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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Poppy sulle piccole città in People We Meet on Vacation racconta l’origine più profonda della sua paura di fermarsi. In poche frasi, il personaggio lega un trauma adolescenziale al bisogno costante di viaggiare, spiegando perché restare significa essere intrappolata in un’identità decisa dagli altri. Non è uno sfogo, ma una confessione lucida che chiarisce l’intero arco narrativo di Poppy: la fuga non è capriccio, è sopravvivenza. Ed è proprio da qui che nasce il suo modo di amare.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Durata: 17:00-18:00
Minutaggio: 1 minuto
Emozioni chiave Vergogna interiorizzata, solitudine infantile, umiliazione, rabbia trattenuta, desiderio di riscrivere la propria identità, bisogno di libertà
Contesto ideale per un’attrice nell’interpretarlo monologo realistico/intimo, Scene partner-based (funziona benissimo con ascolto reale dell’altro)
Dove vederlo: Netflix
Poppy è una giornalista di viaggi che racconta al mondo i benefici dell’andare in vacanza da soli. Le sue parole dipingono un’immagine luminosa e indipendente, ma le immagini iniziali del film ribaltano subito questa idea: la solitudine, se portata all’estremo, può diventare inquietante. Il suo capo, Swopna, le fa notare che i suoi articoli sono tecnicamente impeccabili ma emotivamente disturbanti: Poppy dovrebbe raccontare la gioia del viaggio, non la sua parte più cupa.
Appena rientrata a casa da uno dei suoi viaggi, Poppy riceve una telefonata da David, il migliore amico di Alex, che sta per sposarsi. L’invito riapre una ferita mai chiusa: tra Poppy e Alex, migliori amici da anni, qualcosa si è rotto due estati prima, durante un viaggio in Toscana. Alex e la sua fidanzata Sarah si sono lasciati, e David è convinto che Poppy e Alex chiariranno. Lei, inizialmente restia, finisce per partire. Destinazione ufficiale: Barcellona.
Il film torna indietro nel tempo, a nove anni prima, quando Poppy e Alex si incontrano per la prima volta. Lei è espansiva, impulsiva, sempre in movimento; lui è introverso, preciso, legato alle abitudini. Un viaggio iniziato per caso diventa una giornata condivisa fatta di imprevisti, silenzi imbarazzati e confessioni notturne. Alex racconta la morte prematura della madre, Poppy rivela una ferita profonda legata al giudizio subito nella sua città natale. Nasce un’amicizia autentica, fondata sull’ascolto e sul rispetto.
Estate dopo estate, Poppy e Alex mantengono una promessa: una vacanza insieme ogni anno, qualunque cosa accada nelle loro vite. In Canada fingono di essere una coppia appena sposata per ottenere servizi gratuiti, scoprendo un’intesa sorprendente. In Norvegia, quando Poppy si ammala e non riesce a partire, Alex rinuncia al viaggio per restarle accanto, trasformando la vacanza in un’intimità silenziosa e domestica. In mezzo, ci sono relazioni parallele, tentativi di normalità, partner che non riescono mai a entrare davvero nel loro mondo.
La frattura arriva due anni prima del presente, durante una vacanza in Toscana. Alex arriva con Sarah, Poppy con Trey. È la prima volta che i due condividono il loro spazio con altre persone e tutto si incrina: visioni di vita opposte, compromessi forzati, gelosie mai dichiarate. Una notte Poppy teme di essere incinta e chiama Alex. Tra i due scatta un bacio che rompe definitivamente l’equilibrio. Il giorno dopo, Alex annuncia a Poppy di aver chiesto a Sarah di sposarlo e, soprattutto, che non faranno più vacanze insieme da soli. Per Poppy è una perdita devastante: non sta perdendo un viaggio, ma la persona più importante della sua vita.
Torniamo al presente. A Barcellona, Poppy e Alex si ritrovano. L’imbarazzo iniziale lascia spazio alla nostalgia, poi alla verità. Durante la cena di prova del matrimonio, Poppy ammette di essere lì perché le manca il suo migliore amico. Alex, però, non riesce più a fingere: senza Poppy, la sua vita è rimasta sospesa.
La notte prima del matrimonio, i due si confrontano finalmente. Alex confessa che è scomparso perché innamorato di lei, e che stare accanto a Poppy senza poterla scegliere era diventato insostenibile. I sentimenti repressi emergono e i due fanno l’amore, mettendo fine a nove anni di non detti.

Sono arrivata lì a 11 anni. E mi sentivo tanto sola. Ero sempre esclusa da qualunque cosa. Ma alla fine, mi hanno invitato a una festa. Subito prima del liceo. Ho giocato a “Sette minuti in Paradiso”. Brian Kelvey mi ha dato un bacio. Esperienza orribile. Il giorno dopo a scuola… tutti ridevano di me. Aveva detto a tutti che gli avevo fatto un pompino. Così per tre anni sono stata… “Porno-Poppy”. E’ questo il problema delle piccole città. Una volta che hanno deciso chi sei è finita. Per questo voglio viaggiare. Puoi essere davvero chi vuoi, invece di essere chi dicono loro.
“Sono arrivata lì a 11 anni.” : attacco semplice, quasi cronachistico; non “caricare” subito il dolore—è un dato che apre la ferita; sguardo morbido, come se rivedesse la scena.
“E mi sentivo tanto sola.”: abbassa leggermente la voce; pausa micro su “tanto” per far emergere la misura emotiva; non cercare pietà, lascia che sia una constatazione.
“Ero sempre esclusa da qualunque cosa.”: ritmo più compatto, come un elenco che ha ripetuto nella testa mille volte; sguardo a lato, non su Alex—qui è memoria, non richiesta.
“Ma alla fine, mi hanno invitato a una festa.”: piccolo cambio di energia, quasi un sollievo; sorriso accennato e subito spento, come se ricordasse quanto ci aveva creduto.
“Subito prima del liceo.”: specifica temporale che stringe il nodo; pausa breve dopo la frase, per far capire che è un momento “soglia”.
“Ho giocato a ‘Sette minuti in Paradiso’.”: tono neutro, quasi distaccato; evita ironia facile: l’effetto deve essere di normalità che sta per diventare incubo.
“Brian Kelvey mi ha dato un bacio.”: detto piano, come se il nome fosse ancora appiccicoso; micro-pausa prima di “bacio”; non romanticizzare: è un fatto, non un ricordo dolce.
“Esperienza orribile.”: taglio netto; non urlare né piangere—è la frase più “dura” proprio perché asciutta; sguardo negli occhi di Alex un secondo, poi via.
“Il giorno dopo a scuola…”: sospensione vera; la pausa qui deve pesare, perché è l’istante in cui capisce che la storia non è finita nella stanza; respiro più corto.
“tutti ridevano di me.”: voce più bassa, quasi vergogna; “tutti” è la parola che schiaccia—sottolineala senza enfasi, come una sentenza; spalle leggermente chiuse.
“Aveva detto a tutti che gli avevo fatto un pompino.”: qui serve precisione e coraggio: pronunciare la frase senza scusarsi; non accelerare per imbarazzo; sguardo fermo, come a dire “questo è il fatto, ed è successo”.
“Così per tre anni sono stata…”: rallenta; la sospensione è il momento in cui sente addosso il soprannome; respiro che si blocca appena, come se lo stesse ancora subendo.
“‘Porno-Poppy’.”: dillo quasi sottovoce, ma chiaro; non trasformarlo in battuta né in shock: è una cicatrice; subito dopo lascia un silenzio breve, per far arrivare il peso.
“E’ questo il problema delle piccole città.”: cambio di registro: dal personale al politico; tono più lucido, più adulto; il corpo si apre un po’, come se riprendesse controllo.
“Una volta che hanno deciso chi sei è finita.”: frase-sentenza; scandisci “deciso” e “finita”; sguardo fisso, non aggressivo ma definitivo, come se parlasse per esperienza.
“Per questo voglio viaggiare.”: qui entra la scelta; un filo di energia nuova; non “sognante”, ma necessaria—viaggiare come strategia di sopravvivenza.
“Puoi essere davvero chi vuoi,”: ammorbidisci; diventa una confessione intima, quasi un regalo ad Alex; sorriso piccolissimo, un’idea di libertà.
“invece di essere chi dicono loro.”: chiusa amara, ma pulita; “loro” non è odio, è distanza; lascia la frase cadere, poi silenzio—come se per la prima volta avesse detto la verità ad alta voce.
Il monologo di Poppy sulle piccole città, tratto da People We Meet on Vacation, non racconta un evento isolato, ma la nascita di un’identità costruita sulla fuga. Non è una scena di sfogo, né una richiesta di conforto: è una spiegazione. Poppy non sta cercando di essere capita, sta mettendo ordine nel motivo per cui non può restare.
Il racconto parte da un’età precisa, undici anni, che non è casuale. È il momento in cui l’identità comincia a formarsi attraverso lo sguardo degli altri. La solitudine che descrive non è episodica, ma strutturale: Poppy è “sempre esclusa”, parola che suggerisce un sistema, non un incidente. Quando arriva l’invito alla festa, il tono cambia appena, come se quella fosse stata percepita come una possibilità di riscatto, un punto di ingresso tanto desiderato quanto fragile.
Il gioco di “Sette minuti in Paradiso” è raccontato senza ironia, senza nostalgia. È un rito sociale che dovrebbe sancire l’inclusione, ma che per Poppy diventa l’inizio della condanna. Il bacio di Brian Kelvey non è un’esperienza romantica, è un evento che perde immediatamente ogni intimità. Il vero trauma, infatti, non è ciò che accade durante il gioco, ma quello che succede il giorno dopo, a scuola. Il tempo narrativo è fondamentale: il passaggio dal privato al pubblico è immediato e irreversibile.
Il soprannome “Porno-Poppy” non viene raccontato come una ferita aperta, ma come una cicatrice che ha definito anni di vita. Tre anni non sono un dettaglio: sono un’intera adolescenza compressa in un’etichetta. Il punto centrale del monologo non è l’umiliazione sessuale in sé, ma il meccanismo sociale che la rende permanente. Nelle piccole città, dice Poppy, una volta che hanno deciso chi sei, è finita. Non c’è revisione, non c’è appello, non c’è possibilità di cambiamento.
Ed è qui che il monologo compie il suo vero movimento: dal trauma alla scelta. Viaggiare, per Poppy, non è desiderio di avventura né rifiuto delle radici in senso superficiale. È una strategia di sopravvivenza identitaria. Viaggiare significa sottrarsi allo sguardo che ti definisce una volta per tutte. Significa poter essere “chi vuoi”, invece di essere “chi dicono loro”. La contrapposizione finale non è rabbiosa, è lucida. “Loro” non è un nemico, è una collettività che ha smesso di ascoltare.
Questo monologo è fondamentale perché spiega tutto ciò che verrà dopo: l’incapacità di Poppy di fermarsi, la paura di essere vista troppo a lungo, l’amore vissuto a tempo determinato. Non è un rifiuto dell’intimità, ma della prigione identitaria. E raccontato così presto nel film, diventa la chiave di lettura emotiva dell’intero personaggio.

Dopo il matrimonio, però, il film non sceglie la strada facile. Alex è pronto a costruire, a fermarsi, a tornare a Linfield. Poppy, invece, ha ancora paura: per lei Linfield rappresenta il giudizio, le etichette, la versione di sé da cui è sempre scappata. Alex capisce che l’amore, da solo, non basta se una delle due persone continua a fuggire. I due si separano di nuovo, questa volta con consapevolezza.
Il confronto decisivo arriva grazie a Sarah, che libera Poppy dal senso di colpa: il problema non è mai stato un terzo incomodo, ma il fatto che Poppy e Alex non abbiano mai avuto il coraggio di scegliersi davvero.
Rimasta sola, Poppy torna a casa e ritrova la statuetta del Bigfoot comprata anni prima in Canada. È un simbolo potente: un oggetto che ha viaggiato con lei ovunque, ma che non le ha mai dato radici. Decide di lasciare il lavoro, di cambiare prospettiva, di smettere di raccontare il mondo senza viverlo davvero. Quando il suo capo le chiede quale sarà il prossimo viaggio della ragazza che è stata ovunque, Poppy capisce la risposta.
Va a Linfield, cerca Alex e lo raggiunge mentre corre, nonostante lei odi correre. Gli dice che lui è casa sua. Non un luogo, non una città, ma una persona con cui smettere di scappare. Alex, a sua volta, rinuncia all’ossessione di pianificare tutto: per la prima volta, accetta di vivere il presente.
Il film si chiude un’estate dopo, con Poppy e Alex di nuovo in vacanza insieme. Questa volta, però, non stanno fuggendo: stanno semplicemente vivendo.
Regista: Brett Haley
Sceneggiatura: Yulin Kuang, Amos Vernon, Nunzio Randazzo
Produttore: Marty Bowen, Wyck Godfrey, Isaac Klausner
Cast: Tom Blyth, Emily Bader, Sarah Catherine, Hook Miles, Heizer Lukas Gage, Lucien Laviscount
Dove vederlo: Netflix

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