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~ LA REDAZIONE DI RC
A Perfect Getaway - Una perfetta via di fuga parte come un thriller da cartolina e finisce come un gioco al massacro costruito per fregare lo spettatore fino all’ultimo. David Twohy prende un’idea molto semplice — due sposini in luna di miele alle Hawaii, un sentiero isolato, una coppia di assassini in fuga — e la trasforma in un film che vive di dettagli, di depistaggi e di personaggi che sembrano sempre un po’ diversi da come appaiono. Il risultato è un thriller del 2009 molto più furbo di quanto lasci intendere il poster.
Al centro ci sono Cliff e Cydney, interpretati da Steve Zahn e Milla Jovovich, novelli sposi che decidono di passare la luna di miele nella natura più estrema delle Hawaii. L’idea è romantica, ovviamente. Il problema è che quasi subito scoprono che sull’isola è avvenuto un duplice omicidio e che i sospetti riguardano proprio una coppia di giovani in viaggio. Da quel momento il film non fa altro che dirti una cosa: guarda tutti con diffidenza. E fidatevi, funziona.
Attenzione: spoiler

La trama segue Cliff e Cydney mentre attraversano un sentiero remoto alle Hawaii diretti verso una spiaggia paradisiaca. Lungo il percorso incontrano prima Kale e Cleo, due autostoppisti dall’aria poco rassicurante, e poi Nick e Gina, una coppia all’apparenza più affidabile ma comunque strana, imprevedibile, quasi troppo sicura di sé. Nel frattempo circola la notizia di due turisti assassinati e il film costruisce una tensione molto semplice ma efficace: in mezzo alla natura, lontani da tutto, chiunque potrebbe essere il colpevole.
David Twohy gioca parecchio con il punto di vista. Cliff è uno sceneggiatore, quindi osserva tutto come se cercasse una storia. Nick, interpretato da Timothy Olyphant, è il classico tipo che sembra uscito da un action movie: spavaldo, ironico, un po’ folle. Gina è più istintiva, più nervosa. Kale e Cleo invece vengono trattati dal film come i sospetti perfetti, quelli troppo visibili per non essere una falsa pista. La famosa storia raccontata da Nick sulle placche metalliche nel cranio, per esempio, sembra una digressione bizzarra. In realtà è una pistola di Čechov bella grossa messa al centro del tavolo.
I personaggi davvero centrali sono quattro. Cliff e Cydney sono i protagonisti apparenti, quelli con cui entriamo nel film. Nick e Gina sono invece la coppia che lentamente prende il controllo della scena. Cliff appare razionale, cauto, quasi impaurito. Cydney sembra più emotiva, ma anche molto presente e pronta a proteggere il marito. Nick, al contrario, è istinto puro: uno che parla troppo, si muove come se fosse sempre in guerra e ha quell’energia da uomo potenzialmente pericoloso. Gina è quella che, sotto la superficie, capisce più cose di tutti.
Steve Zahn usa il suo volto da uomo comune per disinnescare i sospetti. Milla Jovovich lavora invece su un’ambiguità più sottile. Timothy Olyphant è il motore vero del film: ha un carisma che ti mette a disagio e ti diverte insieme. Anche Chris Hemsworth, nel ruolo di Kale, compare in una fase della carriera ancora iniziale, prima che diventasse universalmente riconoscibile.
C’è però anche un punto debole. Per tutta la prima parte i personaggi funzionano più come ingranaggi del thriller che come persone davvero complesse. È un limite voluto, in parte. Ma quando il film arriva alla rivelazione finale, qualcuno potrebbe sentire un po’ la mano dello sceneggiatore che muove i fili.
Perché il film vuole che lo facciamo anche noi. Kale e Cleo sono costruiti come la coppia disturbante: litigiosi, aggressivi, fuori posto, quasi da manuale del “questi hanno sicuramente qualcosa da nascondere”. Appena compaiono, il film comincia a suggerire il sospetto più facile. E quando vengono fermati dalla polizia, sembra quasi che il caso sia chiuso.
E qui arriviamo al punto cruciale: è un depistaggio perfetto proprio perché è troppo perfetto. Twohy sa benissimo che nei thriller l’indiziato più evidente raramente è quello giusto. Però gioca con la nostra consapevolezza di spettatori smaliziati: ci fa pensare di essere furbi, poi ci sposta ancora più in là. Nel frattempo, Cliff e Cydney continuano a sembrarci la coppia “normale”, e questo è il trucco decisivo.
La svolta arriva quando Gina trova nella videocamera di Cliff e Cydney le foto dei veri Cliff e Cydney. È il momento in cui il film smette di essere un thriller di sospetti e diventa un thriller di sopravvivenza. Quella scoperta chiarisce che i protagonisti che stiamo seguendo non sono chi dicono di essere: sono assassini seriali che studiano altre coppie, le uccidono e ne assumono l’identità.
Subito dopo c’è la scena della caverna, che è probabilmente il cuore del film. Cliff rivela il suo vero nome, Rocky, mostra la pistola e svela il piano. Da quel momento cambia anche la percezione retroattiva di tutto quello che abbiamo visto prima.
I dettagli diventano leggibili in modo diverso, i comportamenti assumono un altro senso, e capiamo che la normalità mostrata all’inizio era solo una recita.
Il film ti dice anche che l’intera relazione tra i due assassini è fondata sulla manipolazione, sull’imitazione, sulla capacità di indossare maschere. E questo rende il finale più interessante del semplice colpo di scena.
Rocky è il vero centro oscuro della coppia: un manipolatore, un uomo capace di osservare, copiare, imitare, riscrivere sé stesso a seconda della situazione. L’idea di assumere l’identità delle vittime non è solo un dettaglio narrativo pulp: è il tema del film.
Cydney, invece, è più complessa di quanto sembri all’inizio. Per buona parte della storia appare come complice assoluta. Nel finale capiamo che il suo rapporto con Rocky è fatto anche di abuso, paura e sottomissione. Non è una figura innocente, sia chiaro. Però il film ci suggerisce che, negli anni, sia stata intrappolata in una dinamica tossica da cui non è più riuscita a uscire.
Twohy non assolve Cydney, ma prova a distinguerla da Rocky nel momento decisivo. È una scelta che funziona sul piano della tensione, un po’ meno su quello della credibilità psicologica: arriva tardi, e per alcuni spettatori può sembrare un cambio di rotta scritto per chiudere il film.
Qui il film fa una cosa quasi sfacciata, ma gliela perdono. Per tutta la prima parte Nick continua a raccontare a Cliff la storia di un uomo salvato da placche metalliche impiantate nel cranio. Sembra una chiacchiera da esaltato, una stramberia messa lì per caratterizzarlo. In realtà sta parlando di sé. Quando Rocky gli spara, Nick sopravvive proprio grazie a quelle placche.
È il classico dettaglio che ti sembra esagerato e invece diventa il perno del finale. Devo dirlo: è una trovata un po’ assurda, sì, ma è anche il momento in cui A Perfect Getaway abbraccia fino in fondo la propria natura di thriller da tensione e sorpresa. Non sta cercando il realismo assoluto. Sta cercando il colpo ben preparato. E lì lo trova.

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Fight Club: spiegazione del finale e significato del film
Il finale mette tutti di fronte alla stessa domanda: a chi credere? Quando arriva la polizia, Rocky tenta l’ultima trasformazione. Si presenta come vittima, prova a usare ancora una volta il racconto, la performance, la menzogna. Cydney però rompe il meccanismo e racconta la verità, cercando di scaricare Rocky e insieme di liberarsi da lui. Gli agenti esitano, poi capiscono che Rocky è ancora pronto a uccidere e lo abbattono. Nick e Gina vengono salvati e scelgono di sposarsi, ma senza luna di miele. Una chiusura ironica, coerente con l’incubo che hanno appena vissuto.
Il vero significato del finale, per me, è questo: il film parla di quanto sia facile fidarsi dell’immagine giusta nel contesto sbagliato. Cliff e Cydney sembrano i protagonisti “corretti” semplicemente perché il film ce li presenta così. Nick sembra minaccioso perché ha i modi da predatore. Kale e Cleo sembrano colpevoli perché sono sporchi, scontrosi, fuori norma. David Twohy costruisce tutto il film sul nostro riflesso più immediato: associare la pericolosità a ciò che appare sgradevole, e la sicurezza a ciò che ci viene raccontato come normale.
Secondo me sì, soprattutto se ti piacciono i thriller di alto concetto, quelli che vogliono divertirsi con i cliché invece di fingere di essere qualcos’altro. La fotografia delle Hawaii resta un punto di forza, il ritmo tiene bene e il cast fa il suo. Non è un film perfetto, questo no. La parte finale spinge un po’ troppo sull’assurdo e qualche snodo richiede una certa generosità da parte dello spettatore. Però il meccanismo funziona, e il twist centrale è costruito meglio di tanti thriller più celebrati.
Non è un capolavoro nascosto. Ma è uno di quei thriller che, quando finiscono, ti fanno venir voglia di ripensare a tutte le scene viste prima per controllare dove ti hanno fregato. E in un film come questo, onestamente, è già parecchio.

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