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Self-tape, tecniche di memoria, gestione dell'ansia, materiali per casting e agenzie, analisi del testo e 10 monologhi da studiare.
Articolo a cura di...
~ La redazione di RC
Questo non è un semplice dialogo di confronto. È una scena che mette due attori davanti a una prova pericolosa e bellissima, perché ti costringe a gestire insieme orrore, psicologia, manipolazione, lucidità e collasso. Se stai cercando materiale da studiare come attore, qui dentro c’è quasi tutto: partner work, cambi di status, sottotesto, ascolto reale e soprattutto la capacità di restare veri anche quando la situazione diventa estrema.
In Backrooms, Mary di Renate Reinsve e Clark di Chiwetel Ejiofor sanno combattendo per imporre una lettura della realtà. Lui vuole trasformare la propria follia in un sistema coerente. Lei prova prima a contenerlo, poi a sopravvivergli, e infine a colpirlo nel punto esatto in cui la sua costruzione mentale si incrina. È questo che rende il dialogo così interessante: non racconta solo un delirio, ma mostra come un delirio provi a sedurre chi gli sta davanti.
Mary: Renate Reinsve
Clark: Chiwetel Ejiofor
Clark: Col passare il tempo potrebbe sperimentare questi… loop infiniti. Abitudini comportamenti che ti portano a girare in fondo. A creare sempre gli stessi problemi. Ad adottare sempre le stesse soluzioni. Ripetutamente, ancora e ancora. Si chiama percorso neurale di minor resistenza. Quello che mi sono costruito, quello che da bambino mi faceva sentire al sicuro. Sai, ho imparato a respingere gli altri prima che potessero ferirmi. E ora da adulto, sono ancora intrappolato…. al punto di partenza. Solo.
Mary: Che sta succedendo?
Clark: È un bel casino. Non è vero?
Mary: Clark. Lascia che ti aiuti. Prima che tu faccia qualcosa di avventato.
Clark: Rispondi alla domanda.
Mary: Si. È un bel casino.
Clark: Ma trovo che sia anche bello in un certo senso, no?
Mary: Chi sono queste persone?
Clark: Li ha prodotti questo posto. Beh, sarebbe meglio dire che… li sta ricordando. Ma più cerca di ricordare qualcosa più lo fa peggio. Da qualche parte fuori ci sarà un uomo con… una camicia a righe ma, qui lui, viene ricordato in modo leggermente sbagliato Fuori da qualche parte ci sarà un uomo su una sedia a rotelle con accanto una lampada. Sono abbastanza sicuro che valga per tutto qui. Tutti gli spazi, le stanze, gli edifici. Ricordano se stessi in modo distorto.
Mary: Clark. Troviamo una soluzione.
Clark: A pensarci bene, sono anche meglio degli originali. Innanzitutto, non sentono nulla.
Mary: Clark conficca un coltello nel collo di una delle creature.
Clark: Ti immagini quanto deve essere bello? Ahahah. Insomma, nessun pensiero. Niente paura, niente dolore. Niente ego. Semplicemente loro… esistono. Come… come i mobili. Guarda qui… La parte migliore. (Apre la camicia dell’uomo) Si possono mangiare. (Prende dei pezzi delle creature, come cotton fioc umido e lo mette sui piatti).
Clark apre il frigo è c’è la testa mozzata della sua
Clark: Lei è la mia responsabile. Ho cercato di aiutarla, ma lei.
Mary: Clark. Se mi liberi, possiamo parlarne, sai? Ti aiuterò a stare meglio.
Clark: Eh sì, sai che succederebbe se ti liberassi? Correresti quella con una gallina senza testa cercando l'uscita… Ma finiresti per ritrovarti sempre nel posto in cui sei ora, come il percorso di cui parli sempre.
Mary: Clark, io voglio soltanto aiutarti. Dimmi cosa vuoi che faccia e io lo farò.
Clark: Sí.
Mary: Sì, sì, per favore.
Clark: Okay. Voglio che tu mi dica che non ho fatto niente di male, che ti sei sbagliata su di me.
Mary: Mi ero sbagliata, ma certo, E’ così. Mi ero assolutamente….
Clark: No, no, no, non con questa fretta, ok? Insomma, voglio prima di finire la scena. Iniziamo… dalla cena in cui sono stato cacciato da casa mia. Era… era tardi. Era… molto più buio. Luci prego.
Una delle creature di fianco non si muove. Clark ride.
Clark: Ho già provato questo esercizio con lei, ma niente da fare. Va bene, alzo tutto da solo… Dopo tutto è ancora a casa mia. (Spegne le luce)Bene. (La creatura con la lampada accende la luce) Grazie molto bene. Anche se C'è ancora…. qualcosa che non quadra.
Clark si avvicina a una creatura con i capelli rossi, gli fa lo scalpo.
Mary: Clark. Ti prego.
Clark prende lo scalpo e lo mette in testa a Mary.
Mary: Clark, no, ti prego, non farlo.
Clark: Mi dispiace. Mi dispiace, sì. Ho rotto il bicchiere e ti ho svegliata. So che ti piace andare a letto presto. Ho fatto tardi in negozio. Ho perso una cognizione del tempo. Stavo facendo l'inventario, ma mi sono fermato a bere qualche birra.
Mary: Clark…
Clark: Barbara! Stavo facendo l'inventario. Poi mi sono fermato a bere qualche birra.
Mary: De… definisci qualche.
Pausa veloce: il dialogo continua subito dopo.
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Clark: Tutte quelle che mi andavano. Perché questa è casa mia. Sono io a pagarla. Io pago per tutto, pago per te che vai all'università. Pago per te che non vai all'università. Pago questa casa. Vuoi dei figli, no? Per averne servono soldi. Qualcuno dovrà pur lavorare. Ho detto che qualcuno qui debba muovere il culo e andare a lavorare.
Mary: Solo perché non sei diventato un architetto.
Clark: Io sono un architetto, cazzo. Sono solo costretto a vendere dei mobili del cazzo perché qualcuno muove in culo e non si decide ad aiutarmi.
Mary: Non sono tua moglie. (Si leva di dosso la parrucca)
Clark: Stai nel personaggio. Stai nel personaggio.
Mary: Non la conosco nemmeno!
Clark: Stai nel personaggio.
Mary: Vaffanculo!
Clark: Cosa hai detto?
Mary: Vuoi veramente sapere perché tua moglie ti ha lasciato? Non perché bevi troppo o perché torni a casa tardi tardi o perché ti esprimi con rabbia. E’ perché ti lamenti. E non è mai colpa tua, vero? Bevi troppo è colpa del lavoro. Odi il tuo lavoro? E’colpa del mondo. Ti buttano fuori di casa? E’ colpa di tua moglie. Mi aggredisci e mi leghi a una sedia di merda. È colpa del tuo cervello? tu sei il tuo cervello pezzo di imbecille!
Clark: Stai dicendo che è colpa mia?
Mary: Certo! Ma tu sei fatto così, non è vero? Non è vero?
Clark: Come faccio a smettere?
Mary: La verità? Non ne ho nessunissima idea. Non posso aiutarti, Clark. Anche se ci ho provato. Ma non spetta a me farlo. Io non posso salvare nessuno.
Clark: Sai… non credo di voler cambiare.
Mary: Non farlo allora.
Clark: Mi piace stare qui. Per la prima volta dopo tanto tempo, mi sembra… di essere proprio nel posto giusto.
Mary: Allora… resta. Resta qui se vuoi. Ma lasciami andare via.
Clark finalmente libera May
Clark: Mi dispiace.
Sentono dei rumori. Qualcuno è in arrivo.

Per capire davvero questa scena di Backrooms, bisogna partire da un punto: Clark non si percepisce come un uomo semplicemente impazzito. Si percepisce come qualcuno che ha finalmente capito il meccanismo. Quando parla di “loop infiniti”, di “percorso neurale di minor resistenza”, del bambino che imparava a respingere gli altri prima di essere ferito, non sta facendo una confessione pulita. Sta costruendo una teoria di sé che gli permetta di non sentire colpa, approfittando delle parole proprio della sua psicologa, di qualche seduta prima.
Mary entra in questa zona come figura razionale, terapeutica, apparentemente stabile. Ma la scena la costringe molto presto a cambiare postura interna. All’inizio prova a tenere un tono di contenimento: “Clark. Lascia che ti aiuti.” Poco dopo capisce che la logica classica non basta più. Qui non siamo in un confronto realistico da salotto. Siamo in un mondo dove il trauma ha trovato una scenografia fisica, e dove Clark può letteralmente mettere in scena la propria memoria distorta.
Il punto cruciale è proprio questo: in Backrooms lo spazio non è sfondo. È psiche materializzata. E Clark, in questa scena, si comporta come un regista malato che usa le creature, i corpi e Mary stessa per ricostruire il racconto con cui giustificare la propria vita.
L’apertura di Clark è scritta molto bene perché sembra un’analisi lucida, quasi clinica:
“Col passare il tempo potrebbe sperimentare questi… loop infiniti. Abitudini, comportamenti che ti portano a girare in fondo. A creare sempre gli stessi problemi. Ad adottare sempre le stesse soluzioni. Ripetutamente, ancora e ancora.”
Questo passaggio funziona perché parte da un linguaggio quasi terapeutico e gradualmente si scopre come linguaggio difensivo. Clark non dice: “Io faccio sempre gli stessi errori”. Dice: “Esiste un meccanismo.” È una differenza enorme. Spostando tutto sul sistema, riduce la propria responsabilità personale. Io credo che il cuore di questa prima parte sia proprio qui: Clark usa l’intelligenza per non sentire davvero.
Quando poi aggiunge:
“Sai, ho imparato a respingere gli altri prima che potessero ferirmi. E ora da adulto, sono ancora intrappolato… al punto di partenza. Solo.”
la scena apre finalmente una crepa reale. Qui il personaggio smette per un attimo di spiegarsi e si lascia intravedere. Devo dirlo: è il punto più delicato per l’attore, perché il rischio è farlo diventare un momento di autocommiserazione. Invece dovrebbe restare asciutto. Più Clark è sincero senza indulgere, più fa paura il fatto che, un secondo dopo, torni a usare quella sincerità come alibi.
La prima fase di Mary è tutta giocata sull’ascolto e sul controllo.
Le sue battute sono brevi, ma non per questo semplici:
“Che sta succedendo?”
“Clark. Lascia che ti aiuti. Prima che tu faccia qualcosa di avventato.”
“Clark. Troviamo una soluzione.”
Renate Reinsve, in una scena del genere, dovrebbe lavorare su una qualità fondamentale: non anticipare il panico. Mary capisce che qualcosa è fuori controllo, ma all’inizio non può permettersi di mostrare troppo terrore. Deve sondare, prendere informazioni, guadagnare tempo. Questo è materiale prezioso per chi prepara provini: la tensione non nasce solo dalle urla o dal pianto, ma dalla lotta per restare regolati mentre il mondo si deforma.
L’errore più comune sarebbe interpretare Mary come “la sana” e Clark come “il folle”. Sarebbe una lettura povera. Mary non è semplicemente il polo razionale. È una donna che sta cercando, con gli strumenti che ha, di entrare in un sistema delirante senza esserne divorata. Ed è proprio questo che rende la sua presenza forte.
Quando Clark spiega le creature, il dialogo cambia forma:
“Li ha prodotti questo posto. Beh, sarebbe meglio dire che… li sta ricordando.”
“Ricordano se stessi in modo distorto.”
Qui Backrooms compie un salto importante. Il tema non è più solo il trauma individuale, ma la memoria deformata. Il luogo ricorda male. Le persone vengono riprodotte in modo sbagliato. Gli spazi fanno lo stesso con se stessi. È un’idea fortissima, perché trasforma il trauma in un processo architettonico: non cancelli, distorci. Non perdi del tutto, ricostruisci male.
Clark trova addirittura bellezza in questa distorsione:
“A pensarci bene, sono anche meglio degli originali. Innanzitutto, non sentono nulla.”
Ma il peggio deve ancora venire, perché la battuta successiva chiarisce tutto:
“Nessun pensiero. Niente paura, niente dolore. Niente ego. Semplicemente loro… esistono. Come… come i mobili.”
Qui Clark svela il suo desiderio vero: non guarire, ma smettere di sentire. Non vuole una vita migliore. Vuole un’esistenza senza attrito, senza coscienza, senza vergogna. E il paragone con i mobili è perfetto, perché lo riporta alla sua realtà di uomo fallito tra oggetti inanimati, oggetti che non soffrono e non chiedono nulla. È una battuta che dice molto del personaggio senza bisogno di spiegoni ulteriori.

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La parte più potente del dialogo arriva quando Clark organizza la “scena” della moglie. Qui non siamo più nel delirio verbale: siamo nella teatralizzazione del trauma.
“Voglio prima finire la scena.”
“Iniziamo… dalla cena in cui sono stato cacciato da casa mia.”
“Stai nel personaggio.”
Tenetela a mente, questa parte, perché è il vero centro drammatico del dialogo. Clark non vuole solo essere capito. Vuole dirigere il ricordo. Vuole imporre la versione in cui lui ha ancora controllo. Costringendo Mary a interpretare la moglie, tenta di riscrivere il passato sotto i suoi occhi. È un gesto di violenza psicologica, certo, ma anche un gesto profondamente teatrale: Clark usa la performance per sfuggire alla verità.
Ed è qui che la scena diventa materiale eccezionale per attori. Perché Mary deve compiere una scelta precisa: resistere frontalmente o entrare momentaneamente nel gioco.
All’inizio prova a sottrarsi:
“Non sono tua moglie.”
“Non la conosco nemmeno!”
Ma Clark insiste: “Stai nel personaggio.”
E allora Mary capisce che, per sopravvivere, dovrà attraversare quella finzione.
La svolta arriva con una battuta che spezza il gioco:
“Vaffanculo!”
È il momento in cui Mary smette di assecondare e attacca. Ma attenzione: non è rabbia casuale. È un gesto strategico. Mary vede finalmente il varco. Capisce che Clark vuole una conferma, un’assoluzione, una madre, una terapeuta, una moglie, un pubblico. E allora fa la cosa più pericolosa possibile: gliela nega.
Il suo affondo è durissimo:
“Vuoi veramente sapere perché tua moglie ti ha lasciato?”
“È perché ti lamenti. E non è mai colpa tua, vero?”
“Tu sei il tuo cervello, pezzo di imbecille!”
Qui il dialogo diventa spietato, ma non gratuito. Mary colpisce il nodo della scena: la deresponsabilizzazione. Clark ha passato tutta la scena a descriversi come vittima di percorsi neurali, abitudini, ferite, lavoro, moglie, mondo. Mary lo costringe a guardare il punto che lui evita: il trauma spiega, ma non assolve. Io credo che questa sia la frase segreta dell’intera scena, anche se non viene detta così.
Chiwetel Ejiofor, da attore, qui avrebbe il compito più difficile: ricevere il colpo senza trasformarlo subito in aggressione pura. La battuta “Stai dicendo che è colpa mia?” deve uscire quasi infantile, spiazzata, persino nuda. Per un attimo, Clark torna bambino davvero. È in quell’attimo che la scena si apre.
Quando Clark chiede:
“Come faccio a smettere?”
la scena cambia ancora. Dopo tutta la manipolazione, ecco finalmente una domanda che sembra vera. E Mary risponde con una sincerità quasi crudele:
“La verità? Non ne ho nessunissima idea. Non posso aiutarti, Clark. Anche se ci ho provato. Ma non spetta a me farlo. Io non posso salvare nessuno.”
Questa è una battuta scritta benissimo perché rifiuta la fantasia salvifica. Mary non si mette sul piedistallo della terapeuta che illumina il paziente. Ammette il limite. E in questo limite, paradossalmente, diventa più umana e più forte. Non promette redenzione, non offre formule, non si prende un ruolo che non può sostenere.
Quando Clark conclude:
“Sai… non credo di voler cambiare. Mi piace stare qui. Per la prima volta dopo tanto tempo, mi sembra… di essere proprio nel posto giusto.”
la tragedia è compiuta. Clark ha capito qualcosa di sé, ma ha scelto il sintomo come casa. E Mary, con una lucidità disperata, risponde:
“Allora… resta. Resta qui se vuoi. Ma lasciami andare via.”
È una battuta meravigliosa perché non cerca più di vincere moralmente. Cerca di vivere. E proprio in questa rinuncia a salvarlo c’è l’unica forma di verità possibile.
Questo dialogo tra Mary e Clark in Backrooms funziona perché tiene insieme tre livelli senza farli esplodere separatamente. Il primo è il livello psicologico: un uomo intrappolato nelle proprie difese e una donna che prova a nominarle. Il secondo è il livello fisico e horror: creature, corpi distorti, oggetti, cibo, violenza. Il terzo è il livello metateatrale: Clark trasforma il trauma in scena e costringe Mary a interpretare un ruolo.
Il punto chiave è che nessuno di questi tre livelli annulla gli altri. L’horror non mangia la psicologia. La psicologia non spegne la tensione scenica. E la teatralità interna non diventa esercizio intellettuale. Tutto resta vivo insieme.
L’errore più comune, nel leggere o mettere in scena questo materiale, sarebbe scegliere una sola chiave. Se fai solo il thriller, perdi la ferita. Se fai solo la ferita, perdi la minaccia. Se fai solo il simbolico, perdi il corpo. Questa scena chiede equilibrio, ascolto feroce e capacità di cambiare assetto interno battuta dopo battuta.
Per uno studente di recitazione, questo dialogo è una miniera. Prima di tutto insegna il valore del partner. Nessuno dei due personaggi esiste da solo: ogni battuta cambia in base a come arriva quella dell’altro. Poi insegna che il sottotesto non è un accessorio. È il motore. Clark dice “teoria”, ma cerca assoluzione. Mary dice “aiuto”, ma cerca accesso. Poi dice “verità”, ma cerca sopravvivenza.
Infine, questa scena insegna una cosa che spesso si dimentica: la precisione è più forte dell’enfasi. Non serve “fare il matto” per interpretare Clark. Non serve “fare la terrorizzata” per interpretare Mary. Serve sapere esattamente cosa vuole ogni battuta. Quando lo sai, il resto arriva da sé.


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