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~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo di Keila da Berlino e i gioielli di Parigi è una trappola perfetta per attrici: sembra leggero, quasi comico, ma sotto ha imbarazzo, desiderio, perdita di controllo e autoanalisi. Se stai cercando un monologo femminile per provino che mostri ritmo, precisione e sottotesto senza cadere nella macchietta, questo fa per te. Michelle Jenner lo regge proprio perché non interpreta “la nerd buffa”: interpreta una donna lucidissima che scopre, con orrore e fascinazione, di desiderare la persona sbagliata.
Film/Serie: Berlino e i gioielli di Parigi
Personaggio: Keila
Attore/Attrice: Michelle Jenner
Stagione/Episodio oppure Minutaggio: Minutaggio 30:00-34:00
Durata monologo: 4 minuti
Difficoltà: 8/10 — ritmo alto, ironia e desiderio da tenere insieme
Emozioni chiave: imbarazzo, attrazione, disgusto, curiosità, eccitazione
Adatto per: provini seriali, ruoli brillanti con sottotesto, personaggi intelligenti e nevrotici
Dove vederlo: Netflix
Keila, in Berlino e i gioielli di Parigi, è una donna razionale, timida, molto cerebrale. Ha una visione precisa del mondo, dei gusti, perfino del tipo di uomo che dovrebbe piacerle. Il problema è che Bruce manda all’aria tutta questa costruzione: è rude, fisico, impulsivo, quasi l’opposto del suo ideale dichiarato.
Nel momento del monologo, Keila racconta a Cameron ciò che le sta succedendo.
Non è una confessione romantica classica: è più una diagnosi in tempo reale di un cortocircuito. Cerca di spiegare l’attrazione con il linguaggio della logica, ma il corpo le sfugge continuamente di mano. Ed è qui che il pezzo diventa interessante per un’attrice: non stai raccontando solo una cotta, stai mostrando una mente brillante che perde il controllo.

Ho sempre avuto un’idea molto chiara di quello che mi piace e non mi piace. Per i libri mi piacciono i classici e odio i best-seller. Per il cibo adoro la moussaka e odio il fritto. E per gli uomini, quelli educati, curiosi e intelligenti mi piacciono molto. E non sopporto quelli volgari che ti fissano e dicono oscenità. Sai, tutti quei ragazzi superficiali che vivono facendosi selfie a torso nudo e ì le moto. Capisci che voglio dire? E’ andato tutto a farsi friggere. Un soggetto volgare, disprezzabile e maleducato si è connesso con una parte del mio cervello, del sistema nervoso, che ne so, chiamalo istinto. Non mi piace Bruce. No, non mi piace, per niente, no. E’ che… io lo vedo lì, sporco e sudato, e mi vengono delle vampate. Il ritmo cardiaco accelera e… mi viene una fortissima dispnea. Hai presente?
Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.
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La sensazione di non avere abbastanza ossigeno nei polmoni? Perché, quando chiudo gli occhi lo vedo lì nelle catacombe che si getta l’acqua addosso. E vedo come l’acqua gli scorre sulla pelle. E la collana con l’ancora che porta ogni volta che si muove gli colpisce il petto. E fa klong-klong, klong-klong. Lo vedo come un loop, come una GIF, come se mi chiamasse. Clong-clong, c’è qualcuno? Le sue mutante. Una volta le ho viste sbucargli dai pantaloni, la striscia di elastico bainco. E ora mi torna sempre in mente la marca: Lobo. Lupo ripetuto su tutto l’elastico. Lupo, Lupo, Lupo, Lupo, Lupo. E poi è successa una cosa inaspettata… è che… mi sono fissata con il suo odore. Beh, lo annuso. Quando si avvicina o quando mi passa davanti io lo… lo annuso. Assomiglia all’odore di un uomo. Di uno… di uno rude. Di feromoni. Beh, sarà sudore ma ha sempre fatto schifo. Però adesso passa Bruce e… Annuso.
“Ho sempre avuto un’idea molto chiara di quello che mi piace e non mi piace.”: Parti con controllo, quasi da relazione tecnica. Schiena dritta, mento leggermente alto: Keila qui crede ancora di dominare il discorso.
“Per i libri mi piacciono i classici e odio i best-seller. Per il cibo adoro la moussaka e odio il fritto.”: Qui il ritmo può essere più veloce, ordinato, quasi schematico. Usa una precisione asciutta, da persona che cataloga il mondo.
“E per gli uomini, quelli educati, curiosi e intelligenti mi piacciono molto.”: Non flirtare con questa frase: è una dichiarazione di principio, non un sogno romantico. Dai accento a “educati, curiosi e intelligenti” con tre appoggi netti.
“E non sopporto quelli volgari che ti fissano e dicono oscenità.”: Qui entra il fastidio, ma controllato.
“Sai, tutti quei ragazzi superficiali che vivono facendosi selfie a torso nudo e ì le moto. Capisci che voglio dire?”: Concediti un filo di ironia, ma breve.
“E’ andato tutto a farsi friggere.”: Qui cambia marcia: entra la resa dei conti. Piccola espirazione prima della frase, come se ammettessi una sconfitta.
“Un soggetto volgare, disprezzabile e maleducato si è connesso con una parte del mio cervello, del sistema nervoso, che ne so, chiamalo istinto.”: Questa è la parte più divertente e più difficile del monologo Keila Berlino e i gioielli di Parigi. Parti da linguaggio scientifico e lascia che il controllo si sfaldi poco a poco.
“Non mi piace Bruce. No, non mi piace, per niente, no.”: Negazione troppo rapida = verità scoperta. Evita di marcare troppo il comico: deve sembrare una bugia mal riuscita.
“E’ che… io lo vedo lì, sporco e sudato, e mi vengono delle vampate.”: Qui arriva il primo cedimento fisico. Pausa vera dopo “E’ che…”, come se stessi decidendo se dire troppo.
“Il ritmo cardiaco accelera e… mi viene una fortissima dispnea. Hai presente? La sensazione di non avere abbastanza ossigeno nei polmoni?”: Ottimo punto per far sentire il corpo. Accelera appena il respiro senza trasformarlo in esercizio visibile.
“Perché, quando chiudo gli occhi lo vedo lì nelle catacombe che si getta l’acqua addosso. E vedo come l’acqua gli scorre sulla pelle.”: Qui non racconti: visualizzi. Rallenta molto, come se stessi davvero vedendo quella scena adesso.
“E la collana con l’ancora che porta ogni volta che si muove gli colpisce il petto. E fa klong-klong, klong-klong.”: Questa battuta vive di dettaglio ossessivo. Mima appena il suono con il ritmo, ma senza effetto cabaret.
“Lo vedo come un loop, come una GIF, come se mi chiamasse. Clong-clong, c’è qualcuno?”: Qui entra il lato compulsivo. Dai progressione: loop, GIF, mi chiamasse devono crescere in intensità.
“Le sue mutante. Una volta le ho viste sbucargli dai pantaloni, la striscia di elastico bainco.”: Questa parte è delicatissima: basta poco per farla diventare volgare. Dilla con vergogna analitica, come se stessi confessando un dettaglio assurdo ma reale.
“E ora mi torna sempre in mente la marca: Lobo. Lupo ripetuto su tutto l’elastico. Lupo, Lupo, Lupo, Lupo, Lupo.”: Qui il ritmo diventa ossessivo. Ogni “Lupo” deve essere un colpo mentale, non una gag.
“E poi è successa una cosa inaspettata… è che… mi sono fissata con il suo odore.”: Pausa lunga sui puntini, come se stessi entrando nella parte più imbarazzante. Occhi bassi, poi coraggio improvviso su “odore”.
“Beh, lo annuso. Quando si avvicina o quando mi passa davanti io lo… lo annuso.”: Qui l’errore più comune è spingere troppo sulla comicità. Invece serve sincerità imbarazzata.
“Assomiglia all’odore di un uomo. Di uno… di uno rude. Di feromoni.”: Fai tre gradini: uomo, rude, feromoni. Ogni parola va cercata, come se Keila stesse costruendo una teoria ridicola ma necessaria.
“Beh, sarà sudore ma ha sempre fatto schifo. Però adesso passa Bruce e… Annuso.”: Chiusura perfetta se la fai secca. “ha sempre fatto schifo” va detto con lucidità brutale.
Questo monologo è interessante perché mette insieme due cose che in scena raramente convivono bene: comicità e desiderio autentico. Io credo che il cuore di questa scena sia nel conflitto tra identità e istinto. Keila sa benissimo chi pensa di essere, che tipo di uomo dovrebbe scegliere, che tipo di immagine vuole dare di sé. Ma il corpo le sta dicendo altro, e il corpo, in questa scena, vince.
Il punto chiave è che Bruce non viene idealizzato: viene quasi studiato come un fenomeno inspiegabile. E proprio per questo l’attrazione è più vera. Keila non sta facendo poesia sull’amore, sta verbalizzando un’ossessione fisica che la imbarazza. Michelle Jenner in Berlino e i gioielli di Parigi funziona perché non cerca di rendere Keila “adorabile”: la lascia intelligente, goffa, lucidissima e a tratti perfino impietosa con se stessa.
L’errore più comune sarebbe farne una scena solo buffa. Il pubblico riderà, sì, ma l’attrice non deve cercare la risata. Attenzione a non cadere nella trappola di “fare la nerd”. Questo pezzo funziona solo se sotto ogni dettaglio assurdo c’è una verità concreta: eccitazione, vergogna e perdita di controllo.

Funziona per: ruoli femminili brillanti con sottotesto erotico; personaggi intelligenti e nevrotici; provini seriali contemporanei; scene dove serve ritmo verbale e precisione.
Evitalo se: ti chiedono un monologo drammatico puro; il casting cerca forte vulnerabilità tragica; hai poco tempo e rischi di tagliarlo male.
Si abbina bene con: un secondo monologo più fermo e doloroso, magari familiare o drammatico, per mostrare l’altro lato del registro.
Se lavori su questo pezzo, concentrati su una cosa: Keila non vuole fare scena, vuole capire cosa le sta succedendo. È lì che nasce tutto. E quando arrivi all’ultima parola, “Annuso”, non cercare l’effetto: lascia che sia il pubblico a rendersi conto di quanto è andata lontano.
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