Motorvalley: analisi del monologo di Blu, tra alette di pollo tandoori e carcere

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~ LA REDAZIONE DI RC

Analisi del monologo di Blu in "Motorvalley Episodio 2"

Il monologo di Blu in Motorvalley sulle alette di pollo tandoori è uno dei momenti più sottili della stagione. Sotto una superficie ironica e leggera, la scena nasconde un tema centrale: l’abbandono. Blu racconta la notte del suo arresto come un aneddoto buffo, ma tra una battuta e l’altra emerge il vuoto lasciato da sua madre. È un monologo che funziona solo se l’attore riesce a dosare ironia e verità, senza mai cadere nel melodramma.

  • Scheda del monologo

  • Contesto del film

  • Testo del monologo (estratto+note)

  • Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa

  • Finale del film (con spoiler)

  • Credits e dove trovarlo

Scheda del monologo

Film: Motorvalley Episodio 2
Personaggio: Blu Venturi
Attrice: Caterina Forza

Minutaggio: 27:34-28:38

Durata: 1 minuto 4 secondi

Difficoltà: 6/10 gestione del sottotesto + alternanza leggerezza/dolore + cambio tono improvviso

Emozioni chiave: Autoironia difensiva, Vergogna mascherata, Abbandono, Rabbia trattenuta, Intimità improvvisa

Contesto ideale per un’attrice: Contesti in cui il personaggio arriva ad abbassare la guardia, nel raccontare qualcosa; monologhi che passano da leggerezza e complicità a racconti di un dramma nascosto.

Dove vederlo: Netflix

Contesto di "Motorvalley Episodio 2"

La notte prima dell’idoneità sportiva, Blu partecipa a una gara clandestina. La mattina seguente Elena capisce le regole: Blu è sotto controllo, dovrà firmare moduli e permessi per ogni spostamento. Se ne salta anche solo uno, torna in galera. Elena arriva alle prove e scopre che Blu non si è presentata. È Ettore a mostrare un video della gara clandestina della sera prima. Quando Blu finalmente arriva, tra lei e Arturo scatta un litigio duro. Elena li ferma e mette i termini in faccia a entrambi, senza romanticismi: Arturo deve allenarla, altrimenti Sergio lo farà fuori; Blu deve ascoltarlo e guidare bene, altrimenti finisce di nuovo dentro. A complicare tutto entra Giulio, il fratello di Elena. È furioso: Elena sta usando soldi e risorse per costruire una scuderia e correre contro di lui, una guerra familiare che passa attraverso sponsor, controllo dell’azienda e reputazione. Il conflitto Dionisi si fa sempre più personale e velenoso.

Si arriva all’idoneità. Blu parte bene ma sul finale perde il controllo e finisce fuori pista. Idoneità revocata: ha dieci giorni per ripresentarsi. Blu ha il talento, ma non ha ancora la testa. E mentre tutto vacilla, lei continua a scambiarsi sguardi con Paolo, il pilota dell’Alpha Blaze: una tensione che cresce in silenzio, fatta di provocazioni, riconoscimento reciproco e quell’energia tipica di due persone che si somigliano troppo. La squadra si sposta a lavorare in modo più isolato, prendendo base in un casolare di Elena. Qui emergono davvero gli attriti: Blu non regge l’autorità di Arturo, Arturo non regge l’anarchia di Blu. Elena prova a infilare una verità che pesa come un macigno: nonostante ciò che Blu crede, Arturo era la persona che più voleva bene a suo padre Michele. È una frase che non risolve nulla, ma apre una crepa nella certezza di Blu. E nelle serie, le crepe sono sempre più importanti delle esplosioni.

Il giorno dopo parte l’allenamento vero. Arturo sveglia Blu prestissimo e la sottopone a un training quasi brutale: spaccare legna, portare pesi al collo, lavorare su postura e resistenza, reggersi sulle onde su una tavola. Blu lo vive come una punizione senza senso, perché nella sua testa guidare è solo istinto e coraggio. Elena, invece, difende Arturo e insiste sul metodo: le dà persino libri e materiale per capire davvero il mezzo, il corpo, la tecnica. Blu reagisce come reagiscono quelli che hanno paura di essere controllati: chiama Ahmed a “salvarla” da quel buco.

Nel frattempo Elena e Arturo restano soli e, per la prima volta, si permettono di abbassare la guardia. Parlano del passato, della stima, dei dettagli che Elena ricordava di lui quando era un pilota leggendario. L’aria si scalda: stanno quasi per baciarsi. Ma il momento si spezza quando capiscono che Blu se n’è andata. Ahmed la porta in un club, e Arturo ed Elena li seguono senza entrare, come se fossero due adulti che osservano da fuori una deriva inevitabile.

Dentro, Blu e Ahmed finiscono in scazzottata. Arturo decide di non intervenire: non per indifferenza, ma per una filosofia dura e lucidissima. Qualunque cosa ci sia nella testa di un pilota, deve essere il pilota a cambiarla. Anche Elena osserva da lontano e non interviene. È un passaggio chiave: qui si vede che in questa “famiglia” nessuno salva nessuno. Si può solo creare le condizioni perché l’altro scelga.

E infatti Blu, più tardi, si sfida da sola. Guida ad alta velocità senza accendere i fari, con Ahmed accanto terrorizzato, e per la prima volta percepisce l’auto in modo diverso: non solo potenza, ma ascolto. Il mattino dopo, alle cinque, Blu è già sveglia a spaccare la legna senza che Arturo la chiami. È il primo segnale concreto: la disciplina sta entrando nel suo corpo.

Nel frattempo Giulio continua a informarsi sulla macchina di Elena. Nel casolare, tra un allenamento e l’altro, Elena, Blu e Arturo iniziano a scambiarsi racconti: ragazzate, scelte discutibili, passati sporchi. Blu racconta come finì in carcere la sera dei suoi diciotto anni e si sofferma su un dettaglio che brucia: sua madre non andò a trovarla. Poi parla con Arturo di Michele e dell’incidente che coinvolse entrambi. Michele e Arturo erano come fratelli, migliori amici. Questa informazione non cancella l’ombra, ma la rende più complessa: se erano fratelli, allora la colpa di Arturo è più tragica che malvagia. Non è un “cattivo” semplice da odiare. È una ferita che cammina.

Blu prende sempre più sul serio l’allenamento, ripete l’idoneità e questa volta la supera. È pronta per la prima gara ufficiale: il Mugello. L’esordio della squadra va forte, addirittura oltre le aspettative, e Blu sale rapidamente sul podio. Ma è proprio lì che riemerge il suo problema: la foga. Blu vuole sorpassare Paolo a tutti i costi, perde lucidità, finisce al bordo pista e brucia quattro posizioni. Conclude quinta. 

Testo del monologo + note

Invece, la sera in cui mi hanno beccata ero con Ahmed. Si è voluto fermare al fast food, ok? Dice: “Prendiamo le alette di pollo tandoori”. Tipo… 10 minuti tsunami nell’intestino. Ci siamo dovuti fermare in mezzo alla campagna. E poi quando siamo tornati indietro, c’erano le guardie appoggiate alla macchina con la sirena accesa. Quella notte facevo 18 anni, e quelle cazzo di alette tandoori hanno fatto scattare la mezzanotte. E così la polizia mi ha portata dentro. E mia mamma, Arianna, non la vedo dal processo. Non è neanche venuta quando sono uscita di galera. Va beh… per dire che il pollo tandoori è tipo una mina antiuomo, no?

Invece, la sera in cui mi hanno beccata ero con Ahmed.”: attacco colloquiale, come se correggesse la direzione del racconto; tono confidenziale; sguardo che cerca complicità (non confessione); micro-pausa dopo “beccata” per far atterrare il fatto.

Si è voluto fermare al fast food, ok?”: ritmo rapido, quasi di scusa; “ok?” come gancio al pubblico per farli entrare; mezzo sorriso difensivo; spalle leggermente su, come a dire “non è colpa mia”.

Dice: ‘Prendiamo le alette di pollo tandoori’.”: cambio di voce quando imita Ahmed (leggero, non caricaturale); gesto minimo con la mano come a citare; pausa breve dopo “Dice” per preparare la battuta.

Tipo… 10 minuti tsunami nell’intestino.”: comico fisico ma asciutto; pausa su “Tipo…” per dare tempo all’immagine; sorriso che arriva e si spegne subito; evita la volgarità recitata “di pancia”: deve restare una cronaca.

Ci siamo dovuti fermare in mezzo alla campagna.”: tono da “assurdo quotidiano”; rallenta leggermente; sguardo laterale come se rivedesse il posto; piccola risata trattenuta, più imbarazzo che divertimento.

E poi quando siamo tornati indietro, c’erano le guardie appoggiate alla macchina con la sirena accesa.”: qui cambia la temperatura; abbassa il volume senza diventare drammatica; pause naturali dopo “indietro” e dopo “guardie”; occhi fissi, immagine nitida; niente gesticolazione: è il momento in cui il corpo si irrigidisce.

Quella notte facevo 18 anni,”: frase-chiave, va pulita; micro-sospensione prima di “18”; sguardo si abbassa un attimo come se sentisse il peso del numero; niente pathos esplicito, solo consapevolezza.

e quelle cazzo di alette tandoori hanno fatto scattare la mezzanotte.”: rabbia che fa capolino ma resta controllata; “cazzo” non urlato, è un graffio; accelera su “hanno fatto scattare” e poi pausa su “mezzanotte” (è il simbolo: da minorenne a adulta, ma dentro).

E così la polizia mi ha portata dentro.”: frase detta quasi senza colore, come un dato; respiro corto prima di “dentro”; sguardo fermo, non chiede pietà; lascia un silenzio di mezzo secondo dopo, perché lì la scena cambia per davvero.

E mia mamma, Arianna, non la vedo dal processo.”: il cuore del monologo; rallenta nettamente; pronuncia “Arianna” con semplicità (non veleno); sguardo non accusatorio ma vuoto; pausa dopo “Arianna,” come se il nome bruciasse; voce più bassa, quasi piatta: l’abbandono è normalizzato.

Non è neanche venuta quando sono uscita di galera.”: colpo secco, senza melodramma; enfatizza “neanche” con una micro-sottolineatura; sguardo si alza un istante verso Elena/Arturo come a dire “capite?”; subito dopo distoglie, perché non vuole restare esposta.

Va beh…”: valvola di sfogo; mezzo sorriso che non convince; pausa lunga quel tanto che basta a far sentire il tentativo di chiudere il discorso; gesto minimo di spallucce, ma trattenuto.

per dire che il pollo tandoori è tipo una mina antiuomo, no?”: ritorno alla maschera comica; ritmo più leggero, ma con un fondo amaro; “no?” come richiesta di complicità per cambiare argomento; sorriso che arriva solo alla fine; lascia un silenzio dopo la battuta, perché sotto c’è la frase non detta: “mia madre non c’era”.

Analisi del monologo di Blu in "Motorvalley"

Il monologo di Blu sulle “alette tandoori” è uno di quei momenti che sembrano leggeri, quasi da sit-com, ma che in realtà aprono una frattura profonda nel personaggio. La forza della scena non sta nell’arresto, ma nel modo in cui Blu racconta l’arresto. Sta passando una serata tranquilla con Elena e Arturo, si raccontano episodi del passato, e lei abbassa la guardia. Non sta cercando compassione, non sta chiedendo giustificazioni. Sta semplicemente raccontando.

La prima parte del monologo ha un ritmo brillante, colloquiale. Blu parla di Ahmed, del fast food, delle alette di pollo tandoori con un tono quasi cinematografico, come se stesse ricostruendo una scena buffa. C’è ironia, c’è complicità, c’è il piacere di far ridere gli altri. L’attore qui deve stare attento a non trasformare la comicità in caricatura: è un racconto spontaneo, non una gag preparata. Il dettaglio del “tsunami nell’intestino” funziona proprio perché è raccontato come una memoria reale, non come una battuta costruita. Poi arriva il primo cambio di temperatura: il ritorno alla macchina e le guardie appoggiate con la sirena accesa. Il tono non diventa drammatico, ma si abbassa. È il momento in cui il ricordo smette di essere divertente e diventa immagine. Qui serve una sottrazione: meno gesto, meno sorriso, più presenza.

La frase decisiva è “Quella notte facevo 18 anni”. È un dettaglio apparentemente neutro, ma è il cuore simbolico del monologo. Non è solo l’arresto. È il passaggio all’età adulta coinciso con la perdita della libertà. Non va caricata. Va detta quasi con lucidità, come un dato che solo dopo si è capito quanto fosse enorme.

Quando Blu dice che “quelle cazzo di alette tandoori hanno fatto scattare la mezzanotte”, la rabbia entra in scena, ma resta controllata. Non è un’esplosione. È un’ironia amara. Sta ancora provando a restare nella leggerezza, a non affondare.

E poi arriva la vera ferita: la madre. “E mia mamma, Arianna, non la vedo dal processo.” Qui la scena cambia definitivamente. Non c’è più comicità. Non c’è più ritmo veloce. C’è un vuoto. La potenza sta proprio nel non enfatizzare. Il nome “Arianna” non va lanciato come un’accusa, ma pronunciato come un’abitudine dolorosa. Blu non è una figlia che urla. È una ragazza che ha interiorizzato l’abbandono.

La frase successiva – “Non è neanche venuta quando sono uscita di galera” – è il colpo secco. Non ha bisogno di volume. Anzi, più è asciutta, più fa male. È qui che l’attore deve evitare qualsiasi melodramma: la forza sta nella normalità con cui Blu racconta qualcosa di anormale. Il “Va beh…” che segue è la vera chiusura emotiva. È una fuga. È il tentativo di rimettere la maschera prima che qualcuno possa entrare troppo dentro. La battuta finale sul pollo come “mina antiuomo” riporta il tono verso l’ironia, ma sotto resta l’eco della frase precedente. E quel piccolo silenzio dopo la battuta è fondamentale: è lì che il pubblico sente tutto ciò che Blu non dice.

Finale "Motorvalley Episodio 2"

Dopo la corsa, Blu e Paolo litigano per le provocazioni in pista e vengono separati. Arturo la richiama all’uso della testa, mentre Elena, pur consapevole dell’errore, le riconosce il valore. Arturo poi va in ospedale dal padre Vittorio e gli chiede se ricorda Blu, la figlia di Michele e Arianna. Vittorio la ricorda e dice una cosa che Arturo incassa come un pugno lento: Blu gli ha sempre ricordato lui, lo stesso Arturo. Arturo capisce che loro due sono simili. E questo, per lui, è terrificante e bellissimo insieme: perché se Blu è “come lui”, allora potrebbe ripetere i suoi errori. O riscattare la sua storia.

La sera Elena porta l’auto in scuderia da Arturo e decide di dare un nome alla squadra: SC 17. È un nome che per Arturo è ancora un mistero, ma suona come un marchio identitario, un simbolo che sta prendendo forma. Mandano poi una foto a Blu, che a casa osserva vecchi documenti e ricordi di suo padre insieme ad Arturo: immagini che rendono il passato più reale, più vicino, più ingombrante. Subito dopo, Blu riceve un follow inaspettato su Instagram: Paolo. Un gesto piccolo, ma narrativamente enorme: la rivalità si sta trasformando in qualcosa di diverso.

Mentre Arturo ed Elena si stuzzicano e si cercano con sguardi e mezze frasi, arriva l’ultimo colpo di scena. Elena riceve un messaggio segreto: il giorno dopo deve ritirare la macchina. L’assegno risulta scoperto. Elena non dice nulla ad Arturo. E mentre la squadra festeggia l’ingresso nel campionato, lei resta sola con un pensiero: come risolvere un problema che può far crollare tutto.

Credits e dove vederlo

Creato da: Matteo Rovere

Produzione: Groenlandia

Cast: Luca Argentero (Arturo Belini); Giulia Michelini (Elena Dionisi); Caterina Forza

(Blu Venturi)
Dove vederlo: Netflix

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