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~ LA REDAZIONE DI RC
Analizzare un interrogatorio aggressivo significa studiare come il potere si costruisce attraverso le parole, e questo monologo di Jack ne è un esempio perfetto. Non è uno sfogo rabbioso, ma una strategia di pressione emotiva e narrativa, in cui ogni accusa è pensata per smontare l’identità dell’altro. Il testo richiede controllo, precisione e una gestione lucida della violenza verbale.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Durata: 6:30-9:10
Minutaggio: 2 minuti 40 secondi
Dopo il rapporto consumato nell’episodio precedente, Jack e Anna si separano senza dirsi nulla. Il giorno seguente, in commissariato, l’indagine entra in una nuova fase quando Priya presenta una scoperta decisiva: una foto dell’annuario del 2004 che ritrae quattro ragazze con lo stesso braccialetto delle vittime. Sono Rachel, Helen, Zoe e Anna. Un gruppo di amiche che, col tempo, sembra essersi trasformato in un nucleo di rancori irrisolti.
Per Priya la conclusione è chiara: la principale sospettata è Anna, moglie di Jack. Solo tre giorni prima, dopo un’assenza di dodici mesi, si è ripresentata in redazione chiedendo proprio di tornare a Dahlonega per seguire il caso. I sospetti ufficiali diventano Anna e Zoe. Jack, invece, continua a puntare su Duffie. Ma Priya insiste: l’assassino conosceva perfettamente le vittime, sapeva come scassinare le porte, come muoversi, e soprattutto ha lasciato una scritta precisa sulla fronte di Helen: “Bugiarda”. A questo si aggiunge un dato scomodo: la carriera di Anna sta rinascendo proprio grazie a questi omicidi. Per Priya non è una coincidenza. Jack esplode di rabbia e abbandona la centrale, mentre lo sceriffo ordina formalmente a Priya di interrogare Anna.
Jack si reca da Duffie e tenta il tutto per tutto. Gli mostra uno dei video compromettenti e lo incalza, rivelandogli di aver trovato il telefono di Rachel e accusandolo di aver pianificato l’omicidio. Ma Duffie è calmo, lucido, padrone della situazione. Quando Jack accenna al ricatto, Duffie ribatte che la “C” usata nella chat in codice non indica solo Clyde. E soprattutto, ora che Jack ha mostrato il telefono, Duffie ha capito la verità: l’amante di Rachel quella notte era proprio Jack. Minaccia quindi di andare dallo sceriffo a raccontare tutto. Jack è ormai con le spalle al muro.
Priya si trova intanto a casa di Alice, la madre di Anna, in attesa che la donna rientri.
In commissariato, Jack contatta uno degli amanti di Rachel, un uomo con un pick-up. Gli riferisce un dettaglio inquietante: durante un’uscita ad Atlanta, lo aveva visto entrare in un elegante palazzo e uscirne con il volto arrossato, come se fosse stato schiaffeggiato. Un tassello che si aggiunge a una rete sempre più fitta di relazioni segrete.
Anna viene interrogata da Priya. Alla domanda se fosse amica delle ragazze nella foto dell’annuario, risponde evasivamente: le apparenze ingannano. Sulla serratura, sostiene che tutte loro sapevano come forzarla. Alla domanda finale – se avesse altre amiche – risponde semplicemente di no. Prima di andarsene, Priya le fa notare le condizioni preoccupanti di Alice.
Zoe va a trovare Jack e, terrorizzata, gli confessa di temere di essere la prossima. Parla di qualcosa di terribile accaduto vent’anni prima, al sedicesimo compleanno di Anna. Dice che forse hanno esagerato, e che Anna non è la persona che Jack crede. Poco dopo, Jack riceve la lista degli inquilini del palazzo citato dal testimone: tra i nomi compare Richard Jones. Deve raggiungerlo immediatamente. Priya ascolta parte della conversazione.
Jack trova Richard nel bar frequentato dai giornalisti. Lo accusa di aver ospitato Rachel a casa sua. Richard nega. Il confronto degenera rapidamente: Richard ammette di aver rotto la mascella a una stalker di Lexy, rivendicando un istinto violento. Alla provocazione finale di Jack, “sei sempre così?”, risponde di chiedere a sua moglie. Jack perde il controllo e lo aggredisce.
In commissariato, Priya parla con Zoe, che rivela un dettaglio fondamentale: le amiche non erano quattro, ma cinque. C’era anche Catherine, la ragazza che aveva scattato la foto. Priya guarda l’annuario e finalmente le dà un volto.
Richard vorrebbe denunciare Jack, ma Anna lo ferma: se lo farà, lei racconterà a Lexy del tradimento. Lo sceriffo, intanto, impone un ultimatum a Jack: ha perso completamente il controllo del caso.
È notte. Zoe è sola in casa, si prepara un bagno ma avverte una strana inquietudine. Qualcuno entra silenziosamente e sale al piano superiore.

Continuiamo la farsa, per vedere come va? Quella del maritino addolorato, non c’ho creduto neanche per un attimo. Sua moglie… sua moglie la umiliava. Si scopava qualsiasi cosa respirasse. E’ così, lo faceva a Dahlonega, fuori Dahlonega, infatti lei le aveva dato delle regole, e quando non ha obbedito, lei l’ha odiata. Non l’amava, clYDE, la odiava a morte, perché voleva anche tutti i suoi soldi. Le ha chiesto di più dell’assegno mensile? Lei ha rifiutato e sua moglie ha minacciato di diffondere quello schifoso video, è andata così? Uuuh si! L’ha ferita nell’orgoglio, Clyde. Calpestava la sua virilità, ma poi ha mirato anche ai suoi soldi. E la teneva per le palle. Sapeva che in Georgia quell’uomo per bene, timorato di Dio, non avrebbe più venduto mezza fetta di pizza, se la gente avesse visto il pervertito di quel video? Vero? Un tale legato con u… un.. cos’era, una ball gag in bocca? Stammi a sentire, Clyde. Vuoi sapere una cosa? Non riuscirai a cavartela facilmente. Hai ucciso tua moglie. E dopo sei uscito col tuo cazzo di cane per crearsi un alibi. E c’eri quasi riuscito. Ma subito dopo… “Caazzo, non trovo il suo telefono”. Così l'hai chiamata un milione di volte, anche dopo che ti avevo chiesto di non farlo, giusto? Hai finito per scaricare la batteria, hai lavato via le tracce dai vestiti e dalle scarpe. C’eri quasi… Tranne che per un… piccolissimo particolare. Helen Wang, giusto? Ho i vostri messaggi, coglione. Ho il registro delle chiamate, l’hai cercata quando noi siamo usciti, per cosa? Per minacciarla, farle paura? Posso immaginare, le hai… le hai ricordato che era la preside della Saint Hilary, “Non vorrai essere coinvolta in un merdosissimo caso di ricatto per un sorbido video di sesso” Finalmente era esattamente come volevi, ce l’avevi in pugno, sotto controllo, ma poi… lei ha cambiato idea. Ha provato vergogna. Ha chiamato lo sceriffo, ha preso un appuntamento. Ma tu l’hai preceduta, e l’hai uccisa. Cazzo, sei un animale. Sei un animale, signor Duffy. Guardami dritto negli occhi e dimmi che mi sbaglio.
“Continuiamo la farsa, per vedere come va?”: apertura da predatore; mezzo sorriso freddo, non simpatico; pausa dopo “farsa” per farlo sentire piccolo; sguardo fisso, come se stessi “già vincendo”.
“Quella del maritino addolorato, non c’ho creduto neanche per un attimo.”: tono sprezzante, quasi annoiato; “maritino” con disprezzo calibrato; non alzare il volume, alza l’autorità.
“Sua moglie… sua moglie la umiliava.”: doppia ripetizione come se stessi scegliendo le parole più umilianti; micro-pausa su “sua moglie”; sguardo che scava.
“Si scopava qualsiasi cosa respirasse.”: colpo sporco, volutamente volgare; dillo senza compiacimento, come un’arma; breve silenzio dopo per vedere la reazione.
“E’ così, lo faceva a Dahlonega, fuori Dahlonega,”: ritmo da verbale, incalzante; non teatrale; sottolinea “fuori” come violazione delle regole.
“infatti lei le aveva dato delle regole, e quando non ha obbedito, lei l’ha odiata.”: qui fai emergere la logica del movente; “regole” con ironia cattiva; accelera leggermente su “non ha obbedito”.
“Non l’amava, Clyde, la odiava a morte,”: nome detto come uno schiaffo; “odiava a morte” senza urlare, ma con denti stretti; avvicinati di un passo o invadi lo spazio.
“perché voleva anche tutti i suoi soldi.”: abbassa la voce su “soldi” come se fosse la vera vergogna; sguardo breve verso il basso e ritorno immediato negli occhi.
“Le ha chiesto di più dell’assegno mensile?”: domanda retorica, punta e precisa; pausa dopo “mensile” per farlo rispondere col silenzio.
“Lei ha rifiutato e sua moglie ha minacciato di diffondere quello schifoso video, è andata così?”: costruisci il puzzle davanti a lui; “schifoso” con disgusto autentico; “è andata così?” come gancio, non come domanda vera.
“Uuuh sì!”: sarcasmo aggressivo; risata corta, secca, senza gioia; immediato ritorno al gelo.
“L’ha ferita nell’orgoglio, Clyde.”: qui sei chirurgico; “orgoglio” sottolineato; nome di nuovo come martello.
“Calpestava la sua virilità,”: “virilità” con ironia velenosa; piccolo cenno del capo, come a dire “ti conosco”.
“ma poi ha mirato anche ai suoi soldi.”: escalation; ritmo più serrato; “anche” deve suonare come condanna definitiva.
“E la teneva per le palle.”: frase brutale, diretta; non gridare: la potenza è nella calma; uno sguardo in basso (un attimo) per umiliarlo e poi di nuovo negli occhi.
“Sapeva che in Georgia quell’uomo per bene, timorato di Dio,”: qui reciti il personaggio pubblico di Clyde; tono ironico, quasi imitazione; allunga “timorato di Dio”.
“non avrebbe più venduto mezza fetta di pizza,”: stoccata precisa, quasi comica ma cattiva; “mezza fetta” con sarcasmo; lascia un micro-silenzio dopo.
“se la gente avesse visto il pervertito di quel video?”: “pervertito” come etichetta che gli appiccichi addosso; sguardo fisso, senza pietà.
“Vero?”: singola parola come un chiodo; pausa lunga; non distogliere gli occhi.
“Un tale legato con u… un.. cos’era, una ball gag in bocca?”: finta esitazione per amplificare l’umiliazione; come se stessi “ricordando” con gusto; attenzione a non farla diventare caricatura: deve restare minaccia.
“Stammi a sentire, Clyde.”: cambio di marcia: meno sarcasmo, più comando; voce più bassa; corpo fermo.
“Vuoi sapere una cosa?”: domanda calma, quasi paterna; pausa prima di colpire.
“Non riuscirai a cavartela facilmente.”: sentenza; ritmo lento; ogni parola pesata; sguardo immobile.
“Hai ucciso tua moglie.”: linea di fuoco; detta semplice, senza enfasi; lascia che il silenzio faccia esplodere la frase.
“E dopo sei uscito col tuo cazzo di cane per crearsi un alibi.”: riparti più duro; “cazzo di cane” come sputo di disprezzo; accelera su “alibi” per mostrare che hai già smontato la scena.
“E c’eri quasi riuscito.”: finto riconoscimento; mezzo sorriso; pausa dopo “quasi” implicita.
“Ma subito dopo…”: sospensione da interrogatorio; occhi stretti; fai sentire che arriva il dettaglio che lo frega.
“‘Caazzo, non trovo il suo telefono’.”: cita la frase come ricostruzione ironica; imitazione minima, non comica; lascia un silenzio breve dopo la citazione.
“Così l'hai chiamata un milione di volte,”: ritmo incalzante; “un milione” iperbole aggressiva; gesto piccolo con la mano come conteggio.
“anche dopo che ti avevo chiesto di non farlo, giusto?”: “io” qui è autorità; sottolinea “chiesto” come ordine ignorato; “giusto?” come cappio.
“Hai finito per scaricare la batteria,”: elenca come una checklist; voce ferma; sguardo mai mollato.
“hai lavato via le tracce dai vestiti e dalle scarpe.”: “lavato via” con disprezzo; fai sentire l’idea del sangue che sparisce; pausa dopo “scarpe”.
“C’eri quasi…”: ripeti il “quasi” per tormentarlo; sorriso freddo, impercettibile.
“Tranne che per un… piccolissimo particolare.”: rallenta; goditi la sospensione;
“piccolissimo” detto con crudeltà sottile; un passo in avanti o un’invasione dello spazio.
“Helen Wang, giusto?”: nome come prova schiacciante; “giusto?” secco; guarda l’effetto del nome.
“Ho i vostri messaggi, coglione.”: esplosione controllata; “coglione” non isterico, ma definitivo; subito dopo torna al gelo, come se niente.
“Ho il registro delle chiamate,”: tono procedurale, da poliziotto; riprendi controllo; respiro pieno.
“l’hai cercata quando noi siamo usciti, per cosa?”: “noi” include la polizia, il sistema; domanda a uncino; pausa dopo “cosa”.
“Per minacciarla, farle paura?”: due colpi; “minacciarla” più duro, “farle paura” più viscerale; sguardo che non lascia via d’uscita.
“Posso immaginare,”: finta calma; un mezzo ghigno; come dire “sei prevedibile”.
“le hai… le hai ricordato che era la preside della Saint Hilary,”: doppia esitazione per assaporare la pressione; “preside” come leva sociale; tono insinuante.
“‘Non vorrai essere coinvolta in un merdosissimo caso di ricatto per un sordido video di sesso’”: qui reciti la minaccia; non urlare, sussurra veleno; “merdosissimo” e “sordido” devono fare schifo anche a te, ma li usi.
“Finalmente era esattamente come volevi,”: soddisfazione fredda; ritmo lento; sguardo fisso.
“ce l’avevi in pugno, sotto controllo,”: due immagini di dominio; stringi la mano a pugno un istante; “controllo” con piacere oscuro.
“ma poi… lei ha cambiato idea.”: svolta; pausa lunga prima di “lei”; fai sentire l’imprevisto che lo manda in tilt.
“Ha provato vergogna.”: breve e pesante; come una condanna morale.
“Ha chiamato lo sceriffo, ha preso un appuntamento.”: elenco rapido; costruisci la corsa contro il tempo; accelerazione.
“Ma tu l’hai preceduta,”: “preceduta” con freddezza da predazione; pausa.
“e l’hai uccisa.”: seconda sentenza; più bassa, più definitiva; resta immobile.
“Cazzo, sei un animale.”: qui puoi lasciare uscire un filo di disgusto vero; non teatralizzare: è un giudizio viscerale.
“Sei un animale, signor Duffy.”: ripeti più controllato; “signor” aggiunge veleno (civiltà finta); torna alla compostezza.
“Guardami dritto negli occhi e dimmi che mi sbaglio.”: chiusura da sfida; avvicinati quel tanto che basta; pausa prima di “dimmi”; sguardo inchiodato, voce ferma, come se la confessione fosse già scritta nel silenzio.
Questo monologo è un atto di dominio narrativo prima ancora che emotivo. Jack non sta interrogando Clyde per ottenere informazioni, perché le informazioni le possiede già: sta costruendo una trappola verbale in cui l’altro è costretto a restare dentro una versione dei fatti che lo umilia, lo smaschera e lo riduce progressivamente a preda. L’attacco iniziale, ironico e sprezzante, serve a demolire l’unica maschera che Clyde prova ancora a indossare: quella del marito addolorato. Jack non gli concede neppure il diritto al lutto, perché il lutto è una posizione morale, e Clyde non la merita.
La struttura del monologo alterna sapientemente sarcasmo e ricostruzione logica. Ogni dettaglio sessuale, ogni riferimento alla vergogna pubblica, non è inserito per scioccare lo spettatore, ma per colpire il punto più fragile del personaggio: l’identità sociale. Jack sa che Clyde non teme la colpa in sé, ma l’esposizione. Per questo insiste sul contesto geografico, sulla religione, sull’immagine dell’uomo per bene in Georgia: è lì che l’omicidio trova il suo movente reale, nella paura di perdere status, rispetto, controllo.
Dal punto di vista attoriale, la grande insidia del monologo è la rabbia. Se l’attore interpreta Jack come un uomo fuori controllo, perde immediatamente potere. Questo testo funziona solo se la violenza è calcolata, se il piacere sta nel vedere l’altro cedere lentamente. Anche quando il linguaggio diventa volgare o brutale, Jack non perde mai la lucidità: la sua forza sta nel fatto che ogni insulto è funzionale a un obiettivo preciso, non a uno sfogo.
Il momento chiave arriva con il “piccolissimo particolare”: qui il monologo cambia ritmo e diventa predatorio. Jack rallenta, gode della sospensione, perché sa di avere l’elemento che chiude il cerchio. Helen Wang non è solo una prova: è la dimostrazione che Clyde ha ripetuto lo stesso schema di controllo e violenza, estendendolo a chiunque minacciasse di rompere il silenzio. Da lì in avanti, Jack non sta più ricostruendo: sta sentenziando.
La chiusura non cerca una confessione reale, ma una resa simbolica. “Guardami dritto negli occhi e dimmi che mi sbaglio” è una frase che Jack sa già non avrà risposta. Il silenzio dell’altro è la vittoria definitiva. Per un attore, questo monologo è un banco di prova sulla gestione del potere: non vince chi urla di più, ma chi resta più fermo mentre l’altro crolla.

In centrale, Priya riceve chiamate dal telefono di Rachel e scopre un altro fatto cruciale: anni prima, Catherine è morta. Un agente le segnala che tre numeri ricorrono ossessivamente nell’indagine: Duffie, Helen e Jack.
All’hotel, la prenotazione di Anna viene annullata dall’emittente. Lei e Richard restano senza alloggio. Richard la invita allora alla casa sul lago dei suoceri, che sono via, prima di rientrare ad Atlanta.
Mentre Richard accompagna Anna, Jack riceve una chiamata da Priya. Durante il viaggio, Anna ha un flashback devastante: il giorno del suo sedicesimo compleanno. Le ragazze giocano in una radura con divani e materassi. Arrivano alcuni uomini con dell’alcol. La situazione degenera fino a quando uno di loro tenta di violentare Catherine.
Richard interrompe il ricordo, richiamando l’attenzione.
Nel frattempo, Nick nota dell’acqua che cola dal piano di sopra: la sorella ha lasciato la doccia accesa.
Alla casa sul lago, Anna è turbata dalla posizione isolata. Richard le dice che arriverà anche Lexy, che vuole “seppellire l’ascia”. Anna entra, ma resta sola. Richard va a chiamare Lexy.
In parallelo, Jack irrompe nel bagno di Zoe e la trova morta, immersa in una vasca colma di sangue.
Nella casa sul lago, Anna osserva alcune fotografie di Lexy e resta sconvolta: in molte di esse compare Catherine. È come se Catherine e Lexy fossero la stessa persona.
Anna capisce.
Il finale dell’episodio 5 è un punto di svolta totale. La morte di Zoe segna il collasso definitivo del gruppo originario, mentre la rivelazione sull’identità di Catherine apre una nuova prospettiva sull’intera storia. Lexy non è solo una collega o una rivale professionale: è parte integrante del trauma originario.
La serie ribalta così la dinamica del sospetto. Non si tratta più solo di vendetta o di ricatto, ma di un passato che è stato rimosso, riscritto, forse persino cambiato identità. Anna realizza che la chiave di tutto non è l’omicidio di Rachel, ma ciò che è accaduto vent’anni prima.
Regista: -
Sceneggiatura: da un romanzo di Alice Feeney
Produttore: Stephanie Slack Margret H. Huddleston
Cast: Sunita Mani (Priya), Tessa Thompson (Anna), Jon Bernthal (Jack Harper) Pablo Schreiber (Richard), Crystal R. Fox (Alice)
Dove vederlo: Netflix

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