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Scrivere una sceneggiatura per la prima volta è un passaggio delicato, entusiasmante e spesso frustrante. È il momento in cui l’immaginazione incontra la struttura, e quasi sempre lo scontro lascia dei segni. Gli errori nelle prime sceneggiature non sono un fallimento: sono una fase necessaria. Tutti gli autori, senza eccezione, li attraversano. Il problema nasce quando questi errori non vengono riconosciuti, analizzati e superati.
Nel contesto di una formazione cinematografica, come quella proposta da Focus Movie Academy, il lavoro sulle prime sceneggiature è fondamentale proprio perché permette di intercettare questi nodi prima che diventino abitudini. Scrivere bene non significa evitare errori, ma imparare a capire perché una scena non funziona.
Uno degli errori più frequenti è confondere la sceneggiatura con un romanzo. Molti esordienti scrivono descrizioni lunghissime, cariche di pensieri, emozioni interne, spiegazioni psicologiche. Ma la sceneggiatura non racconta ciò che il personaggio pensa: racconta ciò che fa, ciò che dice, ciò che mostra. Tutto ciò che non può essere visto o sentito rischia di restare letteratura, non cinema.
Un altro errore comune è l’eccesso di dialogo. Nelle prime sceneggiature i personaggi parlano troppo, spiegano troppo, chiariscono tutto. Spesso dicono ciò che lo spettatore ha già capito o che potrebbe intuire dalle immagini. Questo nasce dalla paura del vuoto, del silenzio, dell’ambiguità. Ma il cinema vive proprio lì. Una scena che funziona solo perché i personaggi spiegano cosa provano è una scena fragile.
Molto diffusa è anche la tendenza a scrivere dialoghi “belli” ma poco giocabili. Battute brillanti sulla pagina, piene di ritmo o di concetti, che però in bocca agli attori suonano artificiali. Il dialogo cinematografico non deve dimostrare intelligenza, deve servire la scena. Se un attore fatica a pronunciarlo, probabilmente il problema non è l’attore.
Un errore strutturale tipico è la mancanza di conflitto reale. Nelle prime sceneggiature succedono molte cose, ma spesso non c’è vera opposizione. I personaggi vogliono tutti la stessa cosa, o non vogliono nulla con chiarezza. Senza conflitto non c’è tensione, e senza tensione la storia procede in modo piatto. Il conflitto non è litigio: è differenza di desiderio.
Collegato a questo c’è l’errore di scrivere personaggi-funzione. Il “migliore amico”, l’“antagonista cattivo”, il “personaggio saggio” esistono solo per aiutare o ostacolare il protagonista. Non hanno contraddizioni, non sorprendono, non resistono. Questi personaggi sono difficili da interpretare e invecchiano male. Un personaggio credibile ha sempre una logica interna, anche quando sbaglia.

Un altro scoglio frequente è il ritmo. Le prime sceneggiature spesso partono troppo lentamente o accelerano senza motivo. Scene ripetitive, che dicono la stessa cosa in modi diversi, convivono con salti narrativi bruschi. Questo accade perché non si è ancora sviluppato un senso chiaro della progressione. Ogni scena dovrebbe cambiare qualcosa: una relazione, un’informazione, uno stato emotivo.
Molti esordienti commettono anche l’errore di innamorarsi della propria idea iniziale e difenderla a tutti i costi. Quando una scena non funziona, si tende a proteggerla invece di interrogarla. Ma la scrittura cinematografica è riscrittura. Le prime versioni servono a capire cosa non va, non a essere definitive. Nei percorsi accademici di FMA questo passaggio è centrale: imparare a lasciare andare ciò che non serve.
C’è poi un errore più sottile: scrivere senza pensare alla messa in scena. Una sceneggiatura non vive solo sulla pagina. Vive sul set, con attori, spazi, luce, tempo. Molti testi iniziali ignorano completamente la dimensione pratica del cinema. Scene impossibili da girare, cambi di location inutili, azioni poco chiare. Scrivere bene significa anche immaginare il film mentre lo si scrive.
Un altro problema ricorrente è il tono incerto. Le prime sceneggiature spesso oscillano: una scena è drammatica, quella dopo ironica, poi improvvisamente cupa. Non perché sia una scelta consapevole, ma perché l’autore non ha ancora chiaro il mondo del film. Il tono non è una gabbia, ma una bussola. Senza di essa, lo spettatore si perde.
Infine, uno degli errori più diffusi è scrivere per dimostrare qualcosa. Un messaggio, un tema, un’idea. Quando la sceneggiatura nasce per “dire” qualcosa invece che per raccontare una storia, i personaggi diventano portavoce. Il cinema non convince con gli slogan, ma con le situazioni. Il tema emerge se la storia è viva, non se viene spiegato.
Scrivere una buona sceneggiatura richiede tempo, ascolto e pratica. Gli errori iniziali sono tappe, non ostacoli. L’importante è non affezionarsi all’errore, ma usarlo come strumento di crescita. Perché ogni sceneggiatura sbagliata è un passo in più verso una storia che finalmente funziona.

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