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~ LA REDAZIONE DI RC
Monologo di Ray Martinez in The Lost Bus è un esempio di recitazione trattenuta e autorità sotto pressione. In poche battute, il comandante dei vigili del fuoco comunica una decisione irreversibile: smettere di combattere l’incendio per salvare quante più vite possibile. Il valore del monologo non sta nel pathos esplicito, ma nel controllo, nella lucidità forzata e nel peso morale che ogni parola porta con sé. Analizzarlo significa entrare nel cuore di una scena di crisi, dove l’attore deve reggere la stanza senza mai chiedere empatia.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 1:37:54-1:39:27
Durata: 1 minuto 30 secondi
Difficoltà: 6,5/10: gestione del controllo + crollo finale + autorità credibile
Emozioni chiave: responsabilità schiacciante, impotenza, colpa collettiva, lucidità amara, rabbia trattenuta
Contesto ideale per un attore nell’interpretarlo: comunicazione di crisi reale (protezione civile, emergenze, disastri naturali), momento in cui devi “reggere la stanza” mentre tutto va perso, discorso pubblico dopo una decisione moralmente devastante
Dove vederlo: Apple Tv
Contesto di "The lost bus"
Paradise, California del Nord. È l’autunno del 2018 e la contea di Butte vive giorni di tensione costante. La siccità è estrema, i venti soffiano con violenza e l’allerta rossa per incendi boschivi è in vigore da giorni. In questo contesto fragile torna Kevin McKay, un uomo che cerca di rimettere insieme la propria vita. Da poco ha ricominciato a lavorare come autista di scuolabus nel distretto locale e vive con suo figlio adolescente Shaun e con la madre anziana Sherry. Paradise rappresenta per lui un tentativo di stabilità, un luogo dove ripartire.
La mattina dell’8 novembre tutto precipita. Nelle prime ore dell’alba viene segnalato un incendio lungo la State Route 70, nei pressi del ponte Pulga. I vigili del fuoco intervengono, ma il fumo, il vento e le difficoltà del terreno rendono subito chiaro che non si tratta di un rogo ordinario. Nel giro di poco tempo nuovi focolai si accendono anche a Concow, una piccola comunità poco distante. Le fiamme si muovono rapidamente, alimentate da raffiche che superano i 100 chilometri orari, e iniziano a convergere in un unico fronte.
Kevin, intanto, dovrebbe consegnare l’autobus per una manutenzione ordinaria, ma una serie di problemi familiari e la preoccupazione per la salute del figlio lo spingono a rientrare verso casa, ignorando la routine lavorativa. Mentre l’incendio avanza e Paradise Est viene dichiarata zona da evacuare, la macchina dei soccorsi si muove con difficoltà, cercando di capire se sia possibile contenere il fuoco o se sia già troppo tardi.
Alla scuola elementare Ponderosa, nel caos crescente, rimangono ventidue bambini che non sono stati ancora prelevati dai genitori. Serve un autobus per portarli in salvo verso un punto di raccolta alternativo. Kevin è l’ultimo autista disponibile in zona, con un mezzo vuoto e una scelta davanti: andare via, o tornare indietro. Dopo una comunicazione via radio con la direttrice dei trasporti scolastici, accetta l’incarico. Sale a bordo anche l’insegnante Mary Ludwig. Da quel momento, il film si trasforma in una corsa contro il tempo.

Buon pomeriggio. Sono il comandante Martinez. Verso le 6:30 di questa mattina è stato segnalato un incendio vicino al ponte Pulga, 12 kilometri a est di Paradise. L’incendio si è propagato rapidamente, rendendo vani i nostri sforzi per contenerlo. E approssimativamente alle 8:30 l’incendio è entrato nella città di Paradise. Poco fa ho dovuto dare l’ordine di cessare le operazioni di spegnimento, a Paradise, e di limitarsi a salvare vite umane. Ci sono ancora migliaia di abitanti intrappolati, o che stanno cercando di fuggire. Nonostante si stia facendo tutto ciò che è possibile fare per aiutarli, nonostante i nostri sforzi, questa comunità sta affrontando la furia dell'incendio, da sola. Quindi… vi chiediamo di pazientare. Lascio la parola allo sceriffo Thomas che ha maggiori informazioni per voi. Noi torniamo al nostro lavoro, grazie. Vorrei aggiungere solo una cosa. Ogni anno gli incendi sono sempre più estesi, e ce ne sono sempre di più. La verità è che ci comportiamo da idioti. Grazie.
“Buon pomeriggio.”: attacco neutro, istituzionale; micro-pausa dopo “pomeriggio” per prendere la stanza; sguardo in scansione, non cerca empatia ma controllo.
“Sono il comandante Martinez.”: dichiarazione di ruolo, non di ego; voce ferma, leggermente più bassa (autorità); accenno di cenno del capo come “mi assumo la responsabilità”.
“Verso le 6:30 di questa mattina è stato segnalato un incendio vicino al ponte Pulga, 12 kilometri a est di Paradise.”: ritmo informativo, quasi da bollettino; enfatizza “6:30” e “12 kilometri” con precisione asciutta; nessuna emotività in faccia, serve credibilità.
“L’incendio si è propagato rapidamente, rendendo vani i nostri sforzi per contenerlo.”: qui entra la prima crepa; “rapidamente” va detto come una constatazione dura; piccola pausa dopo “rapidamente”; su “vani” una stretta di mascella, colpa trattenuta.
“E approssimativamente alle 8:30 l’incendio è entrato nella città di Paradise.”: “approssimativamente” è una parola-ancora (sta misurando il caos); non accelerare; su “entrato” fai un micro-rallentamento: è il punto in cui la tragedia diventa urbana, non più bosco.
“Poco fa ho dovuto dare l’ordine di cessare le operazioni di spegnimento, a Paradise, e di limitarsi a salvare vite umane.”: frase chiave, qui l’attore deve “reggere il peso”; pausa breve dopo “Poco fa”; “ho dovuto” va detto senza difesa, come fatto inevitabile; separa con una piccola sospensione “cessare…” / “e di limitarsi…”; su “vite umane” abbassa leggermente il volume, come se lo dicesse a sé stesso prima che agli altri.
“Ci sono ancora migliaia di abitanti intrappolati, o che stanno cercando di fuggire.””: qui l’immagine entra in testa; sguardo si fissa un secondo nel vuoto (visualizza); “intrappolati” con una pressione in più, ma senza piangere; la seconda parte “che stanno cercando di fuggire” va più veloce, come un flusso che non si riesce a controllare.
“Nonostante si stia facendo tutto ciò che è possibile fare per aiutarli, nonostante i nostri sforzi, questa comunità sta affrontando la furia dell'incendio, da sola.”: doppia ripetizione “Nonostante… nonostante…” è una martellata; fai una pausa microscopica tra le due per far sentire l’insistenza; su “questa comunità” sposta lo sguardo verso le persone (riconoscimento, non retorica); “da sola” va lasciata cadere, quasi in fondo al respiro, come una resa controllata.
“Quindi… vi chiediamo di pazientare.”: i tre puntini sono reali: pausa piena, senti il rumore della sala; non è attesa “educata”, è un tentativo di tenere insieme il panico; “pazientare” va detto con delicatezza, come se sapesse che è una richiesta impossibile.
“Lascio la parola allo sceriffo Thomas che ha maggiori informazioni per voi.”: cambio funzione, da guida a coordinatore; tono pratico, riprende il protocollo; piccolo cenno verso destra/sinistra dove immagina lo sceriffo; evita l’urgenza qui, serve ordine.
“Noi torniamo al nostro lavoro, grazie.”: “Noi” è collettivo, non eroico; pronuncia “lavoro” come cosa concreta (mani, fumo, sirene); “grazie” asciutto, non caloroso: un grazie di chi non può restare.
“Vorrei aggiungere solo una cosa.”: svolta emotiva sotto traccia; pausa prima di dirlo, come se stesse decidendo se è opportuno; sguardo più diretto, meno istituzionale: sta per parlare da uomo, non solo da comandante.
“Ogni anno gli incendi sono sempre più estesi, e ce ne sono sempre di più.”: frase ampia, quasi da consapevolezza storica; ritmo più lento, come un verdetto; “ogni anno” con amarezza; non indignazione, stanchezza.
“La verità è che ci comportiamo da idioti.”: non urlare; colpisce se resta semplice; fai un respiro prima di “La verità”; su “idioti” niente sarcasmo: è un’ammissione collettiva, include sé stesso; sguardo fermo, non accusatorio, come se dicesse “lo sappiamo”.
“Grazie.”: chiusura secca; un ultimo micro-cenno, poi via con il corpo prima ancora della mente; lascia un silenzio dopo, non riempirlo con facce o emozioni extra.
Il monologo di Ray Martinez funziona perché nasce da una contraddizione insanabile: deve essere una comunicazione pubblica, ordinata e rassicurante, mentre racconta il fallimento del controllo. Martinez non parla per spiegare, parla perché è costretto a farlo. Ogni frase è il risultato di una pressione enorme che viene tenuta a bada con il linguaggio dell’istituzione: orari, distanze, cronologia. L’attore non sta “informando”, sta contenendo una realtà che rischia di esplodere anche dentro di lui. La prima parte del discorso è costruita come un bollettino. Questo non è distacco emotivo, ma una strategia di sopravvivenza: finché i fatti restano numeri e coordinate, la tragedia rimane gestibile. Il punto di svolta arriva quando Martinez pronuncia la frase sull’ordine di cessare le operazioni di spegnimento. Qui il linguaggio tecnico si incrina, perché non sta più descrivendo un evento, ma una decisione morale. Non è il fuoco ad aver vinto: è l’uomo che ha dovuto scegliere cosa salvare e cosa no. Questo passaggio richiede un lavoro attoriale di sottrazione estrema, perché il dolore non deve mai diventare esplicito, ma restare compresso sotto la superficie.
Quando parla delle migliaia di persone intrappolate, il monologo si apre brevemente all’immagine umana della catastrofe, ma subito dopo torna a richiudersi. Martinez non può permettersi di restare lì, perché sa che se lo fa perde il controllo del discorso e forse di sé stesso. La frase “questa comunità sta affrontando la furia dell’incendio, da sola” è il cuore emotivo del monologo: non è una denuncia, è una constatazione lucida, detta da chi sa di aver fatto tutto il possibile e proprio per questo sente il peso dell’impotenza. La richiesta di “pazientare” è forse il momento più crudele del testo. È una parola gentile usata in un contesto disumano. L’attore deve far sentire che Martinez sa quanto sia inadeguata, ma non ha alternative. Subito dopo, il ritorno al protocollo – passare la parola allo sceriffo, tornare al lavoro – serve a rimettere una distanza di sicurezza tra sé e la comunità.
Il vero scarto arriva solo alla fine, con l’aggiunta non prevista. Qui Martinez smette per un istante di essere solo il comandante e parla come cittadino, come essere umano stanco di vedere lo stesso disastro ripetersi ogni anno. La frase finale non è rabbiosa, non è polemica: è una verità detta senza protezioni, che include chi parla tanto quanto chi ascolta. Proprio per questo funziona. Il monologo non si chiude con un’emozione, ma con un vuoto, lasciando allo spettatore il compito di reggere ciò che resta.

Quando l’autobus lascia la scuola, Paradise non è più una città: è un labirinto di fumo, fiamme e traffico bloccato. Le strade sono congestionate da auto ferme, persone in fuga, mezzi di soccorso che cercano di aprirsi un varco. Il fuoco si muove più veloce delle decisioni umane. Kevin si ritrova a guidare quasi alla cieca, con una visibilità ridotta a pochi metri e il peso di ventidue vite affidate alle sue mani. Il finale del film non punta sull’eroismo spettacolare, ma sulla resistenza quotidiana. Kevin e Mary devono prendere decisioni istintive, spesso senza informazioni certe: fermarsi o avanzare, girare o restare fermi, proteggere l’autobus dalle fiamme che lo circondano. I bambini, inizialmente spaventati, diventano una presenza silenziosa che amplifica la tensione: ogni scelta sbagliata avrebbe conseguenze irreversibili.
Quando la situazione sembra ormai senza via d’uscita, l’autobus diventa un rifugio mobile, una bolla fragile in mezzo all’inferno. Il film accompagna lo spettatore fino all’esito finale senza scorciatoie emotive, mostrando il costo fisico e psicologico di quelle ore. La salvezza, quando arriva, non è trionfale: è stanca, sporca di cenere, segnata dalla consapevolezza che non tutti ce l’hanno fatta. L’epilogo si allarga poi al quadro reale dell’incendio Camp Fire: il più letale nella storia della California, con migliaia di abitazioni distrutte e decine di vittime. Senza enfasi didascalica, il film ricorda che ciò che abbiamo visto non è finzione eroica, ma il frammento di una tragedia collettiva. Il viaggio dell’autobus finisce, ma resta la sensazione che la vera storia sia quella di una comunità spezzata, sopravvissuta solo in parte, e di persone comuni costrette a diventare responsabili di qualcosa di enormemente più grande di loro.
Regia: Paul Greengrass
Produzione:Apple Studios, Blumhouse Productions, Comet Pictures
Sceneggiatura: Paul Greengrass, Brad Ingelsby
Cast: Matthew McConaughey (Kevin McKay) America Ferrera (Mary Ludwig); Yul Vazquez (Ray Martinez); Ashlie Atkinson (Ruby)
Dove vederlo: Apple Tv

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