fosse davanti.

E lo eri.”: piccola sospensione, quasi un ricordo; sorriso appena accennato.

Non pensavo di poter essere ancora più orgogliosa di te.”: tono materno pieno; attenzione a non “piangere”: è orgoglio, non nostalgia.

Finché non ti ho vista con la piccola Charlotte.”: cambio di temperatura; su “Charlotte” la voce si incrina appena, senza esplodere.

Quando Jack mi aveva chiesto di guardare quella meraviglia di mia nipote ero emozionata.”: respira su “meraviglia”; qui Alice si permette dolcezza.

Il dottore l’aveva chiamata… “Morte in culla”.”: pausa prima del termine clinico;

“morte in culla” va detto quasi piatto, come un referto che non smette di bruciare.

Disse che non era colpa di nessuno, ma Charlotte era stata affidata a me, e io avevo sbagliato.”: su “non era colpa di nessuno” fai un mezzo sorriso amaro; su “io avevo sbagliato” prenditi un secondo di silenzio: è la radice del gesto.

Qualche mese dopo sei scomparsa.”: corto, secco; come se ancora facesse male nominarlo.

I tuoi vecchi video erano tutto quello che avevo.”: sguardo giù; voce più piccola, quasi privata.

Erano un modo per vederti qui con me, per averti vicina.”: accarezza l’aria con un gesto minimo; non “romanticizzare”, resta concreta.

Prima di andare a letto me li concedevo solo cinque minuti, per farli durare.”: ritmo lento; pausa su “cinque minuti”; fai sentire l’ossessione quotidiana, non la poesia.

Andavo sempre dove pensavo tu saresti tornata.”: lo sguardo va lontano, come se vedesse luoghi; corpo immobile, solo occhi.

Ma non l’hai mai fatto.”: colpo secco; niente lacrime: è un dato che ha già digerito trasformandolo in azione.

Invece qualcun altro si.”: micro-pausa prima di “qualcun altro”; lascia salire la gelosia senza urlare.

Regolarmente.”: una parola sola, con peso; sguardo duro, quasi sorridente.

So di essere una ficcanaso.”: qui puoi permetterti ironia; mezzo sorriso.

E allora?”: rapida, sfidante; piccolo alzare del mento.

Ma a me interessavi solo tu.”: torna tenera; lo sguardo si addolcisce davvero, senza manipolazione apparente.

Guardando i tuoi video sono riuscita a tenerti con me per quasi sei mesi.”: voce lenta, come contare giorni; fai sentire la durata come prigionia.

Finché non me ne è rimasto uno solo…”: pausa lunga sul finale; respiro trattenuto.

Era senza etichetta ma… dal primo istante avevo capito cosa fosse.”: sussurra “senza etichetta”; su “dal primo istante” fai un micro-nod: certezza predatoria.

La festa per i tuoi sedici anni.”: pronuncia quasi con cautela; è una stanza che non vuole riaprire, ma lo fa.

All’anniversario della morte di Charlotte ho pregato che tu non tornassi, ma sei tornata.”: qui entra il paradosso; su “ho pregato” voce bassa; su “ma sei tornata” un filo di rabbia trattenuta.

E li hai visti.”: breve, definitivo; silenzio subito dopo.

Avrei voluto urlarti: “Vattene da qui! Vieni a casa con me! C’è qui la tua mamma. Lei non potrà più farti del male.””: quando citi il dialogo interno, cambia leggermente registro: più urgente, più giovane; ma non teatro “grande”: resta un grido che non è uscito.

Chi ha detto “Due torti non fanno una ragione” non aveva fantasia e un coltello affilato.”: sarcasmo controllato; sorriso sottile su “fantasia”; su “coltello” torna neutra, come se parlasse di un utensile.

Nessuno si aspetta che una donna sia una serial killer.”: detta come osservazione sociale; non orgoglio, quasi pragmatismo.

E se aggiungi la vecchiaia, confondi la determinazione con la demenza.”: qui c’è intelligenza; fai una pausa su “determinazione”; lo sguardo è lucido, non “matto”.

Eccomi qui: l’immagine della fragilità.”: piccolo gesto verso il corpo, come presentarsi; una frazione di autoironia.

Ma come la mia mente, la mia memoria è affilata.”: rallenta; su “affilata” occhi fermi, lama.

Come una trappola per orsi.”: non enfatizzare; detta con naturalezza è più inquietante.

Succede così con gli anziani.”: tono da spiegazione; come se stesse parlando a un pubblico.

Come per gli ingressi secondari e chi li usa: vengono spesso dimenticati.”: sguardo laterale, come ricordare porte; pausa dopo “secondari”.

Ignorati.”: parola sola; lasciala cadere.

Sono invisibili.”: abbassa la voce; qui è il cuore della strategia.

Anno, dopo anno, dopo anno.”: ripetizione con ritmo; ogni “anno” un passo, lento.

Stesse serrature. Stesse porte. Stesse chiavi.”: tre colpi secchi; puoi accompagnare con tre micro-gesti delle dita, come contare.

Potevano fermarmi, ma vediamo quello che vogliamo vedere, anche quando abbiamo la verità davanti agli occhi.”: alza leggermente l’intensità; su “verità” fai una pausa: è il titolo, è la condanna.

O sotto i piedi.”: chiusura bassa, minacciosa; sguardo verso il pavimento un istante.

Non avevo intenzione di uccidere Catherine, mandarla in galera per averti abbandonata quella sera era giusto.”: qui è fondamentale la freddezza morale: detta come “equità”; non giustificare, dichiarare.

E mi serviva un assassino per rendere la storia interessante.”: sorriso minimo, quasi professionale; come un’autrice che costruisce trama.

Sapevo che non avresti rischiato.”: dolcezza breve; sguardo verso “Anna” immaginaria.

Jack non ti avrebbe mai abbandonata.”: detta con certezza; una punta di possesso: io so chi ti protegge.

Quello che non avevo previsto è che la Detective Patel avesse una mira del genere.”: qui un lampo di sorpresa divertita; ma piccolo, controllato.

Ma mentirei se dicessi che la cosa mi ha tolto il sonno.”: tono sereno; pausa su “mentirei” per sottolineare l’ironia della parola.

Uccidere Rachel ti ha riportato a casa.”: tre frasi-asse: vanno dette come un bilancio; niente emozione, solo logica.

Uccidere Helen ti ha fatta restare.”: stesso ritmo; mantieni lo sguardo dritto.

Uccidere Zoe ti ha dato la famiglia che avevi perso.”: qui un filo di tenerezza; è l’unica in cui “famiglia” ammorbidisce la lama.

Ti ho scritto questa lettera, amore, perché presto sarai di nuovo madre.”: cambia tono: intimo; su “amore” vera carezza vocale.

Ama i miei nipoti come io ho amato te.”: voce piena, quasi benedizione; pausa dopo “nipoti”.

insegna loro il valore della tenacia, e della pianificazione.”: qui è istruzione, quasi manifesto; scandisci “tenacia” e “pianificazione” come parole chiave.

Preparali per una vita sia orribile, sia meravigliosa.”: alterna i due aggettivi con equilibrio; non appesantire “orribile”, deve suonare realistico.

Imprevedibile.”: parola sola; lasciala sospesa.

Sempre diversa.”: prosegui senza fretta; uno sguardo che si perde.

Tranne che per una cosa.”: pausa netta; cambia temperatura, come annunciare una legge.

Dimostragli che l’amore di una madre non svanisce mai, non si affievolisce.”: qui è preghiera e minaccia insieme; voce calda ma ferma.

E’ costante.”: colpo morbido; breve silenzio.

Incessante.”: leggermente più basso; come una forza che non dorme.

Inarrestabile.”: la parola va “chiusa” senza emozione; è un sigillo.

Con tutto il mio amore, tesoro mio, tua madre.”: non piangere; chiudi con calma, quasi un rituale; lascia un silenzio lungo dopo “madre”, come se la lettera continuasse anche senza parole.

Analisi del monologo di Alice

Questo monologo non è una confessione, ma una dichiarazione di senso. Alice non chiede perdono, non cerca comprensione, non tenta di spiegarsi: organizza il mondo. Fin dalla prima battuta, in cui parla delle “due versioni” di ogni storia, stabilisce il terreno su cui si muove l’intero testo: la verità non è un fatto oggettivo, ma una costruzione narrativa. Chi controlla il racconto controlla anche la colpa.

Il tono iniziale è apparentemente filosofico, quasi pacato. Alice sembra una donna che ha riflettuto a lungo, che ha attraversato il dolore e ora lo osserva con lucidità. Ma questa calma non è pacificazione: è controllo. Ogni frase serve a normalizzare l’orrore che verrà dopo. Quando parla di maschere, di identità, di menzogna, non sta denunciando il male del mondo: sta spiegando perché il suo agire è inevitabile. Le persone non cambiano, dice. Dunque non possono essere salvate, solo gestite.

Il cuore emotivo del monologo non è l’omicidio, ma la maternità. Alice si definisce attraverso il ruolo di madre e non lo mette mai in discussione. Anche quando racconta la morte di Charlotte, la responsabilità non è un peso che la distrugge, ma il punto di origine di una trasformazione. Il dolore non la spezza: la rende efficiente. È qui che il testo diventa profondamente disturbante, perché il lutto non genera fragilità, ma determinazione.

Il racconto dei video di Anna segna una svolta intima. Alice non è una donna che osserva per curiosità, ma per possesso. Guardare quei video è un modo per trattenere la figlia, per impedirle di andarsene davvero. L’ossessione è raccontata con tenerezza, non con vergogna, e questo rende il personaggio ancora più inquietante: Alice non distingue più tra amore e controllo. Per lei coincidono.

Quando arriva al video dei sedici anni, il monologo cambia temperatura. Qui Alice non parla più del mondo, ma di una ferita precisa, di un evento che spiega tutto ciò che seguirà. Il punto cruciale è che Alice crede di aver capito ciò che è successo prima di chiunque altro. Non è l’atto violento in sé a muoverla, ma il fatto che Anna sia rimasta sola, non protetta, non riportata “a casa”. Da questo momento in poi, ogni omicidio viene giustificato come un atto di ricomposizione familiare.

Il passaggio sulla rabbia è una vera dichiarazione di poetica. Alice rifiuta l’idea che la rabbia sia distruttiva in sé. Per lei è carburante, strumento, forza organizzatrice. Non è una rabbia esplosiva, ma canalizzata, educata, addestrata. È la rabbia di chi pianifica. E qui il monologo smette definitivamente di essere confessionale: diventa manuale.

La parte centrale, in cui Alice spiega come sia riuscita a muoversi indisturbata grazie alla vecchiaia e alla presunta demenza, non va mai giocata come rivelazione trionfale. È una constatazione sociale: gli anziani sono invisibili, come gli ingressi secondari. Alice non si vanta, constata. Questo rende il personaggio pericoloso non perché eccezionale, ma perché plausibile.

Quando enumera le uccisioni (“uccidere Rachel… uccidere Helen… uccidere Zoe…”), Alice fa un bilancio, non una confessione. Ogni morte ha uno scopo, un risultato emotivo. Non c’è sadismo, non c’è compiacimento: c’è funzionalità. È il punto in cui l’attore deve resistere alla tentazione di caricare emotivamente il testo. Più è neutra l’esecuzione, più il senso diventa insostenibile per chi ascolta.

Finale Episodio 6

Si sente responsabile per la morte di Charlotte, la nipote lasciata alle sue cure. Dopo la scomparsa della bambina, aveva guardato ossessivamente i video della figlia scomparsa, scoprendo nel frattempo la relazione segreta tra Jack e Rachel. Nell’ultimo video di sua figlia alle superiori, però, aveva compreso la verità più devastante: la ragazza violentata non era stata Catherine, ma Anna stessa. Catherine era fuggita convinta che Anna fosse complice, lasciandola sola in balia degli altri.

Nel giorno dell’anniversario della morte di Charlotte, Alice aveva spiato Jack e Rachel fare sesso, vicino al cimitero, come sempre. Aveva visto anche Anna tornare e assistere alla scena. Rimasta sola con Rachel, l’aveva uccisa. Da quel momento aveva inscenato la propria demenza: uova con i gusci, sparizioni notturne, nudità. Chi avrebbe mai sospettato di un’anziana confusa?

Alice aveva poi rintracciato Catherine, ora Lexy, e deciso che doveva pagare. Dovevano tutte pagare. Conosceva le case, sapeva entrare senza lasciare tracce. Aveva annullato la prenotazione dell’hotel di Anna, piazzato le prove a casa di Lexy (le unghie di Rachel e il coltello della vittima), ucciso Rachel, Helen e Zoe. Ogni omicidio aveva uno scopo: riportare Anna a casa, trattenerla, ridarle una famiglia.

La lettera si chiude con una dichiarazione definitiva: l’amore di una madre non svanisce mai. È inarrestabile.

Anna e Alice si guardano. Non c’è orrore. C’è complicità.

Fine.

Credits e dove vederlo

Regista: -

Sceneggiatura: da un romanzo di Alice Feeney

Produttore: Stephanie Slack Margret H. Huddleston

Cast: Sunita Mani (Priya), Tessa Thompson (Anna), Jon Bernthal (Jack Harper) Pablo Schreiber (Richard), Crystal R. Fox (Alice)

Dove vederlo: Netflix

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