Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo di Martha, tratto da Chi ha paura di Virginia Woolf?, arriva in uno dei momenti più scoperti della drammaturgia: quando il gioco smette di essere solo provocazione e diventa confessione. È un punto in cui la maschera cade, ma non completamente—e proprio questa ambiguità lo rende potentissimo per un attore. Martha non sta semplicemente parlando: sta oscillando tra esibizione, autoironia, disperazione e verità, senza mai stabilizzarsi davvero. Il contesto è fondamentale: siamo nel cuore della notte, dopo ore di alcol, attacchi e difese, e il linguaggio comincia a perdere il suo filtro sociale, lasciando emergere qualcosa di più crudo e incontrollato.
Chi ha paura di Virginia Wolf
Edward Albee
MARTHA
Tutti siete un disastro! Tutti! Io sono la Madre Terra e voi siete dei disastri. Mi disgusto. Dedico la vita a tradimenti meschini e completamente inutili… a pretese di tradimenti. Saltare addosso alla padrona di casa? Che risate! Una banda di tangheri ubriachi e… impotenti.
Martha gli fa gli occhi dolci e i tangheri ridacchiano e strabuzzano i loro begli occhioni e ridacchiano ancora, e Martha si lecca le labbra, e i tangheri fanno un salto al bar per raccattare un po’ di coraggio, e di fatto raccattano un po’ di coraggio, e a loro volta strizzano l’occhio alla vecchia Martha che fa una piccola danza in loro onore e questo serve a scaldarli… mentalmente.., e fanno un altro salto al bar e raccattano ancora un po’ di coraggio, mentre le mogli e le fidanzate guardano in aria.., a volte anche oltre il soffitto.., e questo rimanda i tangheri al bar per raccattare ancora un po’ di combustibile, mentre Martha se ne sta lì col vestito alzato sopra la testa… a soffocare — non sai quanto si soffochi col vestito alzato sopra la testa — a soffocare, dunque! ad aspettare i tangheri.
E allora, finalmente, hanno raccattato tutto il loro coraggio… ma soltanto quello, bimbo mio! Oh, certo, a volte capita qualche tanghero di buon potenziale, ma buon Dio! Buon Dio! Buon Dio! Comunque è così che vanno le cose in una società civile. Tutti quei bellissimi tangheri. Poveri bambini. C’è stato soltanto un uomo in tutta la mia vita che mi ha… fatta felice. Lo sai? Soltanto uno. George… mio marito.
George che è lì fuori, nel buio.George che è buono, è con me e che io insulto; che mi capisce e che io respingo; che sa suscitare in me una risata che io soffoco in gola; che sa tenermi stretta di notte tanto da scaldarmi e che io mordo tanto da farlo sanguinare; che sa sempre imparare i nostri giochi con la stessa rapidità con cui io ne cambio le regole; che può farmi felice, quando non voglio essere felice, e invece sì, voglio essere felice. George e Martha: triste, triste, triste.
George cui non perdonerò mai di esser venuto per restare; di avermi visto e di aver detto: sì, si può tentare; che ha commesso l’odioso, l’offensivo, l’insultante sbaglio di amarmi e per questo deve essere punito. George e Martha: triste, triste, triste.
George che sopporta, il che è insopportabile; che è gentile, il che è crudele; che comprende, il che è incomprensibile…
Un giorno… no, una notte… una qualunque stupida notte, imbottita di liquore… andrò troppo in là… e gli spezzerò la schiena… o lo leverò di mezzo una volta per tutte… ed è quello che mi merito.

Parlare di Chi ha paura di Virginia Woolf? significa entrare in uno spazio chiuso, quasi claustrofobico, dove la trama non è tanto una sequenza di eventi quanto un lento smascheramento. È una notte, una sola notte, ma dentro quella notte si consuma un’intera vita emotiva.
La storia si apre con una coppia sposata, George e Martha, che rientrano a casa dopo una festa universitaria. Sono stanchi, ma non abbastanza da evitare l’ennesimo gioco al massacro verbale. Martha, figlia del rettore dell’università, è dominante, provocatoria, costantemente alla ricerca di uno scontro; George, professore di storia, sembra inizialmente più contenuto, quasi passivo, ma in realtà usa un’ironia sottile e distruttiva. La notte cambia ritmo quando Martha rivela che arriveranno degli ospiti: Nick, giovane professore di biologia, e sua moglie Honey. Da quel momento, quello che potrebbe sembrare un semplice dopocena si trasforma in un campo di battaglia psicologico, dove ogni dialogo è un attacco e ogni silenzio è carico di tensione.
La trama procede come una spirale che si stringe sempre di più. I quattro personaggi bevono, parlano, si provocano, ma soprattutto giocano. Giochi crudeli, dichiarati o impliciti: “umiliare l’ospite”, “dire la verità”, “uccidere il figlio”. Non sono giochi innocenti, ma rituali attraverso cui George e Martha mettono in scena la loro relazione. Emergono tradimenti, frustrazioni, fallimenti personali e professionali. Martha accusa George di essere debole, fallito, incapace di affermarsi; George smonta Martha pezzo dopo pezzo, colpendo la sua insicurezza più profonda. Nel frattempo, anche la giovane coppia viene risucchiata nel vortice: Nick si rivela ambizioso e opportunista, Honey fragile, quasi infantile, portatrice di una verità scomoda sul loro matrimonio.
Il cuore della trama, però, si concentra su un elemento che all’inizio sembra secondario: il figlio di George e Martha. Un figlio di cui parlano, che evocano, che diventa terreno di scontro e rifugio emotivo. Solo progressivamente si capisce che quel figlio non esiste davvero, ma è una costruzione condivisa, una finzione creata per riempire il vuoto della loro vita e del loro matrimonio. Quando George decide di “uccidere” simbolicamente questo figlio – dichiarandone la morte e distruggendo l’illusione – il gioco raggiunge il suo punto più alto e crudele. È un atto violento ma necessario: smantella l’ultima difesa, costringe Martha a confrontarsi con la realtà.
Alla fine della notte, non c’è una vera risoluzione narrativa nel senso classico. Non c’è redenzione, né un cambiamento evidente.
Ma qualcosa è accaduto: le maschere sono cadute, le illusioni sono state distrutte, e i personaggi restano nudi, esposti, senza più protezioni. La trama si chiude così, in una quiete fragile, dove George e Martha restano soli, finalmente costretti a guardarsi senza filtri.
Dal punto di vista tematico, l’opera lavora su un livello profondamente esistenziale. Il matrimonio non è raccontato come rifugio, ma come campo di guerra, un luogo in cui amore e distruzione convivono. La comunicazione è centrale: i personaggi parlano incessantemente, ma usano il linguaggio come arma, non come ponte. C’è poi il tema dell’illusione, che attraversa tutta la drammaturgia: i personaggi costruiscono realtà alternative per sopravvivere, ma queste stesse illusioni diventano prigioni. La verità, quando emerge, non libera davvero, ma lascia un vuoto difficile da sostenere.
Un altro livello importante è quello del fallimento, sia personale che sociale. George incarna il fallimento intellettuale, l’uomo che non è diventato ciò che avrebbe potuto essere; Martha rappresenta il fallimento emotivo, il bisogno disperato di riconoscimento e amore; Nick e Honey sono la proiezione di un futuro possibile, ma già contaminato da compromessi e menzogne. In questo senso, la notte raccontata da Albee diventa una radiografia di un’intera generazione, sospesa tra ambizione e disillusione.
Nel monologo, Martha costruisce una prima immagine apparentemente sarcastica e teatrale: quella dei “tangheri”, uomini ridicoli, impotenti, incapaci di sostenere davvero il gioco della seduzione. Qui la parola è performativa: Martha racconta, ma nello stesso tempo mette in scena. Il ritmo è circolare, quasi ossessivo—ripetizioni, variazioni minime, immagini corporee (il vestito alzato, il soffocamento, il bere)—tutto contribuisce a creare una sensazione di vuoto che si riempie solo temporaneamente. È importante notare che Martha non sta parlando solo degli altri uomini: sta parlando di un sistema, di un rituale sociale fatto di desiderio finto, coraggio artificiale (l’alcol) e fallimento inevitabile. Il sottotesto qui è chiaro: il desiderio è sempre mediato, mai autentico, e lei stessa è complice di questo meccanismo.
Poi il monologo cambia asse. Senza soluzione di continuità, Martha passa da una dimensione quasi comica a una confessione intima: “C’è stato soltanto un uomo… George”. Questo passaggio è il cuore attoriale del pezzo. Non c’è una vera transizione logica, ma emotiva. George emerge come unica eccezione, l’unico uomo che ha davvero “visto” Martha e che ha avuto accesso a qualcosa di reale. Ma questa verità è subito contraddetta da una dinamica distruttiva: ogni qualità positiva di George è accompagnata da una reazione opposta di Martha. Lui la capisce → lei lo respinge. Lui la scalda → lei lo ferisce. Qui si manifesta uno dei nuclei più profondi della drammaturgia: l’incapacità di sostenere la felicità. Martha dichiara apertamente che George può renderla felice “quando non voglio essere felice”, e questa frase è centrale perché svela un rifiuto attivo della possibilità di stare bene.
Il linguaggio in questa parte si fa più diretto, meno ironico, ma non perde mai una certa musicalità. Le ripetizioni (“triste, triste, triste”) funzionano come un refrain emotivo, quasi un’eco interna. È come se Martha stesse cercando di convincersi di qualcosa mentre lo dice. E poi arriva il punto più oscuro: George viene odiato non per ciò che ha fatto di male, ma per averla amata. Questo ribalta completamente la logica romantica. L’amore diventa un’offesa, un errore imperdonabile, perché implica esposizione, vulnerabilità, possibilità di essere davvero visti. E Martha non lo regge. Per questo deve distruggere George, simbolicamente e forse anche fisicamente.

L’ultima parte del monologo apre una dimensione quasi tragica. L’idea di “andare troppo in là” non è solo una minaccia: è una consapevolezza. Martha sa che il limite esiste, e sa anche che prima o poi lo supererà. Non c’è catarsi, non c’è redenzione, solo la previsione di un gesto irreversibile. E la frase finale—“ed è quello che mi merito”—chiude il cerchio trasformando la violenza in auto-punizione. Non è solo George a dover essere distrutto: è anche lei stessa.

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