Analisi monologo After the Hunt: Maggie e il trauma non detto

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~ LA REDAZIONE DI RC

Analisi del monologo di Maggie in "After the hunt"

Il monologo di Maggie in “After the hunt” non è una denuncia esplicita, ma il racconto frammentato di un’esperienza che il personaggio non ha ancora completamente compreso. Attraverso esitazioni, silenzi e tentativi di normalizzazione, la scena mostra come il trauma emerga prima nel corpo che nel linguaggio. 

  • Scheda del monologo

  • Contesto del film

  • Testo del monologo (estratto+note)

  • Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa

  • Finale del film (con spoiler)

  • Credits e dove trovarlo

Scheda del monologo

Film: After the hunt
Personaggio: Maggie
Attrice: Ayo Edebiri
Minutaggio: 28:00-29:30

Durata: 1 minuto 30 secondi

Difficoltà: 8/10 Frammentazione del pensiero, assenza di climax emotivo

Emozioni chiave Confusione, autocolpevolizzazione, disorientamento,  shock ritardato, vergogna silenziosa
Contesto ideale per un'attrice nell’interpretarlo perfetto per valutare ascolto, verità e gestione del silenzio

Dove vederlo: Amazon Prime Video

Contesto di "After the hunt"

La protagonista, Alma Imhoff, è una stimata professoressa di filosofia a Yale University, che rientra in servizio dopo un lungo periodo di congedo per gravi problemi di salute. Il suo corpo è fragile, dipendente dai farmaci; la sua vita privata è spenta, segnata da un matrimonio ormai privo di desiderio con Frederick, psicoterapeuta lucido ma emotivamente distante. Fin dalle prime sequenze, il film costruisce un equilibrio precario: Alma è rispettata, ma isolata; autorevole, ma vulnerabile. Questo equilibrio si incrina durante una cena apparentemente informale, che riunisce due figure chiave: Hank Gibson, collega e amico storico di Alma, e Maggie Resnick, la sua dottoranda prediletta. Tutti e tre gravitano attorno allo stesso obiettivo: la cattedra da professore ordinario. La posta in gioco è alta, ma ancora sommersa.

La svolta arriva quando Maggie accusa Hank di molestie sessuali. La reazione di Alma è fredda, quasi clinica. Non difende Hank, ma non sostiene Maggie. Questa sospensione morale diventa il cuore del film: Alma non è un’eroina, né un’antagonista. È una donna che non riesce a prendere posizione. Da qui la narrazione si complica. Hank nega tutto e contrattacca, accusando Maggie di manipolazione e di aver plagiato la propria tesi. Maggie, dal canto suo, rende pubblica l’accusa, alimentando uno scandalo mediatico che travolge il campus. Alma, invece di chiarire, si chiude sempre di più, fino a compiere gesti autodistruttivi: abuso di farmaci, falsificazione di ricette, isolamento emotivo.

Il passato irrisolto di Alma emerge lentamente, sotto forma di un vecchio articolo di giornale che racconta una sua accusa di stupro, poi ritrattata, avvenuta durante l’adolescenza. Maggie lo scopre e costruisce una propria interpretazione: Alma sarebbe una vittima silenziata, incapace di sostenere altre donne. Questa lettura, però, è parziale – e il film lo sottolinea con forza.

Il climax arriva quando Alma ritrova Hank nel suo appartamento estivo. Qui la verità emotiva prende il sopravvento: Hank confessa vecchi comportamenti ambigui, nega l’accusa di Maggie, ma soprattutto tenta di imporsi fisicamente su Alma. Non è una scena ambigua: è un atto di violenza che Alma riconosce e respinge. È il momento in cui lo spettatore vede, finalmente, ciò che Alma ha sempre evitato di guardare. Il crollo fisico di Alma – una perforazione gastrica causata dallo stress – coincide con il crollo delle sue difese morali. In ospedale, confessa al marito la verità sul suo passato: la relazione con l’amico del padre era iniziata come consensuale, ma lei era minorenne. L’accusa, pur nata da una ferita emotiva, aveva comunque una base reale. Il suicidio dell’uomo ha segnato per sempre la sua identità. L’epilogo, ambientato cinque anni dopo, mostra una Alma apparentemente “riuscita”: ha scritto un articolo autobiografico, ha recuperato prestigio ed è diventata preside. Ma l’ultimo confronto con Maggie insinua il dubbio finale: guarigione autentica o rielaborazione opportunistica? Il film si chiude senza assoluzioni.

Testo del monologo + note

Si, devo soltanto… ok… Hank mi ha accompagnato a casa, come ci eravamo detti. E’ stato simpatico, cioè, è… Hank. Tutti adorano Hank. E Alex non c’era, come ha detto ieri, è a Boston. E… e mi ha chiesto un ultimo bicchiere, e io “Si, certo, perché no”. Non mi ricordo nemmeno che cosa ho versato, qualcosa che aveva portato Alex doop una festa. Andava tutto bene, non so… non avevo capito che fosse ubriaco finché non l’ho visto… barcollare in cucina. E… ha cominciato a farmi domande inopportune. Prima sulla mia ricerca, la mia tesi, poi mi ha chiesto di Alex, e se avevamo coinvolto mai uomini nella nostra relazione. Quando mi ha baciato pensavo che fosse uno scherzo, tipo…e  non ho reagito. Lui ha continuato. Ho detto “no”, e non si fermava. Quando se ne è andato ho fatto la doccia. 

“Sì, devo soltanto… ok…”: attacco spezzato, come se cercasse la porta giusta per entrare nel racconto; lascia micro-pause dopo “soltanto” e “ok”; sguardo che evita l’interlocutore, come a controllare se è “permesso” dire questa cosa.



Hank mi ha accompagnato a casa, come ci eravamo detti.”: tono neutro e amministrativo, quasi una cronaca; sottolinea “come ci eravamo detti” come tentativo di normalizzare (“era tutto previsto”); postura composta, mani ferme o che cercano un oggetto.



È stato simpatico, cioè, è… Hank.”: inizio di difesa automatica; “cioè” è un freno, “è… Hank” è un’etichetta sociale; fai una piccola sospensione prima di “Hank”, come se quel nome bastasse a chiudere ogni dubbio.

 “Tutti adorano Hank.”: frase breve, quasi a lato, detta per spiegarsi e giustificarsi; sguardo alzato un istante per cercare conferma, poi subito giù; non sarcasmo: è il peso del consenso collettivo.



E Alex non c’era, come ha detto ieri, è a Boston.”: qui entra la logistica come alibi; ritmo un filo più veloce, come se volesse chiudere la questione; “è a Boston” va detto con secchezza, senza colore emotivo: un dato.



E… e mi ha chiesto un ultimo bicchiere, e io ‘Sì, certo, perché no’.”: doppio “e… e” = inceppo; la citazione “Sì, certo, perché no” va resa più leggera, quasi sorridente, come se stesse dimostrando che non c’era allarme; poi subito un minuscolo vuoto, come rimorso che arriva dopo.



Non mi ricordo nemmeno che cosa ho versato, qualcosa che aveva portato Alex dopo una festa.”: memoria che scivola; abbassa la voce su “non mi ricordo nemmeno” (vergogna implicita); “qualcosa” è vago apposta: evita il dettaglio perché il dettaglio la costringerebbe a rivivere.

 “Andava tutto bene, non so…”: frase-cuscinetto; “non so” è un paracadute emotivo; qui inserisci un respiro più lungo, come se il corpo volesse fermarsi.

 “Non avevo capito che fosse ubriaco finché non l’ho visto… barcollare in cucina.”: la prima metà è razionale, la seconda è immagine; fai una pausa vera prima di “barcollare”, e lascia che quella parola porti un piccolo fastidio fisico (una contrazione del volto, un micro arretramento).

E… ha cominciato a farmi domande inopportune.”: “E…” è resistenza; “inopportune” è un termine educato che tenta di contenere qualcosa di più sporco; dillo senza rabbia, con una cura eccessiva, come chi vuole restare “corretta”.

Prima sulla mia ricerca, la mia tesi, poi mi ha chiesto di Alex…”: elenco per mettere ordine; ritmo cadenzato, quasi da inventario; lo sguardo torna al presente solo su “Alex”, perché lì la faccenda diventa personale.

…e se avevamo coinvolto mai uomini nella nostra relazione.”: qui l’imbarazzo si accende; abbassa leggermente il volume e stringi le consonanti, come se stesse riportando una frase “che non si ripete”; evita qualsiasi compiacimento: è invasione.



Quando mi ha baciato pensavo che fosse uno scherzo, tipo… e non ho reagito.”: “tipo…” è un buco nero; lascia un silenzio breve ma denso; su “non ho reagito” non chiedere perdono, non giustificarti: dillo come una constatazione che la sorprende ancora.

Lui ha continuato.”: frase martello; netta, quasi piatta; sguardo finalmente fermo per un secondo, come se qui la narrazione smettesse di essere “confusa” e diventasse inevitabile.

Ho detto ‘no’, e non si fermava.”: “no” va pronunciato con una chiarezza quasi clinica, senza teatralità; subito dopo, su “non si fermava”, lascia emergere una micro-frattura nella voce: non pianto, ma perdita di controllo.

Quando se ne è andato ho fatto la doccia.”: chiusa fredda e definitiva; non “spiegare” la doccia, lasciala lì come fatto; dopo “doccia” fai un silenzio lungo: è il punto in cui il corpo parla più delle parole (pulizia, vergogna, bisogno di togliersi qualcosa di dosso).

Monologo da "After the Hunt"

Il monologo di Maggie in After the Hunt non è costruito per raccontare un evento, ma per mostrare il momento esatto in cui un’esperienza non è ancora stata compresa. Maggie non sta denunciando, non sta accusando, non sta chiedendo giustizia: sta cercando di mettere in fila i fatti mentre li racconta, e proprio questa incertezza è il cuore emotivo del testo. Il linguaggio è frammentato, pieno di esitazioni, correzioni, ripetizioni. Ogni “cioè”, ogni “non so”, ogni “e…” segnala un tentativo di rendere razionale qualcosa che il corpo ha già riconosciuto come violazione, ma che la mente non ha ancora accettato come tale. Maggie parte dalla normalità: Hank è simpatico, è “Hank”, una figura socialmente intoccabile. Inserisce dettagli pratici – Alex a Boston, il bicchiere offerto, l’alcol avanzato da una festa – come se questi elementi potessero dimostrare che nulla di grave stava accadendo.

Il monologo procede per autoassoluzioni inconsce: non aveva capito che fosse ubriaco, andava tutto bene, le domande erano solo “inopportune”. Anche quando descrive il bacio, Maggie lo minimizza: pensa a uno scherzo, non reagisce. Non perché sia d’accordo, ma perché il contesto non le permette ancora di leggere correttamente il gesto. È un trauma che si manifesta per accumulo, non per esplosione.

Il punto di svolta non è urlato, non è drammatico. Arriva con due frasi secche: “Ho detto no, e non si fermava.” Qui il linguaggio diventa finalmente chiaro, ma senza enfasi. È una constatazione, non una rivendicazione. Subito dopo, la chiusura: la doccia. Un gesto quotidiano che sostituisce qualunque commento emotivo, e che racconta più di mille parole il bisogno di togliersi qualcosa di dosso, di ristabilire un confine corporeo. Dal punto di vista attoriale, questo monologo funziona solo se non viene spinto. Non chiede lacrime, non chiede rabbia, non chiede indignazione. Chiede ascolto, precisione, verità. È il racconto di una persona che sta ancora cercando le parole giuste per dire ciò che le è successo, e proprio per questo è devastante nella sua semplicità.

Finale "After the hunt"

After the Hunt non è un film “sul #MeToo” in senso militante. È un film sulla complessità morale. Il suo vero tema non è la colpa, ma la responsabilità. Il contesto universitario non è solo uno sfondo: è un ecosistema di potere, prestigio, linguaggio corretto e silenzi strategici. Tutti i personaggi parlano bene, ragionano in modo sofisticato, ma faticano ad agire in modo etico quando il costo personale diventa alto. Alma incarna il nodo centrale: una donna che ha vissuto una zona grigia, e che proprio per questo rifiuta le semplificazioni. Non è una negazionista, ma nemmeno un simbolo. Il film ci costringe a stare dentro il suo disagio, senza offrirci una posizione comoda. Maggie rappresenta la nuova generazione: più consapevole, più mediatica, ma non immune da contraddizioni. La sua denuncia è reale nel vissuto emotivo, ma il film si interroga su come il dolore venga tradotto in verità pubblica, e su chi controlli quella narrazione. Il film rifiuta una morale binaria. Non dice “chi ha ragione”, ma mostra quanto sia distruttivo non guardare a fondo le proprie ferite. Alma sopravvive, sì, ma il dubbio finale suggerisce che alcune colpe non si risolvono: si imparano a portare.

Credits e dove vederlo

Ideatore: Luca Guadagnino

Soggetto: Nora Garrett

Cast: Julia Roberts (Alma Imhoff); Ayo Edebiri (Margaret "Maggie" Resnick); Andrew Garfield (Henrik "Hank" Gibson); Michael Stuhlbarg (Frederik Imhoff)
Dove vederlo: Disney+

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