L’arte invisibile della luce: intervista a Daniele Poli, direttore della fotografia

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Intervista a cura di...

~ CLAUDIA LAZZARI

L'arte invisibile della luce

Gordon Willis diceva: "Non illumino ciò che voglio far vedere, ma ciò che voglio far sentire". Nel cinema, la luce non è mai un elemento neutro. È una materia invisibile che misura lo spazio e il tempo dell’immagine, una forza silenziosa che orienta lo sguardo e l’emozione dello spettatore. È ciò che trasforma una scena in esperienza, un’inquadratura in memoria.

Daniele Poli è uno dei direttori della fotografia più attivi e riconosciuti del panorama italiano contemporaneo, con oltre cento progetti nazionali e internazionali all’attivo.

Parlare con lui mi ha fatto riflettere su cosa voglia dire immaginare un mondo e renderlo credibile, abitabile e vivo.

Buona lettura.

Conversazione con Daniele Poli

Claudia Lazzari:

Hai curato come direttore della fotografia più di un centinaio di progetti. Come definiresti il tuo approccio al lavoro?

Daniele Poli:
Il mio approccio nasce da una dedizione totale e da uno studio continuo. Sia delle tecnologie, che cambiano rapidamente, ma anche dei progetti. Ogni storia ha un suo mondo, e quel mondo va compreso a fondo. Solo conoscendo davvero ciò che stai raccontando puoi trovare la forma giusta per farlo esistere sullo schermo. La tecnica è fondamentale, ma resta sempre uno strumento al servizio della visione.

Claudia Lazzari:

Come nasce la passione per questo mestiere?

Daniele Poli:

Nasce dall’immaginazione. Dal modo in cui guardo il mondo. Quando arrivo su un set, o semplicemente osservo ciò che mi circonda, io vedo delle immagini. Le vedo prima degli altri. È come una forma di dipendenza: non smetti mai di immaginare. Il mio lavoro è trasformare quel mondo interiore in qualcosa di visibile, condivisibile. Rendere tangibile un’intuizione. È questo che mi emoziona di più.

Claudia Lazzari:
Io chiamo spesso i direttori della fotografia “artisti della luce”. Cosa trovi più affascinante in questo ruolo?

Daniele Poli:

La possibilità di creare un mondo credibile. Il regista ti offre il suo immaginario, la sua visione, e tu inserisci la tua sensibilità all’interno di quella struttura. La luce diventa il mezzo attraverso cui quel mondo prende forma. Le camere cambiano, le ottiche evolvono, ma ciò che rende davvero speciale una scena resta sempre la luce. Saperla comprendere, dominarla, ma anche rispettarla. Senza luce non esiste fotografia, e senza credibilità non esiste cinema.

Claudia Lazzari:

È appena uscito Tutta scena su RaiPlay. Cosa rappresenta questo progetto per te?

Daniele Poli:

Tutta scena è una tappa di un percorso condiviso con Nicola Conversa e Diego Capitani. Con Nicola è nato un dialogo artistico che si è sviluppato nel tempo, a partire da Un oggi alla volta, fino a questo progetto seriale e a Tanto tornano tutti, attualmente in post-produzione. È un sodalizio basato sulla fiducia, sulla crescita reciproca. Ogni progetto è un passo avanti, un’occasione per affinare il linguaggio.

Claudia Lazzari:

Quanto conta il rapporto tra regista e direttore della fotografia?

Daniele Poli:

È centrale. Il direttore della fotografia deve prima di tutto comprendere il punto di vista del regista. Non si tratta di imporre il proprio sguardo, ma di metterlo al servizio dell’opera. Se non ascolti, se non ti confronti, il terreno creativo diventa sterile. Al contrario, lavorare con visioni diverse ti arricchisce continuamente. La convergenza di intenti è ciò che permette al film di esprimere tutto il suo potenziale.

Claudia Lazzari:

Hai anche diretto e scritto alcuni progetti. Come vivi questo doppio ruolo?

Daniele Poli:

E’ vero, in passato ho fatto più cose anche come regista, ma col tempo ho capito che è fondamentale avere un focus chiaro. Ogni persona ha un talento dominante. Il mio è la fotografia. Il regista ha una responsabilità più ampia: la narrazione, la recitazione, il flusso delle emozioni. E’ un altro mondo, un altro lavoro. Cercare di fare tutto, per me, rischia di togliere energia alla tua vocazione principale. Io sono nato per fare il direttore della fotografia, ed è lì che riesco a esprimermi davvero. E voglio esprimermi così. 

Claudia Lazzari:

Quali sono oggi le tue aspirazioni cinematografiche?

Daniele Poli:

L’ambizione è un’energia. È ciò che ti fa alzare la mattina e provare a migliorarti. Ma più del traguardo conta il percorso. Il mio obiettivo è realizzare un’opera che sia una sintesi del mio cammino umano e professionale. Un film che resti come testimonianza, che racconti non solo una storia, ma anche il mio modo di guardare il mondo. Un'opera che possa ricordare il mio passaggio in questo mondo. E farlo con persone che stimo, con le quali posso sentire di condividere il successo e il traguardo. 

Claudia Lazzari:

E invece le tue principali ispirazioni?

Daniele Poli:

Sono cresciuto con il cinema internazionale. Janusz Kamiński, Vittorio Storaro, Robert Richardson. Ci sono film che, fotograficamente, hanno resistito al tempo. Sono diventati pietre miliari. È quella potenza visiva, quella capacità di restare attuali anche dopo decenni, che continua a ispirarmi. Sono film che vorrei fare anche io.

Claudia Lazzari:

Un volto, un attore o un personaggio che vorresti illuminare?

Daniele Poli:

Ogni storia ha il suo volto. Non esiste un attore ideale in assoluto, ma quello giusto per quella storia. Quando un interprete riesce a rendere credibile un mondo, allora la luce trova naturalmente il suo senso.

Claudia:

Il cinema oggi può ancora scuotere il pubblico quasi come un atto politico?

Daniele Poli:

Viviamo in un’epoca frammentata, senza una polarizzazione chiara. Questo rende tutto più complesso. Il cinema può ancora interrogare il presente, ma deve farlo con consapevolezza. Anche la tecnologia, come l’intelligenza artificiale, non è un problema in sé, la possiamo utilizzare tutti come strumento. Lo diventa quando sostituisce il pensiero invece di supportarlo. Il rischio non è lo strumento, ma l’assenza di visione.

Claudia Lazzari:

Parlando di visione… Sei intervistato in questo momento per il Blog di Recitazione Cinematografica, ecosistema fondato da Alfonso Bergamo, un regista che conosci molto bene. Come è il tuo rapporto con lui?

Daniele Poli:

Con Alfonso c’è stata subito una sintonia umana e professionale. È un regista molto preparato, preciso, che lavora tantissimo in pre-produzione. Nel tempo abbiamo realizzato diversi progetti insieme, e devo dire che lavorare con lui è estremamente prezioso. Alfonso è un grande regista, ma soprattutto ha un metodo di lavoro molto solido, che rappresenta un enorme vantaggio per chi collabora con lui. Quando arrivi sul set, hai la sensazione che il mondo del film sia già stato compreso fino in fondo. E proprio sul set Alfonso concede una grande libertà artistica, perché ti muovi all’interno di un universo che conosci, che hai interiorizzato. Questo rende il lavoro fluido, sano, equilibrato. Tutti sanno cosa stanno facendo e perché lo stanno facendo. Tra i progetti che abbiamo realizzato insieme c’è The Garbage Man, il suo ultimo film: un noir che rappresenta, secondo me, un passaggio importante nel nostro percorso comune. È uno step di un’evoluzione che nasce da tutti i lavori fatti insieme prima, una sorta di sintesi del nostro modo di collaborare. Per questo sono convinto che The Garbage Man non sia un punto di arrivo, ma un punto di partenza. Nei prossimi progetti potremo spingerci ancora più in alto, raggiungere traguardi molto importanti. Non vedo davvero l’ora di tornare sul set con lui e continuare questo percorso, perché sento che le cose migliori devono ancora arrivare.

Claudia Lazzari:

Siamo in chiusura, e abbiamo parlato molto di arte e visione… Qual è il tuo punto di vista artistico sulla luce? 

Daniele Poli:

Il mio punto di vista parte dalla filosofia della luce. Per me la fotografia non è mai solo tecnica, ma un atto emotivo. La luce deve creare un’emozione in chi guarda, deve generare una vibrazione, un impatto visivo che renda credibile il mondo che stai raccontando. La crescita artistica passa attraverso la cura estrema di tutti gli elementi: il rapporto tra luce e colore, gli oggetti, i costumi, la temperatura colore, la profondità dell’immagine. Quando questi fattori si fondono in modo armonico, il mondo del film inizia a esistere davvero, indipendentemente dal genere o dalla storia. Puoi fare tutta la luce che vuoi, ma senza credibilità l’immagine resta artificiale. Quando invece una scena è credibile, diventa una finestra: lo spettatore osserva i personaggi come se fossero reali, come se quel mondo esistesse davvero. Anche quando racconti qualcosa di straordinario, deve avere la forza di una realtà parallela, coerente, viva. Ed è un momento in cui la luce smette di essere decorazione e illuminazione, e diventa racconto. 

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