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Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Analizzare il monologo sul trauma di Anna a Jack significa esplorare come il dolore più profondo si nasconda spesso tra le parole, non dentro di esse. In questo monologo, Anna racconta una notte terribile senza mai nominarla davvero, lasciando che siano le pause, le omissioni e i silenzi a parlare. Non è una confessione, ma un tentativo fragile di avvicinarsi a una verità rimossa.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Durata: 11:50-14:00
Minutaggio: circa 2 minuti
L’episodio si apre con un flashback decisivo. Torniamo nella famiglia di Lexy, che in realtà si chiamava Catherine. Prima di uscire di casa, la ragazza annuncia di voler cambiare nome: da oggi sarà Lexy. La sorella Andrea la prende in giro per il suo aspetto e le chiede di portarle l’inalatore per l’asma prima di uscire in barca. Catherine glielo porta, ma durante il tragitto continua deliberatamente a spruzzarlo, fino a esaurirlo. Andrea morirà poco dopo, senza aria. È un omicidio mascherato da incidente, avvenuto vent’anni prima. Nel presente, Anna osserva quelle fotografie con orrore: Lexy porta con sé una colpa originaria.
Anna chiama Jack chiedendo aiuto. Jack è sconvolto: ha appena trovato sua sorella Zoe morta ed è coperto di sangue. Anna gli invia la posizione, consapevole di essere la prossima. Poco dopo arriva Richard, che le strappa il telefono dalle mani con disprezzo, pronunciando una frase carica di rancore: “i ricchi sono tutti uguali”.
Jack corre in macchina, ma viene fermato da Priya, arrivata a casa sua con la pistola puntata. Per lei Jack è il principale sospettato: è pieno di sangue, ha mentito, ha manipolato prove. Preso dal panico, Jack riesce a colpirla e a fuggire per raggiungere Anna.
Nel frattempo, Anna viene aggredita da Richard. Riesce a impugnare la pistola e a sparare, costringendolo alla fuga, ma finisce i colpi. Richard tenta di rientrare, ma Anna riesce a chiudere la porta. Alle sue spalle compare Lexy, che prova a colpirla con un vaso. Le due donne iniziano una violenta colluttazione. Lexy riversa su Anna tutto l’odio accumulato: la accusa per il comportamento del gruppo vent’anni prima e per la violenza subita. Le scuse di Anna non servono. La lotta si fa brutale, fisica, fino a quando Anna perde un dente.
Nel frattempo, Priya viene soccorsa dalla polizia e contatta lo sceriffo, che finalmente ricompone il quadro: Helen, Duffie e Rachel stavano ricattando Lexy per la morte di sua sorella Andrea, e le tensioni erano degenerate in violenza. Priya comprende la verità definitiva: Lexy Jones è Catherine. Parte immediatamente con la polizia verso la casa.
Anna e Lexy, stremate, crollano a terra. Anna sente il rumore di un’auto frenare: Jack è arrivato. Mentre Anna tenta di rialzarsi, Lexy afferra la pistola caduta e la punta contro di lei. Jack irrompe in casa e si getta per proteggerla. Lexy spara, ma l’arma è scarica. Rimane immobile per un istante, sufficiente perché Priya, arrivata dall’esterno, le spari, fermandola definitivamente.
All’alba del giorno dopo, Jack non sa come dire a Meg che la zia è morta. Anna si offre di aiutarlo. È il primo gesto di vera ricostruzione.
Anna confessa finalmente a Jack cosa accadde davvero quel giorno, vent’anni prima. Durante la festa del suo compleanno, Rachel aveva mostrato delle fotografie intime ai ragazzi arrivati con l’alcol. Quegli uomini avevano poi aggredito Catherine, mentre Helen e Zoe guardavano senza intervenire. Anna non era riuscita a parlarne, non per vigliaccheria, ma per vergogna e paura. Chiede scusa, soprattutto per Zoe. Jack la perdona, e i due si abbracciano.
Nella camera di Andrea, lo sceriffo trova le unghie di Rachel e il coltello dell’omicidio. Anna torna a fare il suo lavoro: raccontare i fatti davanti alla telecamera. Priya chiede a Jack se Anna se la caverà per la morte di Lexy. Jack la rassicura.Un anno dopo
Anna è tornata stabilmente in redazione. Jack accompagna Meg a scuola. Anna è incinta, la loro vita sembra finalmente ricomporsi. Tornano a casa di Alice.
Rimasta sola in camera sua, Anna trova una lettera della madre.
Alice confessa tutto.

Rachel è stata l’ideatrice. Ma Helen e Zoe sapevano tutto. Hanno… portato Lexy… Catherine… e me, in mezzo al bosco, quando ho compiuto 16 anni. Dicevano che avremmo fatto una festa, e così… sono arrivati dei tipi. Uomini a cui Rachel aveva… dato delle nostre fotografie. Appena arrivati… hanno aggredito Catherine. E Rachel, e Helen, e tua sorella guardavano. Volevo dirtelo… io… io… ci ho provato, centinaia di volte. Non… è che non… non riuscivo… pensavo che forse… Era meglio di no, per Zoe, ma alla fine la verità è che non sono mai riuscita a dirlo a nessuno. Non lo so… ho pensato che potevo fare finta che non fosse successo… ed è quello che ho fatto.
“Rachel è stata l’ideatrice.”: attacco asciutto, quasi “da verbale”; non caricare emotivamente subito; sguardo basso e poi un ritorno rapido su Jack, come a testare se regge.
“Ma Helen e Zoe sapevano tutto.”: colpo di seconda ondata; “tutto” va pesato e lasciato cadere; micro-pausa dopo “Helen” e dopo “Zoe”, per far sentire il tradimento.
“Hanno… portato Lexy… Catherine… e me, in mezzo al bosco, quando ho compiuto 16 anni.”: frase spezzata come memoria che non vuole uscire; nomi detti a scatti, uno per respiro; “in mezzo al bosco” con un vuoto nello sguardo, come se rivedesse il posto; “16 anni” quasi sussurrato, perché rende tutto più inaccettabile.
“Dicevano che avremmo fatto una festa, e così…”: tono amaro, incredulo; “festa” con una punta di disgusto; sospensione lunga dopo “così” (qui il corpo si irrigidisce).
“sono arrivati dei tipi.”: evita dettagli; “dei tipi” è una copertura, non una descrizione; voce più bassa, quasi a non volerli evocare.
“Uomini a cui Rachel aveva… dato delle nostre fotografie.”: “uomini” va detto con gelo; pausa dopo “aveva” per far sentire l’atto di consegna; “fotografie” come parola che brucia, detta lentamente.
“Appena arrivati… hanno aggredito Catherine.”: prima parte sospesa, poi la frase cade come un peso; non urlare “aggredito”: dillo semplice, e sarà peggio; sguardo che si sposta via da Jack per un istante (vergogna/impotenza).
“E Rachel, e Helen, e tua sorella guardavano.”: elenco che inchioda; scandisci i tre nomi con la stessa durezza; “guardavano” va lasciato vibrare nel silenzio dopo, come condanna.
“Volevo dirtelo…”: cambio: dal racconto al presente; voce si incrina; sguardo torna su Jack, finalmente diretto.
“io… io…”: doppia esitazione vera, non “tecnica”; un respiro bloccato; come se stesse scegliendo se sopravvivere o dire.
“ci ho provato, centinaia di volte.”: confessione stanca; “centinaia” non enfatizzato, ma detto come un numero che pesa; piccola pausa dopo “provato”.
“Non…”: silenzio pieno; qui l’attrice non deve riempire, deve reggere.
“è che non… non riuscivo…”: frase rotta, colpa che non è colpa; “non riuscivo” con vergogna, non con pianto; sguardo a terra.
“pensavo che forse…”: difesa mentale; come se cercasse una giustificazione per respirare; tono più piccolo, quasi infantile.
“Era meglio di no, per Zoe,”: “Zoe” detto con cautela, come protezione; non accusatorio verso Jack, ma verso la complessità; pausa dopo “no”.
“ma alla fine la verità è che non sono mai riuscita a dirlo a nessuno.”: qui arriva la resa; “verità” va pronunciata lentamente; “a nessuno” è solitudine totale, lascia un silenzio dopo.
“Non lo so…”: smarrimento autentico; un mezzo gesto delle mani, come arrendersi; sguardo perso.
“ho pensato che potevo fare finta che non fosse successo…”: frase detta con disgusto verso sé stessa; “fare finta” con vergogna; rallenta su “non fosse successo”, come se volesse cancellarlo di nuovo.
“ed è quello che ho fatto.”: chiusura secca, senza melodramma; voce bassa, spenta; resta immobile e lascia che il silenzio dica il resto.
Questo monologo è costruito sul principio della reticenza traumatica: Anna racconta, ma ogni frase sembra fermarsi un passo prima del punto di non ritorno. Non perché manchi il coraggio, ma perché il trauma ha insegnato al corpo a proteggersi attraverso il silenzio. Il racconto non procede in modo lineare: avanza a scatti, per nomi, per immagini isolate. Rachel viene nominata subito come ideatrice, quasi per creare una distanza morale, ma subito dopo il peso si allarga includendo Helen e Zoe. Non c’è isteria né rabbia esplicita: ciò che domina è una lucidità fragile, come se Anna stesse finalmente guardando qualcosa che ha evitato per anni.
Il momento centrale del monologo non è l’arrivo degli uomini, ma lo sguardo delle altre. L’aggressione a Catherine viene detta senza dettagli, quasi sterilizzata, mentre la frase “guardavano” resta sospesa e diventa la vera ferita. È lì che il trauma si fissa: non solo nella violenza subita o assistita, ma nel tradimento passivo di chi avrebbe potuto fermare tutto. Dal punto di vista attoriale, questa scelta è cruciale: l’orrore non va mostrato, va lasciato intuire, perché Anna stessa non riesce ancora a guardarlo direttamente.
La seconda parte del monologo si sposta dal passato al presente, ma non come liberazione: come ammissione di fallimento. Anna racconta il tentativo reiterato di parlare, ma ogni “ci ho provato” è seguito da un’interruzione, da una giustificazione, da una protezione verso gli altri, in particolare verso Zoe. Qui emerge un meccanismo tipico del trauma: proteggere gli altri per continuare a non proteggere sé stessi. L’idea di “fare finta che non fosse successo” non è una bugia consapevole, ma una strategia di sopravvivenza.
La chiusura del monologo è devastante proprio perché priva di catarsi. Non c’è pianto liberatorio, non c’è richiesta di comprensione. Anna constata semplicemente di aver cancellato l’evento dalla propria narrazione di vita. Per un’attrice, questo testo richiede un lavoro finissimo sul corpo: più che emozioni visibili, servono micro-fratture, esitazioni reali, silenzi abitati. Il monologo funziona solo se l’attrice accetta che non tutto venga detto, perché è proprio lì, nel non detto, che il trauma continua a esistere.

Si sente responsabile per la morte di Charlotte, la nipote lasciata alle sue cure. Dopo la scomparsa della bambina, aveva guardato ossessivamente i video della figlia scomparsa, scoprendo nel frattempo la relazione segreta tra Jack e Rachel. Nell’ultimo video di sua figlia alle superiori, però, aveva compreso la verità più devastante: la ragazza violentata non era stata Catherine, ma Anna stessa. Catherine era fuggita convinta che Anna fosse complice, lasciandola sola in balia degli altri.
Nel giorno dell’anniversario della morte di Charlotte, Alice aveva spiato Jack e Rachel fare sesso, vicino al cimitero, come sempre. Aveva visto anche Anna tornare e assistere alla scena. Rimasta sola con Rachel, l’aveva uccisa. Da quel momento aveva inscenato la propria demenza: uova con i gusci, sparizioni notturne, nudità. Chi avrebbe mai sospettato di un’anziana confusa?
Alice aveva poi rintracciato Catherine, ora Lexy, e deciso che doveva pagare. Dovevano tutte pagare. Conosceva le case, sapeva entrare senza lasciare tracce. Aveva annullato la prenotazione dell’hotel di Anna, piazzato le prove a casa di Lexy (le unghie di Rachel e il coltello della vittima), ucciso Rachel, Helen e Zoe. Ogni omicidio aveva uno scopo: riportare Anna a casa, trattenerla, ridarle una famiglia.
La lettera si chiude con una dichiarazione definitiva: l’amore di una madre non svanisce mai. È inarrestabile.
Anna e Alice si guardano. Non c’è orrore. C’è complicità.
Fine.
Regista: -
Sceneggiatura: da un romanzo di Alice Feeney
Produttore: Stephanie Slack Margret H. Huddleston
Cast: Sunita Mani (Priya), Tessa Thompson (Anna), Jon Bernthal (Jack Harper) Pablo Schreiber (Richard), Crystal R. Fox (Alice)
Dove vederlo: Netflix

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