Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Ci sono monologhi che non funzionano perché dicono qualcosa, ma perché nascondono tutto. Questo passaggio di Pasquale Lojacono nel secondo atto di “Questi fantasmi!” di Eduardo De Filippo è uno di quelli.
A una prima lettura sembra un discorso pratico, quasi razionale: un uomo che giustifica una situazione economica improvvisamente favorevole. Ma se entri davvero nella scena, se osservi il ritmo, le pause, le contraddizioni interne, ti accorgi che Pasquale non sta parlando alla moglie. Sta parlando a sé stesso.
È un monologo costruito sull’autoinganno. E proprio per questo, per un attore, diventa un terreno potentissimo: ogni frase ha un doppio fondo, ogni immagine nasconde una crepa.
PASQUALE LOJACONO - SECONDO ATTO “Questi fantasmi”
Pasquale (Versione italiana)
E dal momento che io non te ne chiedo, l’incidente è chiuso. Non ti preoccupare per me, per come entrano i soldi in casa, non si va in galera. La gente? Lasciala parlare. Diranno che io sono un farabutto, maligneranno magari, sul tuo conto…e va bene…a poco a poco non ci penseranno più e buonanotte. L’accordo deve essere tra noi due. Tu devi pensare che se mi sto zitto ho le mie
brave ragioni…Lo so chi spende, conosco la fonte, ma non posso parlare! Non mi conviene. Mi sono informato presso persone che si sono trovate in posizioni simili e tutti mi hanno detto: < Non parlate, se no finisce tutto! >
Tieni qua in mente, Maria: se parliamo chiaro, tu non resti più vicino a me. Te ne vai, te ne scappi. E io non posso perdere questa comodità…tu credi che potevamo continuare a vivere di miserie, di privazioni, di stenti, volendoci bene come Giulietta e Romeo…io desiderando un vestito e tu un paio di calze? Dopo mesi e mesi di attesa, sempre delusa, per via che non si è avverata la tale cosa, perché Tizio è venuto meno alla promessa del posto che mi aveva fatto intravedere, con la morte nel cuore per aver tramutato in rinunzia ogni più innocente desiderio, finalmente avremmo sistematicamente attraverso i secoli, soffocate le nostre amarezze in un amplesso completo e complesso d’ogni sentimento: amore, tenerezza, bene e sensi compresi? Con la pancia vuota, Maria?! Con la pancia vuota, Maria, i sensi si perdono. Giulietta e Romeo dovevano essere ricchissimi, se no dopo tre giorni si prendevano a capelli…Non pensare alla dicerie, al contrario, arriva un poco di benessere: donna Maria si ribella! Ma fammi il piacere! E guarda, t’avverto: non ci torniamo più sopra e non facciamo storie per l’avvenire, perché non è finito. Io voglio campare bene. Voglio mangiare, bere, voglio vestire bene. Le sigarette non le voglio contare. La domenica voglio il dolce…e tutto quello che mi serve.
E no, cara…devi vedere che altro t’arriva qua! Cosa crede di avere fatto?! Ha fatto il resto! Dio lo sa come sto…Mo’ servono duecentomila lire…e me le deve dare: le voglio. Me ,e deve far trovare, non discuto…Tu sei una donna che vale, devi vivere bene e non ti puoi contentare tanto facilmente. E lasciamo questi discorsi, queste sciocchezze te che non approdano a niente. Io scendo, tarderò una mezz’ora. Vado all’Agenzia per sapere s ci sono novità per la pensione, prima che si guasti il tempo. Vedi…mi pare che minaccia.
Chi spende i soldi, da dove vengono…ma perché indagare?! Perchè voler entrare nella scazzetta di Monsignore…Lasciamo correre…Tiriamo avanti.
PASQUALE - VERSIONE NAPOLETANO
E dal momento che io non te ne chiedo, l'incidente è chiuso. Non ti preoccupare per me, per come entrano i soldi in casa nun se va ngalera. La gente?... Lasciala parlare. Diranno che io sono un farabutto, maligneranno, magari, sul tuo conto... e va bene... a poco a poco non ci penseranno piú e buonanotte.
L'accordo deve essere tra noi due. Tu devi pensare che se mi sto zitto, ho le mie brave ragioni... 'O ssaccio chi spende, conosco la fonte, ma nun pozzo parla'... Non mi conviene. Mi sono informato presso persone che si sono trovate in posizioni simili e tutti mi hanno detto: «Non parlate, se no finisce tutto!»
Tiene mente ccà, Mari': se parliamo chiaro, tu non resti piú vicino a me, te ne vai... te ne scappi. E io non posso perdere questa comodità... Tu credi che potevamo continuare a vivere di miserie, di privazioni, di stenti, volendoci bene come Gia lietta e Romeo... io desiderando un vestito e tu nu par' e ca-zette?... Dopo mesi e mesi di attesa, sempre delusa, per via che non si è avverata la tale cosa, perché Tizio è venuto meno alla promessa del posto che mi aveva fatto intravedere, con la morte nel cuore per aver tramutato in rinunzia ogni piú innocente desiderio, finalmente avremmo, sistematicamente, attraverso i secoli, soffocate le nostre amarezze in un amplesso completo e complesso d'ogni sentimento: amore, tenerezza, bene e sensi
compresi?.. Cu a panza o. Cieleta e Cameo dove vacane,
Mari, e sense se perdeno...
sere ricchissimi, se no dopo tre giorni se pigliaveno a capille....
Nun da' retta 'e chiacchiere... Al contratio, arriva un poco di benessere: donna Maria si ribella! Ma famm' 'o piacere! E guar-da, t'avverto: non ci torniamo piú sopra e non facciamo storie per l'avvenire, perché non è finito. Io voglio campa' buono.
Voglio mangia',
", bévere, voglio vestire bene. 'E sigarette nun
'e voglio cunta'. "A dumméneca voglio o dolce... e tutto quello che mi serve. Eh no, cara... He' 'a vede' che ato ha d'arriva' cca’… Cosa crede di avere fatto?... Ha da fa' 'o riesto. Dio 'o ssape comme stongo... Mo me servono duicientomila lire... E me l'ha da da': 'e vvoglio...
Me le deve far trovare, non discuto... Tu sei una donna che vale, devi vivere bene e non ti puoi contentare tanto facilmente.
E lasciamo questi discorsi, queste sciocchezze tue che non approdano a niente. lo scendo, tarderò una mezz ora. Vado al l'Agenzia per sapere se ci sono novità per la pensione, prima che si guasti il tempo... 'O vi", me pare ca minaccia... Chi spende... i soldi da dove vengono... Ma perché indagare? Perché voler entrare nella scazzetta di Monsignore...
Lasciamo correre... Tiriamo avanti...

“Questi fantasmi!” di Eduardo De Filippo è una commedia che gioca continuamente sul confine tra realtà e illusione, costruendo una situazione teatrale in cui ciò che sembra soprannaturale è in realtà profondamente umano.
La storia ruota attorno a Pasquale Lojacono, un uomo ingenuo, pieno di speranze ma incapace di leggere davvero la realtà che lo circonda. Insieme alla moglie Maria, si trasferisce in un grande appartamento napoletano ottenuto gratuitamente, con una sola condizione: vivere lì per dimostrare che la casa non è infestata dai fantasmi, come invece credono tutti. Pasquale accetta con entusiasmo, vedendo in questa occasione la possibilità di una vita migliore, senza sospettare che proprio quella casa diventerà il teatro della sua inconsapevolezza. Fin dai primi momenti, Pasquale si convince della presenza di un fantasma benigno, che interpreta come una sorta di presenza amica. In realtà, ciò che lui percepisce come segni del soprannaturale sono eventi perfettamente spiegabili: il “fantasma” è in realtà l’amante della moglie Maria, che approfitta dell’ingenuità di Pasquale per entrare e uscire di casa indisturbato. La situazione si complica quando Pasquale comincia addirittura a ringraziare questa presenza invisibile per piccoli “favori”, come il denaro che trova misteriosamente—denaro che proviene proprio dall’amante.
La dinamica centrale della commedia si sviluppa quindi su un paradosso potente: Pasquale preferisce credere al fantasma piuttosto che affrontare la verità. Eduardo costruisce qui uno dei suoi temi più profondi: l’autoinganno come forma di sopravvivenza. Pasquale non è semplicemente sciocco, ma sceglie inconsciamente di non vedere, perché la realtà sarebbe troppo dolorosa da accettare. Nel frattempo, Maria vive una condizione opposta. È lucida, consapevole, ma intrappolata in un matrimonio senza amore e in una situazione che non riesce a cambiare davvero. Il suo rapporto con l’amante non è romantico nel senso tradizionale, ma piuttosto una via di fuga da una vita che non le appartiene. Tuttavia, anche questa fuga è fragile e destinata a incrinarsi.
La tensione cresce quando la verità rischia più volte di emergere, ma ogni volta Pasquale la evita, reinterpretando tutto secondo la sua versione “fantastica”. Questo meccanismo diventa quasi tragico: più gli indizi sono evidenti, più lui si rifugia nella sua illusione. Eduardo lavora qui sulla ripetizione e sul ritmo, trasformando la comicità iniziale in qualcosa di amaro. Nel finale, la situazione si chiarisce per lo spettatore in modo definitivo, ma non per Pasquale. Ed è proprio questo il punto: la verità non esplode mai completamente dentro la sua coscienza. Rimane sospesa, come un fantasma appunto. La casa non è infestata, ma lo è la mente del protagonista, abitata da una convinzione che lo protegge e allo stesso tempo lo condanna.
“Questi fantasmi!” diventa così molto più di una commedia brillante: è un’analisi lucida della capacità umana di costruire illusioni pur di non affrontare il dolore. Eduardo non giudica Pasquale, lo osserva. E ci invita a fare lo stesso, chiedendoci quanto, nella vita quotidiana, anche noi scegliamo di credere ai nostri “fantasmi”.
Il primo elemento che colpisce è l’impostazione difensiva del discorso. Pasquale apre con una chiusura: “l’incidente è chiuso”. Non sta davvero chiudendo nulla. Sta tentando di sigillare una crepa che sente pericolosamente aperta. La sua urgenza non è comunicare, ma evitare. E questo cambia completamente il modo in cui l’attore deve lavorare: non è un monologo “verso”, ma un monologo “contro”. Contro la verità.
Subito dopo entra il tema centrale: i soldi. Pasquale dice chiaramente che conosce la fonte, ma “non può parlare”. Qui si gioca una delle chiavi attoriali più interessanti: lui sa. Non è inconsapevole. È consapevole e sceglie di non sapere. È una differenza sottile ma decisiva. Non siamo davanti a un ingenuo, ma a un uomo che ha fatto un patto con la propria cecità.
Quando dice: “Non mi conviene” il monologo cambia tono. Non è più morale, è utilitaristico. Pasquale non difende un valore, difende una condizione. E qui entra il secondo grande tema: la fame. La parte centrale del monologo è costruita come un’esplosione immaginativa: la povertà, i desideri rimandati, le promesse mancate.
Eduardo usa una costruzione quasi romantica (“Giulietta e Romeo”), ma la distrugge immediatamente con una battuta che è insieme comica e brutale: “Con la pancia vuota, Maria, i sensi si perdono.”
Questo è uno snodo fondamentale. Pasquale sta riscrivendo il mito dell’amore. Lo riporta a terra. Lo smonta. Per un attore, qui c’è un cambio di energia: non è più difensivo, diventa quasi filosofico. Ma è una filosofia distorta, costruita per giustificarsi. Quando dice che Romeo e Giulietta “dovevano essere ricchissimi”, non è solo una battuta. È una dichiarazione di visione del mondo: l’amore senza benessere non regge. E quindi il tradimento diventa accettabile. Non detto, ma accettato. Da qui il monologo accelera verso il desiderio. “Voglio mangiare, bere, voglio vestire bene…”
La struttura diventa accumulativa, quasi ossessiva. Non è più un discorso, è una lista di bisogni repressi che emergono tutti insieme. Questo passaggio è fondamentale in scena: il ritmo deve aumentare, ma senza perdere il controllo. Perché Pasquale non sta esplodendo. Sta godendo dell’idea di quella nuova vita. E poi arriva una frase chiave: “non è finito”. Qui si apre un sottotesto inquietante. Pasquale non solo accetta la situazione, ma la vuole espandere. Vuole di più.
Non è più vittima della condizione, è diventato complice. L’ultima parte del monologo torna su un tono apparentemente leggero: “Perché indagare?!” Ma è proprio lì che si chiude il cerchio. La domanda è retorica. È una difesa. E la chiusa: “Tiriamo avanti.”è la vera dichiarazione tragica del personaggio. Non c’è soluzione, non c’è presa di coscienza. Solo una scelta: continuare a non vedere.

Il monologo di Pasquale Lojacono è uno di quei momenti in cui Eduardo De Filippo riesce a fare una cosa rarissima: trasformare una bugia in un sistema di sopravvivenza. Non stiamo guardando un uomo ingannato. Stiamo guardando un uomo che sceglie di essere ingannato, perché la verità gli toglierebbe tutto: dignità, amore, stabilità. E per un attore, questo significa una cosa sola: non interpretare la verità, ma difendere la menzogna. Perché in questa scena, il vero fantasma non è nella casa. È dentro Pasquale.

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