Monologo Kevin McKay (Matthew McConaughey) | The Lost Bus

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~ LA REDAZIONE DI RC

Analisi del monologo di Kevin McKay in "The lost bus"

Il Monologo di Kevin McKay The Lost Bus è una confessione dura. Bloccato nel cuore dell’incendio, Kevin racconta una vita segnata dal rimandare, dalle seconde possibilità mancate e da un rapporto irrisolto con la figura paterna. Il monologo non cerca empatia né assoluzione, ma mette a nudo un senso di colpa che attraversa passato e presente. Analizzarlo significa comprendere come la recitazione possa reggersi sulla sottrazione, sulla progressione emotiva e su una verità che arriva solo alla fine.

  • Scheda del monologo

  • Contesto del film

  • Testo del monologo (estratto+note)

  • Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa

  • Finale del film (con spoiler)

  • Credits e dove trovarlo

Scheda del monologo

Film: The lost bus
Personaggio: Kevin McKay
Attore: Matthew McConaughey

Minutaggio: 1:41:06-1:43:50

Durata: 1 minuto 50 secondi

Difficoltà: 7,5/10 memoria emotiva + progressione + verità senza retorica

Emozioni chiave: rimpianto profondo, senso di colpa, vergogna, desiderio di riscatto, fallimento genitoriale, impotenza

Contesto ideale per un attore nell’interpretarlo: momenti di resa emotiva, non di conflitto, confessione fatta quando ormai è tardi

Dove vederlo: Apple Tv

Contesto di "The lost bus"

Paradise, California del Nord. È l’autunno del 2018 e la contea di Butte vive giorni di tensione costante. La siccità è estrema, i venti soffiano con violenza e l’allerta rossa per incendi boschivi è in vigore da giorni. In questo contesto fragile torna Kevin McKay, un uomo che cerca di rimettere insieme la propria vita. Da poco ha ricominciato a lavorare come autista di scuolabus nel distretto locale e vive con suo figlio adolescente Shaun e con la madre anziana Sherry. Paradise rappresenta per lui un tentativo di stabilità, un luogo dove ripartire.

La mattina dell’8 novembre tutto precipita. Nelle prime ore dell’alba viene segnalato un incendio lungo la State Route 70, nei pressi del ponte Pulga. I vigili del fuoco intervengono, ma il fumo, il vento e le difficoltà del terreno rendono subito chiaro che non si tratta di un rogo ordinario. Nel giro di poco tempo nuovi focolai si accendono anche a Concow, una piccola comunità poco distante. Le fiamme si muovono rapidamente, alimentate da raffiche che superano i 100 chilometri orari, e iniziano a convergere in un unico fronte.

Kevin, intanto, dovrebbe consegnare l’autobus per una manutenzione ordinaria, ma una serie di problemi familiari e la preoccupazione per la salute del figlio lo spingono a rientrare verso casa, ignorando la routine lavorativa. Mentre l’incendio avanza e Paradise Est viene dichiarata zona da evacuare, la macchina dei soccorsi si muove con difficoltà, cercando di capire se sia possibile contenere il fuoco o se sia già troppo tardi.

Alla scuola elementare Ponderosa, nel caos crescente, rimangono ventidue bambini che non sono stati ancora prelevati dai genitori. Serve un autobus per portarli in salvo verso un punto di raccolta alternativo. Kevin è l’ultimo autista disponibile in zona, con un mezzo vuoto e una scelta davanti: andare via, o tornare indietro. Dopo una comunicazione via radio con la direttrice dei trasporti scolastici, accetta l’incarico. Sale a bordo anche l’insegnante Mary Ludwig. Da quel momento, il film si trasforma in una corsa contro il tempo.

Testo del monologo + note

Ho passato tutta la vita a scappare da Paradise, e ora desidero solo costruirmi una vita qui. Quando ho ricevuto la chiamata per andare a prendere i bambini, ho pensato che forse avrei avuto… Una seconda possibilità, se riuscivo a riportarli a casa, capisci? Ma non puoi aspettare sempre una seconda possibilità. Ho parlato con mio padre l’ultima volta 28 anni fa. Avevo 16 anni, era la vigilia di Natale e abbiamo litigato, perché non avevo finito qualcosa che avevo iniziato. La stessa lite di sempre. E lui si avventò contro di me. Sai, come aveva già fatto tante volte in passato. Ma quella sera ho reagito, non so perché. L’ho aggredito, urlando. Ricordo solo che me ne sono andato sbattendo la porta di casa. Non volevo vederlo mai più. E lui mi disse gridando: “Vorrei che tu fossi morto”. Prima era questione di orgoglio. Poi, dopo qualche anno, la mia vita è andata a rotoli. Me ne vergognavo. Qualche mese fa stavo facendo il turno di notte, a Reno. E ho ricevuto una telefonata. Era mia madre che mi diceva: “Kevin, torna a casa, tuo padre è malato. ” Ho guidato tutta la notte. Ma sono arrivato tardi. E’ morto quella mattina. Ero in ritardo come figlio. E ora lo sono come padre. Quante volte mio figlio ha avuto bisogno di me? E ora è tardi. Non ci sono stato. 

“Ho passato tutta la vita a scappare da Paradise, e ora desidero solo costruirmi una vita qui.”: apertura in confessione, non in dramma; tono basso e stanco, come se lo ammettesse a sé stesso; pausa dopo “Paradise” per far sentire il cambio di direzione; sguardo fuori dal parabrezza, poi torna su Mary.

“Quando ho ricevuto la chiamata per andare a prendere i bambini, ho pensato che forse avrei avuto…”: ritmo più rapido, come se cercasse un senso; l’ellissi è reale: si blocca perché la parola pesa; respiro spezzato prima di continuare, evita l’enfasi.

“Una seconda possibilità, se riuscivo a riportarli a casa, capisci?”: “seconda possibilità” va detto piano, quasi vergognandosi di sperarlo; su “capisci?” guarda Mary in modo diretto ma non supplichevole; micro-pausa dopo “casa”.

“Ma non puoi aspettare sempre una seconda possibilità.”: frase-sentenza; abbassa il tono, rallenta; non accusare nessuno, è autocritica; lascia un silenzio dopo, come se quella verità lo colpisse.

“Ho parlato con mio padre l’ultima volta 28 anni fa.”: qui cambia la temperatura; “28 anni” va detto come un numero assurdo, con un mezzo sorriso amaro che muore subito; sguardo si abbassa, memoria che parte.

“Avevo 16 anni, era la vigilia di Natale e abbiamo litigato, perché non avevo finito qualcosa che avevo iniziato.”: racconta in modo quasi cronachistico, come se rimettere ordine lo tenesse in piedi; “vigilia di Natale” non va colorato, più lo dici semplice più fa male; su “qualcosa che avevo iniziato” un accenno di vergogna, spalle appena in avanti.

“La stessa lite di sempre.”: taglio netto; pausa prima e dopo; sguardo fisso, come una constatazione vecchia; evita ironia, è rassegnazione.

“E lui si avventò contro di me.”: cambia il corpo, piccola tensione nelle braccia; voce più bassa, più scura; non accelerare, qui entra il pericolo reale.

“Sai, come aveva già fatto tante volte in passato.””: “Sai” non è una parola, è un riflesso fisico: un colpo di memoria; subito dopo torna a razionalizzare; “tante volte” va detto senza rabbia, come normalità disturbante.

“Ma quella sera ho reagito, non so perché.”: qui nasce la colpa; “ho reagito” non è orgoglio, è sorpresa; su “non so perché” guarda lontano, come se non si fidasse di sé.

“L’ho aggredito, urlando.”: non interpretare l’urlo, raccontalo; voce un filo più dura, poi subito frena; breve pausa dopo “aggredito” come se si vergognasse a dirlo.

“Ricordo solo che me ne sono andato sbattendo la porta di casa.”: “Ricordo solo” è dissociazione, protezione; gesto minimo con la mano come a chiudere una porta; ritmo più lento, visivo.

“Non volevo vederlo mai più.”: frase semplice, infantile; non caricarla di odio, è rigidità; sguardo a terra, come se giudicasse il sedicenne che era.

“E lui mi disse gridando: ‘Vorrei che tu fossi morto’.”: prepara la citazione con una pausa; la frase del padre va detta senza imitazione teatrale, quasi piatta per farla risultare ancora più violenta; dopo, silenzio lungo: lascia che l’aria cambi.

“Prima era questione di orgoglio.”: qui rientra la lucidità adulta; tono più controllato; “orgoglio” è una parola che pesa, pronunciala con disprezzo verso sé stesso, non verso il padre.

“Poi, dopo qualche anno, la mia vita è andata a rotoli.”: “poi” apre un capitolo; ritmo più veloce come per non restare lì; su “andata a rotoli” un micro-cenno del capo, ammissione.

“Me ne vergognavo.”: frase corta, nuda; abbassa molto la voce; sguardo sfuggente, come se fosse la cosa più difficile da dire di tutto il monologo.

“Qualche mese fa stavo facendo il turno di notte, a Reno.”: ritorno al concreto; tono neutro, quasi da routine; “turno di notte” può avere stanchezza fisica, come se lo sentisse addosso.

“E ho ricevuto una telefonata.”: pausa prima e dopo; la frase va detta come uno scatto che interrompe la vita; occhi che si alzano, come se sentisse ancora quel suono.

“Era mia madre che mi diceva: ‘Kevin, torna a casa, tuo padre è malato.’”: “mia madre” addolcisce e ferisce insieme; la citazione della madre va detta con delicatezza, quasi rispettosa; su “torna a casa” lascia un mezzo respiro (il richiamo); non imitare la voce, basta l’intenzione.

“Ho guidato tutta la notte.”: frase di azione, rapida; qui c’è urgenza e speranza; corpo leggermente in avanti, come ancora al volante.

“Ma sono arrivato tardi.”: colpo secco; taglia la frase; pausa lunga dopo “tardi”; la parola deve cadere, non essere recitata.

“E’ morto quella mattina.”: quasi sussurrata; niente lacrime “da scena”, solo vuoto; lo sguardo si svuota un secondo, come se l’immagine tornasse.

“Ero in ritardo come figlio.”: frase-sigillo; tono basso e definitivo; non giudicare, constata; piccola pausa prima di “come figlio” per farlo arrivare.

“E ora lo sono come padre.”: parallelo che schiaccia; guarda verso la parte del bus dove immagina suo figlio; qui la voce può tremare, ma resta contenuta.

“Quante volte mio figlio ha avuto bisogno di me?”: domanda senza risposta, non retorica; lascia la frase sospesa; sguardo su Mary come se chiedesse solo di essere ascoltato, non consolato.

“E ora è tardi.”: ripetizione del tema “tardi”; pronunciata più piano della precedente, come resa; un respiro lungo prima di dirla.

“Non ci sono stato.”: chiusura minimalista, devastante; quasi senza voce; non aggiungere gesti, non “commentare” con il volto; lascia un silenzio pieno dopo, perché è lì che il monologo finisce davvero.

Analisi del monologo di Ray Martinez in "The lost Bus"

Il monologo di Kevin McKay è una confessione che nasce nel momento peggiore possibile: quando l’esterno è fuori controllo e non c’è più spazio per fingere. Kevin non parla per spiegarsi, né per essere perdonato. Parla perché la situazione estrema dell’incendio rende impossibile continuare a rimandare una verità che lo accompagna da tutta la vita. Il cuore del monologo è il tema del “ritardo”: essere sempre arrivato dopo, come figlio prima e come padre poi. All’inizio Kevin mette in ordine il proprio passato attraverso un contrasto netto: per anni ha cercato di fuggire da Paradise, e solo ora sente il desiderio di restare. Questo desiderio, però, non è sereno: nasce da un bisogno di riscatto. Quando racconta della chiamata per andare a prendere i bambini, emerge l’illusione di una seconda possibilità, non come premio, ma come tentativo di correggere una traiettoria già segnata. È importante che l’attore non carichi questa parte di eroismo: Kevin non si sente un salvatore, si sente uno che prova a rimediare.

Il monologo cambia profondamente quando entra la figura del padre. Il racconto diventa più lineare, quasi cronachistico, perché Kevin ha bisogno di distanziarsi emotivamente per riuscire a dirlo. L’episodio della lite, la violenza, la fuga di casa e la frase “vorrei che tu fossi morto” non vengono usati per accusare il padre, ma per spiegare una frattura mai sanata. La vergogna arriva dopo, quando Kevin ammette che la sua vita è andata a rotoli e che proprio per questo non ha trovato il coraggio di tornare indietro. Qui il monologo lavora su una verità scomoda: non sempre si resta lontani per orgoglio, a volte lo si fa per vergogna. La telefonata della madre e la corsa notturna verso casa introducono un’illusione tardiva di riparazione, che viene immediatamente negata dall’arrivo “troppo tardi”. La morte del padre non è il punto più emotivo del monologo; lo è la consapevolezza successiva. Kevin capisce che il ritardo non riguarda solo il passato, ma il presente. Il parallelo tra figlio e padre chiude il cerchio: ciò che non ha saputo fare come figlio, ora teme di ripeterlo come padre. Le ultime domande sul figlio non cercano risposta, perché Kevin sa già la verità. Il monologo si chiude senza consolazione, lasciando un vuoto che non chiede di essere riempito, ma semplicemente riconosciuto.

Finale "The lost bus"

Quando l’autobus lascia la scuola, Paradise non è più una città: è un labirinto di fumo, fiamme e traffico bloccato. Le strade sono congestionate da auto ferme, persone in fuga, mezzi di soccorso che cercano di aprirsi un varco. Il fuoco si muove più veloce delle decisioni umane. Kevin si ritrova a guidare quasi alla cieca, con una visibilità ridotta a pochi metri e il peso di ventidue vite affidate alle sue mani. Il finale del film non punta sull’eroismo spettacolare, ma sulla resistenza quotidiana. Kevin e Mary devono prendere decisioni istintive, spesso senza informazioni certe: fermarsi o avanzare, girare o restare fermi, proteggere l’autobus dalle fiamme che lo circondano. I bambini, inizialmente spaventati, diventano una presenza silenziosa che amplifica la tensione: ogni scelta sbagliata avrebbe conseguenze irreversibili.

Quando la situazione sembra ormai senza via d’uscita, l’autobus diventa un rifugio mobile, una bolla fragile in mezzo all’inferno. Il film accompagna lo spettatore fino all’esito finale senza scorciatoie emotive, mostrando il costo fisico e psicologico di quelle ore. La salvezza, quando arriva, non è trionfale: è stanca, sporca di cenere, segnata dalla consapevolezza che non tutti ce l’hanno fatta. L’epilogo si allarga poi al quadro reale dell’incendio Camp Fire: il più letale nella storia della California, con migliaia di abitazioni distrutte e decine di vittime. Senza enfasi didascalica, il film ricorda che ciò che abbiamo visto non è finzione eroica, ma il frammento di una tragedia collettiva. Il viaggio dell’autobus finisce, ma resta la sensazione che la vera storia sia quella di una comunità spezzata, sopravvissuta solo in parte, e di persone comuni costrette a diventare responsabili di qualcosa di enormemente più grande di loro.

Credits e dove vederlo

Regia: Paul Greengrass

Produzione:Apple Studios, Blumhouse Productions, Comet Pictures

Sceneggiatura: Paul Greengrass, Brad Ingelsby

Cast: Matthew McConaughey (Kevin McKay) America Ferrera (Mary Ludwig); Yul Vazquez (Ray Martinez); Ashlie Atkinson (Ruby)
Dove vederlo: Apple Tv

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