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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Toni nel film Il falsario è un esempio di scrittura cinematografica basata sulla sottrazione e sulla colpa. Attraverso una lettera apparentemente semplice, il personaggio confessa un tradimento irreparabile senza mai cercare perdono. Non c’è sfogo emotivo, ma lucidità, affetto e una domanda morale che resta sospesa: quanto siamo disposti a sacrificare per arrivare dove vogliamo? Analizzare questo monologo significa entrare nel cuore di un personaggio ambiguo, adulto, tragico, e comprendere come parole minime possano sostenere un peso emotivo enorme.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 1:43:30-1:45:00
Durata: 1 minuto 30 secondi
Il film si apre con il rumore secco e ipnotico di una macchina da scrivere. Una voce racconta che, tra gli anni Settanta e Ottanta, a Roma è vissuto un falsario. Questa è solo una delle sue possibili storie.
Sotto una pioggia battente, sul Lungotevere, un uomo sale su un’auto parcheggiata. Racconta le sensazioni provate nel giorno della sua morte. Dentro l’abitacolo lo attende un killer che lo uccide senza esitazione. Subito dopo, un cartello riporta lo spettatore indietro nel tempo: tre anni prima, Lago della Duchessa.
Qui conosciamo Toni, un giovane pittore che disegna paesaggi davanti al lago. A raggiungerlo sono due amici d’infanzia: Fabio, operaio inquieto e sempre più vicino alla lotta armata, e Vittorio, un prete mite ma non privo di ambizioni. I tre partono insieme per Roma, convinti, forse ingenuamente, che stiano per fare qualcosa di grande. Nella Capitale Toni sopravvive come artista di strada, disegnando volti di sconosciuti e dormendo al freddo. La svolta arriva quando incontra una ragazza che lo introduce in un ambiente completamente diverso: una casa elegante dove si tiene una mostra. Qui Toni osserva un pittore famoso, chiamato semplicemente “l’artista”, e soprattutto Donata, gallerista carismatica e magnetica. Toni intuisce subito che quel mondo è fatto di apparenze, denaro e potere. Quando Donata scopre che è capace di copiare perfettamente un autoritratto del Bernini, lo mette alla prova: se riuscirà a replicare un Modigliani in modo indistinguibile dall’originale, lei tornerà.
Mentre Toni lavora ossessivamente alla copia, Fabio ricompare nella sua vita. È entrato nelle Brigate Rosse e gli chiede aiuto per un colpo in un’armeria. La rapina finisce nel caos: un carabiniere viene colpito, Fabio resta ferito, e solo l’intervento di Vittorio evita il peggio. Ma Toni ha ormai messo un piede in un mondo pericoloso. La copia del Modigliani è perfetta. Donata la vende per milioni e Toni scopre che il suo talento può renderlo ricco. La sua ascesa è rapidissima. Nei locali notturni entra in contatto con Balbo, boss della Banda della Magliana, che intuisce subito l’utilità di Toni. Da quel momento il pittore diventa il “falsario” della banda.
Balbo gli offre un atelier, protezione e soldi. In cambio, Toni deve lavorare per loro. È in questo contesto che assiste al suo primo omicidio: un uomo viene ucciso a sangue freddo perché sospettato di parlare troppo. Toni è sconvolto, ma sceglie di restare.
La sua vita cambia completamente. Vive con Donata, guadagna cifre enormi, realizza documenti falsi, passaporti, opere d’arte. Tra questi lavori conosce Sansiro, un giovane armato e ingenuo, con cui nasce un rapporto ambiguo, quasi affettuoso. Intanto Fabio continua a coinvolgerlo nelle attività delle Brigate Rosse. Gli chiede una macchina da scrivere, uno strumento apparentemente innocuo che diventerà centrale nella storia.
Quando alla radio arriva la notizia del rapimento di Aldo Moro, il film entra nella Storia con la S maiuscola. Toni viene contattato da un uomo misterioso e potentissimo: il Sarto. È lui a commissionargli un falso comunicato delle BR che annuncia la morte di Moro. Toni lo realizza con precisione chirurgica. L’Italia precipita nel caos.
Da questo momento Toni capisce di essere diventato qualcosa di diverso da un semplice falsario: è un ingranaggio di un sistema oscuro che muove politica, criminalità e istituzioni. La situazione degenera. Balbo viene eliminato, Donata non regge più quella vita, Fabio viene ucciso dalla polizia dopo aver consegnato a Toni un documento fondamentale: il memoriale originale di Aldo Moro. Toni prova a usarlo come salvacondotto per uscire dal sistema, ma il Sarto arriva sempre prima.

E’ sempre la stessa domanda. Sempre la stessa. Per arrivare dove vuoi arrivare, cosa sei disposto a sacrificare? Io questa volta ho sacrificato di sabotare l’amico mio. Mi dispiace Vittò. Mi dispiace da morire non poterti vedere un’ultima volta. Non poterti abbracciare. Ma tu, Vittorio, tu cosa hai dovuto sacrificare per arrivare dove sei? Lo sai che sei più bravo di me a parole. Ma ti voglio dire che ti voglio bene. Nonostante tutto, io ti voglio bene. Ti voglio così bene che ti lascio pure la macchina mia. Che la berlina che ti eri preso era una cafonata. Io me ne vado, Vittò.
“E’ sempre la stessa domanda.” attacco asciutto, quasi già stanco; pausa breve dopo “domanda” come se la frase tornasse da anni; sguardo fisso (non teatrale), voce bassa ma ferma.
“Sempre la stessa.”: ripetizione come martello; micro-sospensione prima di dirla, poi la lasci cadere; niente ironia: è una constatazione amara.
“Per arrivare dove vuoi arrivare, cosa sei disposto a sacrificare?”: domanda “filosofica” ma con lama sotto; ritmo più lento, accento su “sacrificare”; lo sguardo non accusa, misura.
“Io questa volta ho sacrificato di sabotare l’amico mio.”: qui l’attore deve fare il contrario di ciò che verrebbe naturale: niente esplosione emotiva; ammetti un fatto come un referto; piccolo peso su “amico mio” (come se ti facesse male dirlo).
“Mi dispiace Vittò.”: intimo, quasi domestico; “Vittò” è un gancio affettivo; pausa dopo per far sentire che non è una formula, è un contatto.
“Mi dispiace da morire non poterti vedere un’ultima volta.”: “da morire” va tenuto contenuto, non melodrammatico; lo sguardo cala un attimo, come se Toni evitasse un’immagine troppo vera; respiro leggermente più lungo su “un’ultima volta”.
“Non poterti abbracciare.”: frase breve come un colpo secco; silenzio dopo (mezzo secondo in più del normale); qui si sente la perdita “fisica”, concreta.
“Ma tu, Vittorio, tu cosa hai dovuto sacrificare per arrivare dove sei?” “ma tu” cambia asse: non è più confessione, è specchio; raddoppio di “tu” come puntamento, però senza aggressività; intonazione interrogativa vera (non retorica), come se Toni cercasse una giustificazione.
“Lo sai che sei più bravo di me a parole.”: mezzo sorriso amaro, quasi un riconoscimento; tono più morbido; pausa dopo “parole” come per dire: “io ho fatto, tu hai detto”.
“Ma ti voglio dire che ti voglio bene.”: entra la necessità; “ti voglio dire” è un gesto di urgenza, non di poesia; voce più calda, ma sempre sotto controllo; lo sguardo torna dritto.
“Nonostante tutto, io ti voglio bene.”: qui c’è la contraddizione: bene + tradimento; enfatizza “nonostante tutto” come ammissione di colpa; micro-pausa prima di “io” (come se Toni si prendesse la responsabilità).
“Ti voglio così bene che ti lascio pure la macchina mia.”: attenzione: è una frase che può suonare “leggera”, ma sotto è una condanna; tienila quasi pratica, quotidiana; “pure” va detto come minimizzazione, come se Toni fingesse normalità.
“Che la berlina che ti eri preso era una cafonata.”: qui arriva il meccanismo di difesa: ironia/complicità; accenno di sorriso, tono da amici; serve a mascherare il baratro—quindi non farla troppo comica.
“Io me ne vado, Vittò.”: chiusa definitiva, senza tremare; “me ne vado” è già azione compiuta; “Vittò” finale deve suonare come un ultimo tocco sulla spalla; silenzio lungo dopo, come se la lettera finisse ma la colpa restasse viva.
Questo monologo è costruito come una confessione che non chiede assoluzione. Toni non scrive per essere perdonato, ma per mettere ordine in ciò che ha fatto. L’attacco è circolare (“è sempre la stessa domanda”) e immediatamente chiarisce che non stiamo assistendo a un’esplosione emotiva, bensì a una riflessione che torna da tempo, che ha già sedimentato. L’attore deve sentire che Toni non sta decidendo ora: ha già deciso, e questa lettera è solo la presa d’atto finale.
La domanda sul sacrificio non è retorica: è il cuore tematico del personaggio. Toni non si presenta come vittima delle circostanze, ma come qualcuno che ha scelto consapevolmente di “sabotare l’amico mio”. La parola amico pesa più del verbo sabotare: è lì che passa il conflitto. La forza del monologo sta proprio nel fatto che Toni non cerca giustificazioni ideologiche o morali, ma racconta il tradimento come un dato di realtà, quasi burocratico, lasciando che sia lo spettatore a sentirne l’orrore.
Il tono cambia quando entra l’elemento affettivo. I “mi dispiace” non sono melodrammatici, ma necessari, come se Toni dovesse pronunciarli per poter andare avanti. Il dolore non è urlato: è trattenuto, fisico, espresso in immagini semplici (“non poterti vedere”, “non poterti abbracciare”). Qui l’attore deve evitare qualsiasi compiacimento emotivo: il personaggio si proibisce di indulgere nel dolore, perché farlo significherebbe fermarsi.
Il passaggio centrale, quello in cui Toni ribalta la domanda su Vittorio (“tu cosa hai dovuto sacrificare”), è lo snodo più delicato. Non è un’accusa diretta, ma un tentativo disperato di riequilibrare la colpa. Toni ha bisogno di credere che tutti abbiano pagato un prezzo, non solo lui. Questo rende il personaggio umano e profondamente ambiguo: non cerca di salvarsi, ma di non essere solo nel fango.
Quando Toni riconosce a Vittorio una superiorità “a parole”, il monologo si spoglia ulteriormente. È una dichiarazione di inferiorità espressiva: Toni sa fare, non dire. E proprio per questo sente il bisogno di dire “ti voglio bene” più volte, quasi a martellare un concetto che teme di non aver mai espresso davvero. La ripetizione non è ridondanza: è urgenza.
La parte finale, apparentemente più leggera (la macchina, la berlina “cafonata”), è in realtà una strategia di difesa. Toni prova a riportare tutto su un piano quotidiano, amicale, perché il non detto è insostenibile. È qui che il monologo diventa tragico: la normalità è una maschera prima della sparizione.
La chiusura (“Io me ne vado, Vittò”) non è un addio struggente, ma una constatazione definitiva. Toni non promette nulla, non chiede nulla. Se ne va lasciando dietro di sé affetto, colpa e silenzio. È una fuga che equivale a una morte simbolica: l’ultima falsificazione, la più irreversibile.

La sera della presentazione eccezionale del quadro di Napoleone a ze Pippo, che ne è estasiato, l’uomo torna a casa e trova Donata con le valigie, che non può più sopportare questo stile di vita. Le notizie non sono finite: Balbo muore in un incidente d'auto: qualcuno gli ha tagliato i freni. Toni capisce subito il nesso con il Sarto, e non appena lo vede al cimitero quasi gli salta addosso. Il Sarto non si scompone e gli chiede un’altra commissione con il suo amico delle BR, Bruno: vuole il memoriale integrale del Presidente, non quello messo in giro dai giornali.
Toni rifiuta e in tutta risposta riceve a casa degli uomini che gli rompono le mani. In ospedale riceve la visita di Ze Pippo, che gli dà una lezione: la pazienza, nella vita, è una virtù. Così come il silenzio, sembra addirittura il mandante dei malviventi. Toni ha perso l’uso delle mani, questo per diversi mesi, e non si sente più utile a nulla. Un giorno va a visitare Vittorio, al quale aveva donato dei soldi in beneficenza per una nuova mensa per i poveri. Qui trova anche Fabio, che gli chiede un nuovo passaporto, deve espatriare. Toni accetta, ma prima li invita a giocare a pallone, un ultima volta. Toni torna da Donata, chiedendogli di sposarlo e promettendole di cambiare, e scoprendo che la donna aspetta un figlio da lui.
Toni realizza il passaporto falso, e si congeda con Fabio, che gli consegna il documento di Moro, originale. I due si salutano, per l’ultima volta. Dopo poco la polizia arriva e uccide Fabio. Ma il documento ora è nelle mani di Toni, che sa che sarà il salvacondotto per uscire da qeusta situazione e con l’aiuto di Vincenzo lascia il prezioso documento in un deposito abbandonato. Con la banda organizza il colpo del secolo: ruba 30 miliardi di lire da un deposito sull’Aurelia, spacciandosi per le brigate Rosse.
Ma il Sarto sa che dietro c’è lui, e quando si incontrano, ora è Toni che ha il coltello dalla parte del manico, avendo il documento di Moro. Ma apparentemente, perché il Sarto va proprio da Vittorio, minacciandolo e ricattandolo, dato che sa tutto, del giro di affari in cui era anche lui, dei suoi legami con Toni, e soprattutto… dato che il Sarto stesso ha rapporti altissimi con il Vaticano. Toni riceve la visita di Sansiro, chiamato per ucciderlo. Ma Sansiro gli dice che ricorda il debito che aveva con lui e che è disposto ad aiutarlo, dicendogli che non ha tempo.
Toni corre al nascondiglio e scopre che i documenti non ci sono più, li ha già presi il Sarto, al quale Vittorio si è venduto. E Sansiro deve consegnare un corpo al Sarto. Toni ha un’ultima, folle ida: lui e Vittorio si somigliano tutto, e Toni deve andare via… Toni lascia una lettera a Vittorio, che l’uomo legge nel ristorante sul tevere dove si vedevano sempre. Nella lettera, Toni fa capire che sa tutto, e che sta cercando di scappare e lascia a Vittorio l’ultima cosa che gli è rimasta: la sua macchina. Lui e Toni sono uguali… lo diceva sempre anche sua moglie… e al Sarto, serve un corpo… Vittorio arriva al ristorante a piedi e legge la lettera di Toni, che ha anche le chiavi della macchina. Vittorio entra in auto. Nell’auto di Toni. Dentro, Sansiro, che uccide Vittorio. Sul tevere, Toni entra in un taxi, con Donata felice. Ma l’uomo non dice un parola. La donna non sa ma capisce.
Regista: Stefano Lodovichi
Sceneggiatura: Sandro Petraglia, con la collaborazione di Lorenzo Bagnatori
Cast: Pietro Castellitto (Toni); Giulia Michelini (Donata); Andrea Arcangeli (Don Vittorio); Pierluigi Gigante (Fabione)
Dove vederlo: Netflix

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