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~ LA REDAZIONE DI RC
L’aneddoto della madre di Simon in Wonder Man è una delle scene più intime e dolorosamente vere della serie. Attraverso un ricordo semplice – una caduta dalla bici, un cerotto, un bacio – il racconto rivela la solitudine silenziosa di un bambino e lo sguardo imperfetto di una madre che ha capito troppo tardi. Non c’è accusa né melodramma, ma una lucidità affettuosa che rende questo monologo un ritratto potente di genitorialità, amore e senso di colpa. È una scena che colpisce proprio perché non alza mai la voce.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 20:00-21:40
Durata: 1 minuto 30 secondi
Contesto di "Wonder Man Episodio 3"
L’episodio si apre con un flashback. Una madre è in preda all’ansia: suo figlio, Simon, è stato recuperato da un incendio. Teme per le inalazioni di fumo, per possibili danni interni. La dottoressa, però, la rassicura: il bambino sta benissimo, non mostra alcun segno di intossicazione. È un dettaglio inquietante, che resta sospeso.
Nel presente, il Department of Damage Control è riunito per una questione molto concreta: hanno strutture, armi e protocolli per contenere fenomeni soprannaturali, ma le loro prigioni sono quasi vuote. Senza “minacce” da catturare, il dipartimento rischia il ridimensionamento e il fallimento. Simon Williams diventa improvvisamente una risorsa.
L’agente che supervisiona Trevor Slattery gli spiega che, analizzando il suo computer, non hanno trovato nulla di utile oltre a self-tape e materiali attoriali. Tuttavia, scavando nel passato di Simon, sono emersi episodi legati a esplosioni e incendi, incluso quello dell’infanzia. Il piano è chiaro: Trevor deve far parlare Simon dell’incendio. Gli viene applicato un microfono. Trevor è riluttante, ma la minaccia del carcere lo costringe ad accettare.
Trevor e Simon Williams trascorrono del tempo insieme parlando di recitazione, cinema, teatro. Si scambiano citazioni, monologhi teatrali, riflessioni filosofiche sul ruolo dell’attore e sul senso di esistere nel mondo. Il legame tra i due si fa più profondo e autentico, rendendo il compito di Trevor sempre più difficile.
Proprio in quel momento, Simon riceve un messaggio: è il compleanno di sua madre, a Pacoima. Trevor si offre di accompagnarlo. Il viaggio li porta lontani da Hollywood, in un contesto domestico e popolare, distante anni luce dal mondo dello spettacolo.
A casa dei genitori di Simon, Trevor si trova immerso in una normalità fatta di cucine, mobili, chiacchiere quotidiane. Ma, da infiltrato, è attento a ogni dettaglio. Quando sente nominare il famoso incendio di anni prima, con una curiosità apparentemente innocua chiede cosa lo abbia causato. La famiglia è evasiva. L’unica informazione chiara è che Simon era rimasto solo in casa, con i fornelli accesi.
La festa prosegue, caotica e affollata. Trevor tenta più volte di ottenere informazioni sul passato di Simon, senza successo. A tavola conosce Eric, il fratello di Simon, dirigente di una piccola azienda e palesemente scettico – se non sprezzante – nei confronti della carriera attoriale del fratello. Trevor prova a difendere Simon, ma Eric lo interrompe bruscamente, chiedendosi cosa ci faccia uno sconosciuto a una festa di famiglia.
Trevor si allontana, va in bagno e poi entra nella vecchia stanza di Simon bambino, sperando di trovare qualche indizio. Nulla. Intanto l’agente del Damage Control lo pressa via auricolare. Più tardi, Trevor si ritrova a parlare con la madre di Simon mentre lava i piatti. La donna descrive un bambino solo, estremamente sensibile, che ha trovato rifugio e senso solo nella recitazione. Trevor, per la prima volta, non finge: capisce davvero.

Mi fa piacere che sia qui, Trevor. Sa che Simon non aveva mai presentato un suo amico alla famiglia? A dirla tutta, non ha mai avuto un amico. Non so perché non ne abbia. Posso dirle una cosa? Quando Simon era piccolo, cadde dalla bici. Chiedeva in continuazione di andare sulla bici del padre, anche se era troppo grande. Successe qualche anno dopo la morte di Sanford. Allora lo portai in cucina, lo pulii per bene, e pretese un bacetto sul ginocchio. Gli misi un cerotto, dopo avergli dato quel bacio, e mi guardò per dirmi una cosa sconcertante: ”Grazie del tuo amore mamma”. Il mio cuore si frantumò in un istante. E non so se volesse trasmettermi questo, o fui io a prenderla male, ma ho sempre pensato che non gli importasse essere così solo. Mi dicevo “Tranquilla, ha la recitazione, i suoi DVD della Criterion Collection, le sue locandine preferite appese al muro. Magari non si sente solo.” Ma lo era, e ne soffriva, anche se non lo diceva. Comunque, per fortuna ora ha un amico.
“Mi fa piacere che sia qui, Trevor.”: apertura calorosa, ospitalità vera; sorriso lieve, non mondano; sguardo diretto ma morbido, come se lo accogliesse “in famiglia”.
“Sa che Simon non aveva mai presentato un suo amico alla famiglia?”: tono confidenziale, quasi da segreto condiviso; pausa dopo “Simon”; non deve suonare accusatorio, ma stupito e un po’ dispiaciuto.
“A dirla tutta, non ha mai avuto un amico.”: abbassa il volume; lascia cadere la frase con delicatezza; micro-pausa prima di “non ha mai”; sguardo che si sposta un attimo altrove, come se facesse male dirlo.
“Non so perché non ne abbia.”: piccola ammissione di impotenza; tono semplice, quotidiano; spalle appena più pesanti; evita qualsiasi spiegazione “psicologica”.
“Posso dirle una cosa?”: richiesta di permesso, crea intimità; pausa dopo “cosa”; sguardo verso Trevor per verificare ascolto; ritmo più lento, come prima di entrare nel ricordo.
“Quando Simon era piccolo, cadde dalla bici.”: ingresso nel flashback; voce più morbida, quasi narrativa; sguardo che scende come a rivedere il bambino; niente dramma, è un fatto semplice.
“Chiedeva in continuazione di andare sulla bici del padre, anche se era troppo grande.”: tenerezza nel ricordo; sorriso accennato su “in continuazione”; su “troppo grande” un tono affettuosamente ironico, come a dire “era fatto così”.
“Successe qualche anno dopo la morte di Sanford.”: cambio di temperatura; pausa netta prima e dopo; “morte” detta senza teatralità, come una ferita antica; sguardo che si abbassa, breve.
“Allora lo portai in cucina, lo pulii per bene, e pretese un bacetto sul ginocchio.”: ritmo domestico, concreto; su “cucina” senti l’odore del ricordo; “pretese” con un sorriso pieno d’amore, non irritato; gesto piccolo delle mani come a pulire.
“Gli misi un cerotto, dopo avergli dato quel bacio, e mi guardò per dirmi una cosa sconcertante:”: rallenta; costruisci l’attesa; “mi guardò” con un aggancio negli occhi, come se rivedesse quello sguardo; pausa lunga prima della citazione.
“‘Grazie del tuo amore mamma’.”: dilla piana, quasi troppo adulta per un bambino; niente imitazione infantile; il colpo sta nella semplicità; dopo la frase lascia un silenzio pieno, come se la stanza si fermasse.
“Il mio cuore si frantumò in un istante.”: voce incrinata ma controllata; respiro che si accorcia; sguardo fisso, non piangere per forza: basta il ricordo che pesa; pausa dopo “frantumò”.
“E non so se volesse trasmettermi questo, o fui io a prenderla male,”: qui entra il dubbio materno; tono onesto, vulnerabile; piccoli “inciampi” nel ritmo, come pensieri veri; su “fui io” un filo di colpa.
“ma ho sempre pensato che non gli importasse essere così solo.”: “ho sempre pensato” con stanchezza tenera; “così solo” va detto piano, quasi vergognandosi di averlo pensato; sguardo che evita Trevor un attimo.
“Mi dicevo ‘Tranquilla, ha la recitazione, i suoi DVD della Criterion Collection, le sue locandine preferite appese al muro.”: tono da auto-ninna nanna, come se si cullasse da sola; un mezzo sorriso su “Criterion Collection” (dettaglio concreto, vero); ritmo leggermente più veloce, come chi si convince.
“Magari non si sente solo.’”: frase detta quasi sottovoce, fragile; pausa dopo “magari”; lo sguardo si ammorbidisce, come speranza che non ha retto.
“Ma lo era, e ne soffriva, anche se non lo diceva.”: ritorno alla verità; tono netto ma dolce; “ne soffriva” con peso, senza enfasi; breve silenzio dopo, per lasciare sedimentare.
“Comunque, per fortuna ora ha un amico.”: chiusura che prova a respirare; “comunque” come asciugarsi una lacrima senza farlo vedere; sorriso piccolo, riconoscente verso Trevor; lascia un silenzio finale che non è triste: è sollievo fragile.
L’aneddoto raccontato dalla madre di Simon Williams a Trevor Slattery è uno dei passaggi emotivamente più profondi di Wonder Man, perché non parla di superpoteri, né di carriera, ma di una solitudine vista troppo tardi. La forza del racconto sta nella sua apparente semplicità: una madre che parla con calma, quasi con pudore, mentre ricostruisce il momento in cui ha iniziato a intuire che suo figlio stava crescendo da solo.
Il monologo non nasce come una confessione drammatica. Parte da un’osservazione quasi casuale – Simon non ha mai portato amici a casa – e da lì scivola lentamente in una verità molto più dolorosa. La madre non cerca colpevoli, non si assolve e non accusa nessuno. Dice più volte “non so”, e questa incertezza è centrale: è il segno di una genitorialità reale, imperfetta, che ha fatto del suo meglio ma ha comunque mancato qualcosa di essenziale.
Il ricordo della caduta dalla bici è il cuore emotivo del racconto, non per l’incidente in sé, ma per ciò che lo circonda. La cucina, il cerotto, il bacio sul ginocchio sono gesti archetipici di cura materna. Ma la frase del bambino – “Grazie del tuo amore mamma” – rompe quell’equilibrio. Non perché sia sbagliata, ma perché è troppo consapevole, troppo adulta per un figlio così piccolo. In quel momento la madre capisce, senza capirlo davvero, che Simon vive l’amore come qualcosa da ringraziare, non come qualcosa di garantito.
Da lì nasce il meccanismo di auto-rassicurazione che il monologo mette a nudo con grande onestà. La madre racconta come abbia cercato di convincersi che Simon stesse bene da solo, che la recitazione, i film, le locandine fossero sufficienti a riempire quel vuoto. È un passaggio fondamentale perché non è una bugia: è una speranza. È il tentativo disperato di una madre di credere che il proprio figlio non stia soffrendo più di quanto lei possa sopportare.
La frase “Ma lo era, e ne soffriva” arriva come una resa, non come una scoperta. È il riconoscimento tardivo di qualcosa che era sempre stato lì. Ed è proprio questa tardività a rendere il monologo così umano: non c’è eroismo nel capire tardi, ma c’è verità. Il finale, in cui la madre dice che ora Simon ha finalmente un amico, non cancella nulla di ciò che è venuto prima. Non risolve il passato, ma lo rende finalmente condiviso. È un sollievo fragile, quasi timido, che non celebra una vittoria, ma una possibilità.
Dal punto di vista attoriale, questo aneddoto è potente perché non chiede lacrime, ma presenza. Funziona solo se viene detto come qualcosa che è stato pensato e ripensato per anni. È il racconto di una madre che ama profondamente suo figlio e che, proprio per questo, deve convivere con l’idea di non averlo sempre visto davvero.

Dopo cena, la tensione esplode. Eric critica Simon per il regalo economico fatto alla madre. Messo con le spalle al muro, Simon confessa di essere stato cacciato da American Horror Story. La vergogna e la frustrazione lo travolgono. La sua tensione cresce fino a diventare ingestibile.
All’improvviso, Simon ha uno dei suoi attacchi. In un impeto di rabbia e dolore, libera i suoi poteri e disintegra la cucina di casa. È un’esplosione di energia devastante. Simon fugge senza dire una parola, lasciando la famiglia e Trevor sotto shock.
Più tardi, in macchina, Simon confessa di non sapere nulla dei suoi poteri. Ha paura. Se qualcuno li scoprisse, la sua carriera – già fragile – sarebbe finita. Trevor lo ascolta e, per la prima volta, si schiera completamente dalla sua parte. Quando scende dall’auto con la scusa di fare pipì, rompe di proposito la ricetrasmittente del Damage Control.
Tornato in macchina, Simon riceve una notizia sconvolgente: lui e Trevor sono stati chiamati per il callback di Wonder Man. L’episodio si chiude su questa ambiguità potentissima. Il finale di Pacoima segna un punto di non ritorno. Simon non può più negare la realtà dei suoi poteri, e Trevor non può più fingere di essere solo un osservatore. La distruzione della cucina è il primo momento in cui i poteri di Simon emergono davanti alla sua famiglia: non come gesto eroico, ma come perdita totale di controllo.
La scelta di Trevor di rompere la ricetrasmittente è cruciale. È un atto piccolo, ma definitivo: sceglie Simon al posto del sistema. Tradisce il Damage Control per proteggere un uomo fragile, che vede come un figlio, un riflesso di sé stesso, un attore mai capito fino in fondo.
Il callback finale per Wonder Man è carico di ironia tragica. Proprio mentre Simon teme che tutto stia per finire, il sogno sembra riaprirsi. Ma ora sappiamo che quel sogno è anche una trappola. La serie ci dice chiaramente che successo e cattura stanno viaggiando nella stessa direzione.
Creato: Andrew Guest
Cast: Yahya Abdul-Mateen II (Simon Williams / Wonder Man); Demetrius Grosse (Eric Williams); Ben Kingsley (Trevor Slattery); Byron Bowers (Demarr Davis / Doorman ); Arian Moayed (Agente P. Cleary)
Dove vederlo: Disney+

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