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~ LA REDAZIONE DI RC
All’inizio del film incontriamo Erin Brockovich in una fase disastrosa della sua vita. È una madre single con tre figli, senza lavoro, senza soldi e senza alcuna credibilità agli occhi del mondo. Dopo un incidente stradale perso in tribunale, la sua rabbia e la sua frustrazione esplodono: Erin non accetta di essere invisibile. È proprio da questo fallimento che nasce l’occasione. Erin costringe l’avvocato Ed Masry ad assumerla come assistente nel suo piccolo studio legale. Non ha competenze giuridiche, non ha studi alle spalle, ma possiede qualcosa di rarissimo: una capacità istintiva di leggere le persone e di non mollare mai. Per caso, Erin si imbatte in una serie di pratiche immobiliari apparentemente banali, collegate a una grande azienda energetica: la Pacific Gas and Electric Company. Dietro quei documenti scopre qualcosa che non torna: certificati medici allegati a pratiche edilizie, analisi del sangue, referti inquietanti. Erin inizia a fare ciò che nessun altro aveva avuto il tempo o la voglia di fare: va a parlare direttamente con le persone. Arriva così nella cittadina di Hinkley, dove conosce famiglie segnate da malattie gravissime: tumori, leucemie, problemi respiratori, aborti spontanei. La compagnia ha contaminato l’acqua con cromo esavalente, mentendo per anni sulla sua pericolosità. Erin non studia il caso sui libri: lo assorbe ascoltando il dolore degli altri, costruendo un rapporto personale con ogni singolo abitante.
La causa cresce fino a diventare enorme. Non è più una semplice controversia civile, ma una battaglia contro una multinazionale potentissima. Erin, pur restando formalmente “nessuno”, diventa il cuore pulsante dell’indagine: raccoglie firme, convince le famiglie, tiene unito un fronte che rischia continuamente di sgretolarsi sotto la pressione economica e psicologica della PG&E.

Il finale di Erin Brockovich è costruito con grande sobrietà. La causa non arriva a un processo spettacolare in aula, ma si risolve tramite un arbitrato. La Pacific Gas and Electric Company accetta di risarcire le famiglie di Hinkley con una cifra storica: 333 milioni di dollari, il più grande risarcimento civile diretto mai ottenuto negli Stati Uniti fino a quel momento. Narrativamente, però, il vero climax non è il denaro. È il riconoscimento. Erin scopre quasi per caso di aver ricevuto un bonus enorme per il lavoro svolto: una cifra che cambia radicalmente la sua vita. Ma soprattutto, cambia il modo in cui lei guarda se stessa. Non è più una donna disperata che chiede un’occasione: è una professionista che ha dimostrato il proprio valore sul campo.
L’ultima parte del film sottolinea proprio questo passaggio. Erin non viene celebrata come un’eroina patinata, ma come una persona che ha fatto la cosa giusta restando fedele a se stessa. Non ha cambiato linguaggio, non ha smussato il carattere, non si è “adattata” al sistema: ha costretto il sistema ad adattarsi a lei. Il sorriso finale di Erin non è trionfalistico. È il sorriso di chi sa di aver lasciato un segno reale nelle vite degli altri, e, finalmente, anche nella propria.
Il film si chiude senza retorica perché la vera vittoria non è aver sconfitto un colosso industriale, ma aver dimostrato che la competenza non nasce solo dai titoli, e che l’empatia può essere una forza politica potentissima. Erin Brockovich non racconta la favola di una donna perfetta, ma la storia di una persona imperfetta che non smette di guardare in faccia la realtà.
Erin: Julia Roberts
George: Aaron Eckhart
George: Sta facendo rumore con la sua auto, da ferma. Sgasando l’auto nel giardino, di notte. Erin Esce di casa e va a fermarlo.
Erin: Ehy! (Da lontano) Si avvicina all’orecchio dell’uomo. Ehy!
George si ferma e la guarda, sorpreso e interessato.
George: Ciao.
Erin: Come vi salta in mente di fare tutto questo casino?
George: Beh, io… Non lo so, ci stiamo presentando ai vicini, credo.
Erin: Beh, ci siamo presentati. Fatto. Io sono i vicini. NOn rompere le palle.
George: Oh.ohohh… Ehi, ehi, ehi, aspetta frena un attimo, ricominciamo da capo, cis tai? Io mi chiamo George e tu?
Erin: Tu pensa a me come a quella della porta accanto che vuole stare in pace.
George: Su non fare così, porca miseria, siamo vicini di casa. Mi sento un verme, sto malissimo. Mi dispiace, vuoi accettare le mie scuse? Che cavolo. Abitiamo uno accanto all’altra. Se ti serve un pò di zucchero, di panna…
Erin: non mi serve lo zucchero.
George: Non ti serve lo zucchero. Boh, ti porto a cena per chiederti scusa della scortesia. Dammi il tuo numero, tanto l’indirizzo già ce l’ho, perciò non puoi scappare, è? Ti chiamo, ti invito come si deve, e tutto il repertorio.
Erin: Eh… Vuoi avere il mio numero.
George: Assolutamente,s i. Voglio il tuo numero.
Erin: Quale numero vuoi che ti dia… George…?
George: George… mi piace come lo dici, George. Beh, quanti numeri hai?
Erin: Ho tanti numeri che potrei giocarci a tombola, per esempio… dieci.
George: Dieci?
Erin: Si. Sono i mesi che ha la mia bambina.
George: Hai una bambina?
Erin: Si. Si! Sexy, è? Aspetta, senti questo. 6. Sono gli anni che ha l’altra mia figlia. 8 è l’età di mio figlio. 2 le volte che sono stata sposata e divorziata. 16 sono i dollari che ho sul mio conto in banca. 8503493 è il mio numero di telefono e con tutti i numeri che ti ho dato scommetto che zero è il numero di volte che mi chiamerai.
George: Ehy, non so come fai a ricordarti il tuo salto in banca così a memoria, mi sconvolge.
Erin gli sbatte la porta di casa.
George: E sei proprio fuori sul fatto dello zero, bella.
Questo scambio tra Erin e George è uno dei momenti più rivelatori di Erin Brockovich, perché in pochissimi minuti riesce a raccontare due personaggi, il loro passato e il tipo di relazione che potrebbe nascere tra loro. La scena parte da un conflitto concreto e quotidiano: il rumore, l’invasione dello spazio privato. Erin esce di casa di notte, stanca, già sulla difensiva. Il modo in cui si avvicina all’orecchio di George e lo chiama (“Ehy!”) è fisico, diretto, quasi aggressivo: Erin non chiede attenzione, se la prende. Questo è perfettamente coerente con il personaggio interpretato da Julia Roberts: una donna che non ha più tempo per mediazioni inutili. George, invece, entra in scena come elemento caotico ma non minaccioso. Sta “facendo rumore da fermo”, dettaglio che lo caratterizza subito: è un uomo un po’ irresponsabile, infantile, ma non cattivo. Aaron Eckhart lo interpreta con sorpresa genuina e curiosità immediata. Il suo primo “Ciao” non è difensivo, è interessato. George non reagisce all’attacco: prova a trasformarlo in incontro.
Il cuore del dialogo sta nel ribaltamento dei ruoli. Erin è verbalmente dominante, sarcastica, tagliente. George è quello che inciampa nelle parole, che cerca una via d’uscita emotiva (“ricominciamo da capo”, “mi sento un verme”). È importante notare che George non cerca di imporsi: si abbassa, chiede scusa, si espone. Questo rende credibile la futura attrazione. Il monologo sui “numeri” è il vero centro drammaturgico della scena. Erin usa l’ironia come arma difensiva, ma dietro l’elenco c’è un’autobiografia compressa: maternità, divorzio,precarietà economica, disillusione affettiva
È una raffica di dati che funziona come un pugno emotivo. Erin non sta flirtando: sta mettendo un muro. Sta dicendo “questa è la mia vita, e non è una commedia romantica”. Il sottotesto è chiarissimo: non ho spazio per te. La risposta finale di George (“sei proprio fuori sul fatto dello zero”) è fondamentale perché chiude la scena senza annullare Erin. Non la contraddice frontalmente, non la umilia, non insiste: afferma semplicemente che lui non si riconosce nel destino che lei ha previsto. È una promessa, non una conquista.

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