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Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Il film si apre in una mattina d’inverno. Una coppia di anziani si prepara per andare a dormire. L’uomo si allontana un attimo, mentre la donna crolla improvvisamente sul pavimento della cucina. Il bollitore continua a fischiare, unico suono in una casa ormai sospesa. Il figlio, svegliato dal rumore, accorre e capisce subito che qualcosa non va. La donna viene portata d’urgenza in ospedale. Parallelamente, il racconto introduce gli altri membri della famiglia, ognuno immerso nella propria quotidianità: Julia, madre di tre figli, impegnata a gestire la routine tra scuola, spettacoli natalizi e un figlio più piccolo con un ritardo cognitivo; Molly, ossessivamente attenta all’alimentazione biologica del figlio Tibalt; e Connor, il figlio maschio, che cerca di tenere insieme i pezzi di una famiglia già fragile. Un’altra sorella, Helen, è inizialmente irraggiungibile, impegnata in pratiche olistiche lontane dal contesto familiare.
Quando la notizia arriva, capiamo subito che non è la prima volta: June combatte contro il cancro da tre anni. Le reazioni dei figli non sono di panico, ma di stanchezza emotiva. In sala d’attesa emergono vecchie tensioni, soprattutto tra le sorelle, che si salutano con la distanza di due estranee. L’aria è tesa, carica di non detti. La diagnosi è definitiva: June si è ripresa dall’episodio acuto, ma il tumore è ormai fuori controllo. Non esistono più cure efficaci. Le restano poche settimane di vita, che trascorrerà in ospedale. Molly esplode in un attacco nervoso contro un medico per un gesto insignificante, segno di un dolore che non trova sfogo. Rimasti soli, i figli iniziano a rinfacciarsi colpe e assenze, rivelando ferite familiari mai rimarginate.
Quando finalmente si riuniscono attorno al letto di June, la donna è vigile, lucida a tratti, e sorprendentemente ironica. Racconta la sensazione di mancanza d’aria provata quella mattina e propone, con una leggerezza spiazzante, di “fare l’oca” per Natale. Nessuno ha il coraggio di dirle la verità sulla diagnosi. Entrano in scena le cure palliative e due giovani inservienti, che rivelano come June avesse già pianificato tutto con loro. Molly però tenta di controllare ogni decisione, convinta di sapere cosa sia giusto per la madre. Il conflitto tra le figlie diventa sempre più evidente, soprattutto con Julia, accusata persino di indossare l’anello della madre, affidatole proprio da June.
Helen arriva infine, incinta. La sua gravidanza apre un nuovo livello emotivo: la consapevolezza che il figlio nascerà senza nonna. In un momento di fragilità, Helen confessa di essersi separata dal compagno e di aver concepito il bambino tramite una procedura legale con un donatore, scelta che la fa sentire giudicata e inadeguata. Intanto Connor, sopraffatto dall’ansia, si rifugia nella chiesa dell’ospedale, dove incontra Angeli Ikande, l’infermiere che segue June. Angeli racconta di aver perso sua madre da bambino e di aver dedicato la vita a dare dignità alle persone nel momento della morte. Il suo sguardo esterno diventa una guida silenziosa per la famiglia.
La situazione domestica precipita quando la casa dei genitori viene allagata a causa di una distrazione del padre, Bernard, sempre più disorientato e incline a bere. Anche lui sta vivendo il lutto prima della perdita, senza sapere come gestirlo. Nei giorni successivi, tra visite, piccoli regali e tentativi maldestri di normalità, June affronta il dolore fisico con lucidità. In uno dei momenti più delicati, chiede a Jules di dirle la verità: morirà? Julia non mente. June si commuove, poi chiede semplicemente di stare insieme. Le chiede anche se la odierà dopo la sua morte. È una domanda che pesa più di qualunque diagnosi.

June osserva la tabella degli orari di visita ideata da Molly e capisce che le figlie non stanno mai insieme. Con l’aiuto di Angeli, orchestra un ultimo tentativo di riconciliazione. Riunisce Molly e Julia e affida loro un compito: scrivere una lettera per il nipotino che deve nascere. In realtà, la lettera parla di loro, del loro legame spezzato. Le due sorelle, costrette a condividere lo spazio, finalmente si aprono, ammettendo rancori e fragilità. È una riconciliazione imperfetta, ma reale. Anche Connor affronta il padre, accusandolo di non essere presente e di rifugiarsi nell’alcol. Bernard reagisce fuggendo in un pub, dove però sorprende tutti salendo su un piccolo palco e dedicando una canzone a June e ai suoi figli. È il suo modo goffo, ma sincero, di dire “io ci sono”.
Con le forze ormai al limite, June viene sorpresa dal marito con un Natale anticipato. In una sala dell’ospedale, la famiglia ricrea la notte della nascita di Gesù. È un gesto ingenuo, forse ridicolo, ma profondamente umano. Bernard mantiene la promessa: le canta una canzone mentre June, esausta, si spegne circondata dall’amore dei suoi cari. Il film si chiude un anno dopo. È di nuovo Natale. La famiglia è riunita. June non c’è più, ma qualcosa è cambiato. I rapporti, seppur segnati, sono più veri. Il suo ultimo miracolo non è stato guarire, ma lasciare dietro di sé una famiglia finalmente capace di stare insieme.
June diventa consapevolmente il perno emotivo che costringe i figli a guardarsi, a parlarsi, a smettere di fuggire. La sua eredità non è morale né materiale, ma relazionale: insegna che l’amore non è ordine, controllo o perfezione, ma presenza.
Il salto temporale finale conferma questa idea. La famiglia sopravvive alla perdita non perché sia guarita, ma perché ha imparato a condividere il dolore. June “torna come neve a Natale”, come aveva detto: non come fantasma, ma come memoria che unisce.

Julia: Kate Winslet
Helen: Toni Collette
Julia raggiunge Helen su una panchina fuori dall’ospedale.
Julia: Oddio, si gela. Papà è andato al pub. Ecco la chiave della porta sul lato. Come sta?
Helen: Era un pò calda. Quindi le ho dato una spruzzatina di spray Avian.
Helen scoppia a piangere.
Julia: Oh Helen!
Si stringono e si siedono sulla panchina.
Helen: Io so che è da egoisti, ma i tuoi figli e di Molly hanno avuto un papà. E non so, ho sempre pensato che semmai avessi avuto un figlio avrebbe avuto la nonna migliore del mondo. E che mia madre mi avrebbe dato una mano a crescerlo. Ecco, che avrebbe conosciuto la mia nuova famiglia! Oddio… Oddio… sono una povera zitella primipara attempata che mette dei cristalli dentro al reggiseno, e non so perché ci ho messo tanto a fare un figlio. Ero sempre occupata a fare altre cose, e adesso ho una paura tremenda Junes, perché so che sarò una pessima mamma.
Julia: Oh, nonoono, smettila. Basta, nono, andiamo.
Helen: Si
Julia: Basta… basta, guardami. Senti, ok… Per prima cosa, tu sarai una fantastica mamma, e Matt sarà un magnifico papà.
Helen: No, no, lui non lo sarà.
Julia: Ma si certo che lo sarà, certo che lo sarà.
Helen: Non sarà un magnifico papà perché non è il padre. Ci siamo lasciati da un pezzo.
Julia: Cosa?
Helen: Si, ho sempre pensato che avessimo una relazione aperta, e invece solo io andavo a letto con altre persone.
Julia: Ok, ok… cazzo.
Helen: Già.
Julia: Ok, allora…. Allora, chi… chi è il padre.
Helen: Gustav.
Julia: Gustav?
Helen: Si, è quello che va. E lui, per bontà d’animo fa sesso con le persone epr fargli avere un bambino. Non chiede soldi. La mia amica Genevieve l’ha fatto e ha funzionato. E Julia, ti assicuro che è del tutto legale, ho solo firmato un documento che lo assolve da ogni responsabilità. Ma lui è stato gentile, davvero…
Julia: Si, si… Bene, davvero, si bene. Si, si…
Helen: E’ che… ho aspettato tanto tempo. Non avevo altre opzioni.
Julia: Beh, Magari avresti potuto dirmelo prima, però.
Helen: Lo so, non dirlo a nessuno.
Julia: Non glielo dico.
Helen: No ferma, puoi dirlo tu al posto mio? Io proprio non ce la faccio.
Julia: Ok. Si, ok.
Helen: (scoppia a piangere) Grazie.
Julia: Ok. Andrà tutto bene. Oddio (mentre Helen le piange sulla spalla)
Questo dialogo tra Julia e Helen è uno dei momenti più umani e rivelatori di Goodbye June perché sposta il conflitto dal piano del lutto imminente a quello dell’identità personale. Non si parla più solo della madre che sta morendo, ma di ciò che la sua assenza renderà improvvisamente impossibile. La scena è costruita su una panchina fuori dall’ospedale, uno spazio di passaggio che riflette perfettamente lo stato emotivo delle due sorelle: sospese, infreddolite, incapaci di tornare dentro ma anche di andare via.
Julia entra in scena con una battuta pratica (“si gela”, “papà è al pub”), che serve a ristabilire un contatto concreto con la realtà. È il suo modo di prendersi cura: normalizzare, organizzare, tenere insieme. Helen invece è già oltre il punto di contenimento. Il dettaglio dello spray Avian, apparentemente banale, è il segnale che sta usando piccoli gesti di controllo per non crollare. Quando scoppia a piangere, la scena cambia asse: Julia smette di “gestire” e inizia ad ascoltare.
Il lungo sfogo di Helen è una confessione che nasce dal confronto silenzioso con le vite delle sorelle. Non c’è accusa diretta, ma un senso di esclusione profonda: le altre hanno avuto partner, figli, una struttura. Lei no. La figura della madre diventa allora centrale non solo come affetto, ma come supporto pratico, come garante di un futuro possibile. Helen non piange solo per ciò che perderà, ma per ciò che non potrà più accadere. La sua autoironia (“zitella primipara attempata”, “cristalli nel reggiseno”) è una forma di autodifesa violenta: ridicolizzarsi prima che lo facciano gli altri.
Julia reagisce inizialmente come una sorella maggiore “funzionale”: minimizza, rassicura, cerca soluzioni immediate (“sarai una fantastica mamma”). Ma la scena prende una svolta quando Helen distrugge quella rassicurazione rivelando che Matt non è il padre. Da qui in poi il dialogo diventa meno consolatorio e più vero. Julia non ha più risposte pronte. Le sue interiezioni (“ok… cazzo”) sono il segno di una mente che sta cercando di riorientarsi senza perdere empatia.
La rivelazione su Gustav è gestita con una delicatezza fondamentale. Helen non chiede approvazione morale, ma legittimazione emotiva. Sta dicendo: questa è l’unica strada che ho trovato. Julia, pur sorpresa e spiazzata, non giudica. Il suo consenso non è entusiasta, è esitante, ma è sufficiente. È il passaggio chiave della scena: l’amore tra sorelle non è fatto di accordo totale, ma di presenza.
Quando Helen chiede a Julia di dire lei la verità agli altri, il dialogo raggiunge il suo nucleo più profondo. Helen ammette di non farcela, di essere troppo fragile per reggere anche lo sguardo degli altri. Julia accetta, senza eroismo, senza proclami. È un gesto semplice, ma enorme: prendersi carico di una parte del peso dell’altra.
La chiusura della scena, con Helen che piange sulla spalla di Julia e Julia che dice “Andrà tutto bene” senza crederci davvero, è uno dei momenti più onesti del film. Non c’è soluzione, non c’è guarigione. C’è solo una sorella che resta, mentre tutto il resto sta per cambiare.

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