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Self-tape, tecniche di memoria, gestione dell'ansia, materiali per casting e agenzie, analisi del testo e 10 monologhi da studiare.
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~ LA REDAZIONE DI RC
Nel quinto episodio di La bomba sul volo Pan Am 103, l’indagine abbandona progressivamente la pista palestinese e si concentra sulla Libia. Il frammento di un circuito conduce gli investigatori alla società svizzera MEBO e al timer MST-13, mentre il nome di Abdelbaset al-Megrahi compare nei registri di viaggio e nelle dichiarazioni di Tony Gauci. Dick Marquise cerca inoltre di ottenere dalla CIA l’accesso a una fonte libica, Abdul Majid Giaka, convinto che possa collegare al-Megrahi e Lamin Khalifah Fhimah alla valigia caricata a Malta. Parallelamente, Ed McCusker assiste le famiglie delle vittime, mentre la crisi della Pan Am rende ancora più incerto il percorso verso i risarcimenti. Ecco la trama completa e la spiegazione del finale dell’episodio 5 di La bomba sul volo Pan Am 103.
Attenzione: spoiler sull'episodio 5

Il quinto episodio riprende dalla notizia trasmessa alla fine della puntata precedente. Il 19 settembre 1989, nove mesi dopo l’attentato di Lockerbie, un altro aereo civile viene distrutto in volo da una bomba.
Si tratta del volo UTA 772, partito da Brazzaville e diretto a Parigi con scali intermedi. Il DC-10 esplode mentre sorvola il deserto del Ténéré, in Niger, causando la morte di tutte le 170 persone presenti a bordo. Le immagini dei rottami sparsi nel Sahara richiamano immediatamente quelle osservate dagli investigatori nei campi intorno a Lockerbie.
La serie presenta l’attentato come un evento dalla dinamica simile a quella del Pan Am 103. In entrambi i casi, un ordigno nascosto in un bagaglio provoca la disintegrazione di un aereo civile durante il volo. Gli investigatori prendono in esame anche i materiali esplosivi e il possibile coinvolgimento di apparati libici.
Non è però corretto affermare che i due ordigni fossero identici o che l’analisi iniziale dimostrasse immediatamente una responsabilità comune. Il volo UTA 772 diventa soprattutto un nuovo elemento politico e investigativo: un secondo attentato contro un aereo occidentale riporta l’attenzione sulla possibilità di operazioni organizzate o sostenute dalla Libia.
Il collegamento avrebbe assunto un’importanza crescente negli anni successivi. Nel 1999 un tribunale francese condannò in contumacia sei cittadini libici per l’attentato al volo UTA 772, mentre le Nazioni Unite considerarono la collaborazione libica su entrambi i casi una condizione essenziale nel confronto internazionale con il regime di Muammar Gheddafi.
La nuova tragedia produce un effetto immediato sulla squadra che indaga sul Pan Am 103. Gli investigatori comprendono che l’attacco di Lockerbie potrebbe non essere stato un episodio isolato. La pressione aumenta, così come l’interesse dei servizi segreti e dei governi coinvolti.
La CIA dispone di informazioni sugli apparati libici che non vengono condivise integralmente con la polizia e con l’FBI. Dick Marquise deve quindi lavorare all’interno di una collaborazione soltanto parziale: sa che l’intelligence possiede fonti e documenti potenzialmente utili, ma ogni richiesta incontra limiti legati alla segretezza e alla protezione degli informatori.
Sul fronte delle famiglie, la vita di Ed McCusker è ormai cambiata. Dopo essere stato allontanato dall’inchiesta operativa, Ed lavora nella protezione dei testimoni. Il nuovo incarico gli permette di prendere le distanze dai rottami, dai laboratori e dalle interminabili riunioni investigative, ma non dal trauma vissuto a Lockerbie.
Ed partecipa negli Stati Uniti a una commemorazione dedicata alle vittime del Pan Am 103. Per molti familiari sono trascorsi mesi senza una risposta definitiva. Non conoscono ancora i nomi degli attentatori e non sanno quando potranno assistere a un processo.
La cerimonia restituisce una dimensione personale ai numeri dell’attentato. Le vittime non sono più soltanto nomi inseriti nei rapporti dell’FBI o persone identificate attraverso gli effetti personali. Sono figli, genitori, compagni e amici la cui assenza continua a segnare la vita dei sopravvissuti.
Ed conosce direttamente il lavoro svolto dalla popolazione scozzese per accogliere i parenti e restituire loro gli oggetti recuperati. Durante la commemorazione comprende però quanto la distanza dalle istituzioni americane abbia aumentato il senso di abbandono delle famiglie.
La richiesta rimane la stessa: sapere chi abbia organizzato l’attentato e perché i passeggeri non siano stati protetti. La ricerca della verità si intreccia inoltre con le cause civili contro la Pan Am, accusata di non aver garantito controlli di sicurezza adeguati.
La situazione economica della compagnia diventa sempre più grave. La Pan Am entra in una crisi che culmina nella bancarotta, aggravando l’incertezza dei familiari che chiedono un risarcimento. La puntata mostra così come la scomparsa della compagnia rischi di trasformarsi in un nuovo ostacolo per chi attende giustizia.
Il crollo della Pan Am non cancella automaticamente le azioni legali né tutti i possibili risarcimenti, ma complica il quadro. Le famiglie devono confrontarsi con assicurazioni, responsabilità societarie e procedure fallimentari proprio mentre l’indagine penale non ha ancora individuato formalmente gli imputati.
Nel frattempo, il lavoro scientifico compie una svolta. Gli esperti riesaminano il piccolo frammento di circuito stampato trovato nel colletto di una camicia Slalom presente nella valigia della bomba.
Il reperto non appartiene alla radio Toshiba. La struttura del circuito è differente e possiede caratteristiche compatibili con un dispositivo di temporizzazione. L’ipotesi è che si tratti di una parte del timer utilizzato per attivare l’ordigno.
Gli investigatori analizzano le piste del circuito, i materiali e i codici di produzione. Il frammento viene collegato a un timer elettronico MST-13, progettato e commercializzato dalla società svizzera MEBO AG.
La MEBO non è propriamente un’agenzia di comunicazione. È una società elettronica fondata da Edwin Bollier ed Erwin Meister, attiva anche nella produzione e nella fornitura di apparecchiature destinate a clienti militari e governativi.
Il nome di Bollier è già comparso nelle prime fasi dell’inchiesta. L’imprenditore si era presentato all’ambasciata americana di Vienna sostenendo di possedere informazioni sull’attentato, ma la quantità delle sue affermazioni e il suo comportamento avevano spinto gli investigatori a considerarlo poco affidabile.
La scoperta del timer cambia la valutazione. Bollier non è un uomo completamente estraneo alla vicenda: la sua società ha realmente prodotto e fornito apparecchi MST-13. Gli investigatori devono quindi tornare da una fonte che avevano inizialmente accantonato.
Bollier riconosce il tipo di circuito e conferma che la MEBO aveva commissionato la fabbricazione delle schede utilizzate nei timer. L’azienda svizzera Thüring AG aveva prodotto materialmente una serie di circuiti sulla base delle indicazioni ricevute dalla MEBO.
La ricostruzione giudiziaria avrebbe poi accertato che la MEBO aveva fornito alla Libia venti esemplari dimostrativi del timer MST-13, consegnati in più gruppi tra il 1985 e il 1986. La corte accettò questa parte delle dichiarazioni di Bollier, pur giudicandolo inattendibile o non veritiero su numerosi altri aspetti.
La circostanza rappresenta un collegamento concreto. Il timer attribuito alla bomba appartiene a un modello fornito anche alle autorità libiche. Questo dato non identifica ancora chi abbia preparato la valigia, ma restringe notevolmente il numero dei possibili utilizzatori.
Bollier racconta di aver avuto rapporti commerciali con funzionari e rappresentanti libici. La MEBO aveva fornito apparecchiature al governo e all’esercito del Paese, partecipando anche a prove tecniche svolte nel deserto.
Gli investigatori gli mostrano fotografie e nomi di persone legate agli apparati libici. Tra queste compare Abdelbaset Ali Mohmed al-Megrahi, funzionario dell’intelligence libica che aveva ricoperto incarichi collegati alla sicurezza aerea e agli acquisti militari.
Bollier conosce al-Megrahi. Il libico aveva avuto contatti con la MEBO ed era coinvolto, insieme a Badri Hassan, in una società chiamata ABH, alla quale erano stati affittati alcuni locali nell’edificio dell’azienda svizzera.
Questa relazione non dimostra da sola che al-Megrahi abbia acquistato o utilizzato il timer dell’attentato. Stabilisce però che l’uomo aveva legami con Bollier, con ambienti che acquistavano apparecchiature militari e con una società capace di fornire proprio il modello di timer individuato tra i rottami.
Gli investigatori tornano quindi alla descrizione fornita a Malta da Tony Gauci, il commerciante di Mary’s House. Gauci aveva raccontato di un uomo libico che aveva comprato in pochi minuti i vestiti ritrovati dentro la valigia della bomba.
Il negoziante esamina alcune fotografie e individua in al-Megrahi una persona somigliante al cliente. La serie presenta il riconoscimento come un passaggio fondamentale, perché collega lo stesso uomo sia agli indumenti acquistati a Malta sia alla società che aveva fornito timer alla Libia.
Il valore dell’identificazione deve tuttavia essere raccontato con precisione. Tony Gauci non formulò mai un riconoscimento completamente certo. Anche la corte di Camp Zeist definì la sua identificazione non inequivocabile, pur ritenendo che, insieme agli altri indizi, potesse sostenere l’inferenza che al-Megrahi fosse stato l’acquirente.
A questo punto gli investigatori controllano i registri elettronici, i passaporti e gli spostamenti di al-Megrahi. In una prima fase, alcune informazioni sembrano escludere la sua presenza a Malta nel giorno indicato per l’acquisto dei vestiti.
Il controllo più approfondito produce però un risultato diverso. Al-Megrahi era stato a Malta dal 7 al 9 dicembre 1988, utilizzando il proprio nome. Il 7 dicembre sarebbe poi stato considerato dalla corte come la data più probabile dell’acquisto effettuato a Mary’s House.
L’uomo torna inoltre a Malta la sera del 20 dicembre, il giorno prima dell’attentato. Questa volta viaggia con un passaporto intestato ad Ahmed Khalifa Abdusamad, trascorre la notte in un albergo di Sliema e riparte per Tripoli la mattina del 21 dicembre.
Questo passaggio corregge uno dei principali equivoci della trama iniziale: Megrahi e Abdusamad non sono due persone diverse. Ahmed Khalifa Abdusamad è l’identità presente su un passaporto codificato utilizzato da Abdelbaset al-Megrahi.
Dick e la squadra seguono inizialmente i due nomi come se appartenessero a viaggiatori distinti. Incrociando fotografie, date di nascita e documenti, scoprono invece che conducono allo stesso uomo.
La doppia identità rende i suoi spostamenti ancora più sospetti. Al-Megrahi si trova a Malta sia nel periodo compatibile con l’acquisto dei vestiti sia durante la notte precedente alla partenza del volo Air Malta KM180, sul quale gli investigatori ritengono sia stata caricata la valigia.
I registri, quindi, non dimostrano che al-Megrahi fosse innocente o assente dall’isola. Al contrario, documentano la sua presenza. Ciò che non dimostrano direttamente è che sia stato lui a introdurre materialmente l’ordigno nel sistema aeroportuale.
La ricerca degli spostamenti di al-Megrahi porta gli investigatori verso Lamin Khalifah Fhimah. L’uomo aveva lavorato come responsabile della stazione della Libyan Arab Airlines all’aeroporto di Luqa dal 1985 fino all’autunno del 1988.
Fhimah conosceva quindi le procedure dello scalo, le modalità di gestione dei bagagli e il funzionamento delle etichette necessarie per trasferire una valigia da un volo all’altro. Successivamente si era dedicato anche ad attività legate ai viaggi, circostanza che nella serie conduce Dick verso un’agenzia connessa al suo nome.
Gli investigatori verificano che Fhimah e al-Megrahi si conoscevano. I due avevano viaggiato insieme da Tripoli a Malta il 20 dicembre 1988, poco prima dell’attentato.
Nell’agenda di Fhimah vengono inoltre trovati appunti riguardanti alcune etichette per bagagli di Air Malta. La serie interpreta queste annotazioni come un possibile collegamento con la valigia non accompagnata.
Fhimah sembra essere la persona capace di superare il principale ostacolo logistico dell’attentato. Grazie alla precedente esperienza a Luqa, avrebbe potuto conoscere un modo per introdurre il bagaglio senza associarlo a un passeggero.
La presenza e le conoscenze di Fhimah alimentano quindi una pista concreta, ma non costituiscono ancora una prova definitiva. Il processo avrebbe poi stabilito che non esistevano elementi sufficienti per dimostrare che fosse presente all’aeroporto il 21 dicembre o che avesse consapevolmente aiutato a caricare la bomba. Sarebbe infatti stato assolto.
Mentre le prove materiali si accumulano, Dick torna a rivolgersi al proprio contatto nella CIA. L’agenzia dispone di una fonte interna agli ambienti libici che ha lavorato a Malta e conosce personalmente diversi funzionari dell’intelligence.
Dick chiede di poter vedere l’informatore e di ottenere il suo nome. La CIA inizialmente rifiuta: rivelare l’identità di una fonte potrebbe metterne in pericolo la vita e compromettere altre operazioni.
L’agente insiste perché il caso non può essere costruito soltanto attraverso rapporti anonimi. Per chiedere mandati o formulare accuse servono testimonianze utilizzabili davanti a un tribunale.
Il contatto della CIA accetta infine di condividere l’informazione, imponendo però a Dick il massimo riserbo. L’uomo non dovrà rivelare agli scozzesi né l’identità della fonte né il fatto che la CIA la stia proteggendo.
Nel frattempo, Bollier interrompe la collaborazione. L’imprenditore teme le conseguenze delle informazioni fornite e sostiene di poter diventare un bersaglio dei servizi libici.
Il suo ritiro crea un nuovo problema. La pista del timer dipende in parte dalla capacità di ricostruire le forniture della MEBO e di collegare il circuito trovato a Lockerbie agli apparecchi consegnati alla Libia.
Alla guida della parte scozzese dell’inchiesta si trova ora Stuart Henderson. Il nuovo responsabile si accorge che Dick sta trattenendo informazioni e che alcuni suoi spostamenti non corrispondono alle attività ufficialmente condivise con la squadra.
Henderson affronta direttamente l’agente dell’FBI. Dick comprende di non poter continuare a proteggere il segreto senza mettere a rischio la collaborazione internazionale e gli rivela l’esistenza dell’informatore.
La fonte si chiama Abdul Majid Giaka. È un cittadino libico che ha lavorato come assistente presso la stazione della Libyan Arab Airlines all’aeroporto di Luqa ed è entrato in contatto con la CIA nell’agosto del 1988.
Giaka aveva accettato di fornire informazioni sugli apparati libici in cambio di denaro e della possibilità di essere trasferito negli Stati Uniti. Quando la sua posizione diventa pericolosa, chiede di essere prelevato e inserito in un programma di protezione.
La CIA porta Giaka fuori dall’area e lo consegna agli investigatori americani. L’uomo viene interrogato a lungo sulla struttura dei servizi libici, sulle persone che lavoravano a Malta e sui movimenti osservati nel dicembre 1988.
Giaka riconosce al-Megrahi e Fhimah come uomini legati all’apparato libico. Descrive i loro ruoli e conferma che entrambi conoscevano molto bene l’aeroporto di Luqa.
La sua testimonianza sembra inoltre offrire agli investigatori il collegamento mancante con la valigia. Giaka racconta di aver visto al-Megrahi e Fhimah arrivare a Malta insieme ad altri uomini e sostiene che con loro ci fosse una valigia Samsonite marrone.
Secondo il suo racconto, uno degli uomini sarebbe Abu Agila Masud, tecnico e artificiere libico. Il nome comparirà molti anni dopo anche nella nuova indagine statunitense, che lo accusa di avere costruito l’ordigno utilizzato contro il Pan Am 103. Le accuse contro Masud restano oggetto di un procedimento giudiziario separato e non devono essere presentate come una condanna già pronunciata.
Per Dick e Henderson, la dichiarazione di Giaka sembra unire tutti gli elementi raccolti. Esistono un timer fornito alla Libia, i vestiti acquistati da un uomo somigliante ad al-Megrahi, la presenza di quest’ultimo a Malta sotto falso nome e un ex responsabile aeroportuale capace di gestire le etichette dei bagagli.
La serie presenta quindi l’informatore come la persona che permette di attribuire un volto e un percorso alla valigia. Gli investigatori credono ormai di poter dimostrare che l’ordigno sia arrivato a Malta attraverso uomini appartenenti ai servizi libici.
Anche questo passaggio richiede però una rettifica storica. La corte di Camp Zeist non considerò attendibili le parti decisive e più tardive del racconto di Giaka. I giudici rilevarono che i rapporti inviati all’epoca dai suoi referenti della CIA non menzionavano l’arrivo della valigia e che la versione si era arricchita di particolari soltanto nel 1991.
Il tribunale accettò alcune informazioni generali fornite da Giaka sulla struttura dell’intelligence libica e sugli incarichi ricoperti dai personaggi. Rifiutò invece di affidarsi alla sua dichiarazione secondo la quale avrebbe visto al-Megrahi, Fhimah, Masud e la valigia Samsonite.
Nella cronaca dell’episodio, tuttavia, gli investigatori non conoscono ancora il modo in cui quella testimonianza verrà valutata durante il processo. In questa fase, Giaka appare come una fonte capace di confermare la direzione seguita dalla squadra.
La convergenza degli indizi porta Dick e Henderson a una conclusione operativa. Abdelbaset al-Megrahi è l’uomo che viaggiava sotto il nome di Abdusamad, aveva rapporti con la MEBO ed era presente a Malta nei momenti centrali della preparazione dell’attentato.
Lamin Khalifah Fhimah è invece l’ex responsabile della Libyan Arab Airlines a Luqa, la persona che conosceva i sistemi aeroportuali e che avrebbe potuto agevolare l’introduzione del bagaglio.
L’episodio termina prima dell’emissione delle accuse formali. La squadra possiede ormai due nomi e una ricostruzione che collega timer, vestiti, voli e documenti falsi, ma deve trasformare gli indizi in un caso giudiziario sostenibile.
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Nel finale dell’episodio 5, Dick Marquise e Stuart Henderson interrogano Abdul Majid Giaka, la fonte libica protetta dalla CIA. L’uomo riconosce Abdelbaset al-Megrahi e Lamin Khalifah Fhimah e descrive i loro rapporti con i servizi di sicurezza libici e con l’aeroporto di Luqa.
Giaka sostiene inoltre di aver visto i due uomini insieme a una valigia Samsonite marrone e a un tecnico identificato come Abu Agila Masud. Per gli investigatori, quel racconto sembra confermare che il bagaglio contenente la bomba sia stato preparato e trasferito da un gruppo legato all’intelligence libica.
La puntata rivela anche il significato del nome Ahmed Khalifa Abdusamad. Non si tratta di un altro sospettato, ma dell’identità falsa utilizzata da al-Megrahi per entrare a Malta il 20 dicembre 1988 e ripartire la mattina dell’attentato.
I registri mostrano inoltre che al-Megrahi era già stato sull’isola dal 7 al 9 dicembre, nel periodo indicato per l’acquisto degli abiti a Mary’s House. Tony Gauci non lo riconosce in maniera assoluta, ma ritiene che possa essere l’uomo entrato nel suo negozio.
Il timer MST-13 collega intanto la bomba alla MEBO e alle forniture effettuate alla Libia. Il rapporto tra al-Megrahi e Bollier aggiunge un altro elemento alla ricostruzione, mentre il passato professionale di Fhimah sembra spiegare come una valigia non accompagnata avrebbe potuto superare i controlli di Luqa.
Il caso appare quindi vicino alla conclusione investigativa. La squadra ha individuato i due uomini che diventeranno i principali accusati: al-Megrahi e Fhimah.
La sicurezza raggiunta dai personaggi deve però essere distinta dal successivo risultato processuale. Le parti più incriminanti della testimonianza di Giaka non verranno accettate dalla corte; il riconoscimento di Gauci sarà considerato non inequivocabile; Fhimah verrà infine assolto per insufficienza di prove. Al-Megrahi sarà invece condannato sulla base dell’insieme degli indizi ritenuti convergenti dai tre giudici scozzesi.

Abdelbaset al-Megrahi è un funzionario libico con incarichi nell’intelligence e nella sicurezza aerea. L’indagine lo collega alla MEBO, agli acquisti militari, alla presenza a Malta e al passaporto falso intestato ad Ahmed Khalifa Abdusamad.
Lamin Khalifah Fhimah è invece l’ex responsabile della stazione della Libyan Arab Airlines all’aeroporto di Luqa. La sua conoscenza delle procedure di imbarco e i rapporti con al-Megrahi lo trasformano nel secondo sospettato principale.
Il quinto episodio racconta il momento in cui i frammenti raccolti a Lockerbie acquistano finalmente una direzione comune. Il timer conduce alla Libia, gli abiti portano a Malta e i documenti di viaggio rivelano la doppia identità di al-Megrahi.
La testimonianza di Giaka sembra completare il quadro, anche se il successivo processo mostrerà quanto alcune delle prove fossero più controverse di quanto apparisse agli investigatori.


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