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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Kate McKenna in F1 è uno dei momenti chiave del confronto tra esperienza e responsabilità. In poche battute, il personaggio smonta il mito del “lupo solitario” incarnato da Sonny Hayes e riafferma un principio fondamentale: la Formula 1 è uno sport di squadra. Non è uno sfogo emotivo, ma un atto di leadership lucida. Analizziamo perché questa scena funziona così bene dal punto di vista attoriale e narrativo.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 53:19-54:02
Durata: 40 secondi
Il film si apre nel 1993. Durante il Gran Premio di Spagna a Jerez, il giovane talento americano Sonny Hayes, in corsa con la Lotus e lanciato all’inseguimento di Ayrton Senna, è vittima di un incidente devastante. La sua carriera in Formula 1 si interrompe bruscamente, e Sonny sceglie di continuare a correre in categorie minori. Trent’anni dopo lo ritroviamo nel 2023: vive in un camper, è segnato dalla ludopatia, ma non ha perso il bisogno della velocità. Gareggia tra NASCAR, Le Mans e Dakar come pilota a noleggio. Alla 24 Ore di Daytona compie una rimonta spettacolare con una Porsche 911 GT3 R, porta il team alla vittoria… e se ne va senza neppure toccare il trofeo. È il suo rituale: non si lega a nulla.
A cercarlo è il suo ex compagno di squadra Ruben Cervantes, ora proprietario della scuderia di Formula 1 Expensify APXGP, sull’orlo del fallimento. La squadra non ha mai fatto punti in tre anni e rischia la vendita. Ruben gli propone di tornare in F1 non solo come pilota, ma come mentore del giovane talento britannico Joshua Pearce: velocissimo, ma arrogante. Sonny accetta la sfida. Ai test di Silverstone mostra un approccio metodico e razionale, in netto contrasto con l’irruenza di Joshua. Tra i due nascono subito tensioni. Hayes però mette il team davanti al proprio ego: lavora con l’ingegnera Kate McKenna per sviluppare una monoposto più aggressiva in curva e, nei primi GP, arriva persino a correre al limite per favorire i piazzamenti del compagno.
Gli equilibri restano fragili. A Monza Joshua tenta un sorpasso azzardato su Max Verstappen alla Parabolica e si schianta. L’incidente, fortunatamente non fatale, incrina ulteriormente i rapporti. Joshua inizia a comprendere il valore dell’esperienza di Sonny solo dopo aver rivissuto al simulatore l’errore commesso. Nel frattempo la APXGP cresce grazie a un nuovo fondo aerodinamico progettato con il contributo di Sonny, ma una denuncia anonima (poi si scoprirà orchestrata da un membro del consiglio) costringe temporaneamente il team a tornare alla versione meno performante. Sonny, frustrato e senza il suo rituale portafortuna, si schianta a Las Vegas e finisce in ospedale. Ruben lo solleva dall’incarico: le conseguenze dell’incidente del 1993 potrebbero essere fatali.
Ma la storia non è finita.

Sai, scommetto che quando ti guardi allo specchio tu vedi questo turbolento cowboy tutto all’antica, niente fronzoli o cazzate. Uno che prende ordini e va per la sua strada, è? Un lupo solitario. Ma ho una notizia per te. La Formula 1 è uno sport di squadra. Lo è sempre stato, e forse è per questo che non sei arrivato. L’unica domanda qui è questa: “Perché Sonny Hayes è tornato in Formula 1?” Ed è questa domanda che per me è estremamente urgente, cazzo. Io comincerò ad ascoltarti quando finirai una gara.
“Sai, scommetto che quando ti guardi allo specchio tu vedi questo turbolento cowboy tutto all’antica, niente fronzoli o cazzate.” “Sai”: attacco morbido, quasi confidenziale; micro-sorriso che non concede davvero intimità. “scommetto”: sottolinea il gioco mentale; sguardo che “misura” Sonny come un avversario.“quando ti guardi allo specchio”: piccola pausa dopo “specchio”; è un gancio psicologico, non una battuta. “tu vedi questo turbolento cowboy”: ironia asciutta; non caricaturale, più “ti ho letto” che “ti prendo in giro”. “tutto all’antica”: leggero cenno del capo, come un’etichetta già archiviata. “niente fronzoli o cazzate”: ritmo più secco; “cazzate” senza sfogo, detto come dato di fatto (controllo totale).
“Uno che prende ordini e va per la sua strada, è?”. “Uno che prende ordini”: fai sentire la contraddizione; tono quasi curioso, come se stesse verificando una tesi. “E va per la sua strada”: accento su “sua”; qui lo inchioda all’ego. “E’?”: domanda-trappola; pausa subito dopo, sguardo fermo, lascia a Sonny lo spazio per “cadere” senza rispondere.
“Un lupo solitario.” Frase corta, colpo singolo: abbassa leggermente il volume, come una diagnosi clinica. Pausa dopo; non riempire il silenzio: deve pesare.
“Ma ho una notizia per te.” “Ma”: cambio marcia netto; via l’ironia, entra l’autorità.
“ho una notizia”: niente enfasi; è una lama avvolta nella carta. “Per te”: piccolo passo in avanti (o invasione minima dello spazio), per far sentire che ora parla “da dentro” la squadra.
“La Formula 1 è uno sport di squadra.” Dilla semplice, pulita, senza rabbia: è il principio morale della scena. Pausa dopo “squadra”: lascia che la frase si depositi come una sentenza.
“Lo è sempre stato, e forse è per questo che non sei arrivato.” “Lo è sempre stato”: tono storico, innegabile; sguardo non accusatorio, ma definitivo. “E forse”: micro-ammorbidimento strategico (non è pietà, è precisione); “è per questo”: accento qui; la causa; “che non sei arrivato”: non sputarla come insulto; dilla con freddezza controllata, quasi dispiaciuta. Pausa lunga dopo: è la ferita.
“L’unica domanda qui è questa: ‘Perché Sonny Hayes è tornato in Formula 1?’” “L’unica domanda”: restringi il campo; come se spegnesse tutte le luci intorno; “qui”: indica lo spazio (garage, team, realtà); la parola deve “ancorare” al presente; “è questa”: ritmo lento, prepara la domanda come un atto ufficiale. “Perché Sonny Hayes”: pronuncia il nome completo con distanza, non con familiarità; “è tornato”: accento su “tornato”; implica passato irrisolto; “in Formula 1?”: alza appena l’intonazione solo alla fine; poi silenzio, come se aspettasse una verità, non una scusa.
“Ed è questa domanda che per me è estremamente urgente, cazzo.” “Ed è questa domanda”: ripetizione volontaria; martella senza urlare; “per me”: personalizza, ma non emotivizzare; è responsabilità professionale; “estremamente urgente”: accelera leggermente il ritmo, come pressione che sale; “cazzo”: non esplosione—valvola di sfogo controllata; detto tra i denti, più stanchezza che aggressività.
“Io comincerò ad ascoltarti quando finirai una gara.”; “Io”: rivendica leadership; postura stabile, niente gesticolazione eccessiva; “comincerò ad ascoltarti”: sottolinea “comincerò” (non “ascoltarti”); finora non hai meritato attenzione; “quando finirai una gara”: chiusura implacabile, tono basso e definitivo. Pausa finale lunga, sguardo fermo ma non ostile: è un confine, non una vendetta.
Questo monologo funziona perché è una presa di posizione lucida. Kate non sta litigando: sta ristabilendo gerarchie. Sonny arriva con l’atteggiamento del veterano carismatico, l’uomo che “sa come funziona il mondo”. Lei lo osserva, lo lascia parlare, poi interviene con un’operazione chirurgica: smonta la narrazione che lui ha di sé. La prima parte è quasi ironica. Quando descrive il “turbolento cowboy”, Kate non sta insultando Sonny, sta raccontandogli il personaggio che lui interpreta ogni giorno. È un’analisi, non un attacco. Il tono deve essere controllato, persino leggermente divertito. Ma sotto questa ironia c’è già il primo colpo: l’idea che quel modello – il lupo solitario – in Formula 1 non funziona. Il cuore del monologo è la frase “La Formula 1 è uno sport di squadra”. Qui cambia la temperatura. Non è più una provocazione personale: è un principio. Kate parla da ingegnera, da professionista che lavora in un sistema collettivo. È qui che il discorso diventa serio. E quando aggiunge “forse è per questo che non sei arrivato”, l’affondo è netto ma non urlato. La forza sta proprio nella calma. Se l’attrice alza troppo il volume, perde autorità.
Poi arriva la domanda chiave: “Perché Sonny Hayes è tornato in Formula 1?”. Questa non è solo una domanda narrativa, è il motore del film. Kate verbalizza ciò che lo spettatore sta pensando. Non è interessata al fascino, né al passato glorioso. Vuole capire le motivazioni. E quando dice che per lei quella domanda è “estremamente urgente”, emerge la pressione: la squadra rischia di crollare, il progetto è fragile, e lei non può permettersi un uomo che giochi al mito romantico. La chiusura è la vera dichiarazione di potere: “Io comincerò ad ascoltarti quando finirai una gara.” Non è una minaccia, è un criterio. Kate non rifiuta Sonny. Gli mette una condizione. Dimostra che il rispetto, in questo ambiente, si guadagna in pista, non con le parole. Per un’attrice è una scena preziosa perché lavora su autorità, controllo e tensione trattenuta. Non è rabbia. È leadership.

Alla vigilia dell’ultimo GP ad Abu Dhabi, Sonny scopre che la denuncia tecnica era un sabotaggio interno. Convince Ruben a concedergli un’ultima gara, mentre la FIA autorizza di nuovo l’utilizzo del fondo innovativo. La gara finale è una battaglia strategica. Sonny orchestra una corsa perfetta per mettere Joshua in testa. Negli ultimi giri però l’usura gomme favorisce Lewis Hamilton e Charles Leclerc, che superano la APXGP. Poi accade l’imprevisto decisivo: un contatto con George Russell provoca una bandiera rossa. La sospensione consente alla APXGP di montare gomme nuove, un vantaggio che cambia tutto. Alla ripartenza Sonny e Joshua attaccano in modo coordinato e superano Leclerc e Hamilton.
Si arriva a un duello generazionale: Joshua contro Hamilton. Il ruota a ruota termina con un incidente che elimina entrambi. Sonny si ritrova leader all’ultimo giro. Con una guida lucida, controllata, quasi silenziosa, Hayes resiste al ritorno di Leclerc e conquista la sua prima vittoria in Formula 1. Salva la scuderia dalla vendita. Sul podio non tocca il trofeo: lo consegna a Ruben. Il gesto chiude il cerchio iniziato trent’anni prima. Nel finale Joshua rifiuta un’offerta della Mercedes per restare fedele alla squadra. Sonny, con la carta portafortuna in tasca, si congeda in silenzio. Si ritira dalla F1 e torna alla sua vita nomade, pronto a correre la Baja 1000.
Non è una storia di ritorno per restare.
È una storia di ritorno per chiudere i conti.
Regista: Joseph Kosinski
Sceneggiatura: Ehren Kruger
Cast: Brad Pitt (Sonny Hayes); Damson Idris (Joshua "Noah" Pearce); Kerry Condon (Kate McKenna); Javier Bardem (Ruben Cervantes); Callie Cooke (Jodie)
Dove vederlo: Apple TV

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