E.T. L'xtra-terrestre: trama, finale e significato del capolavoro senza tempo di Spielberg

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E.T. L'extra-terrestre, spiegazione del finale e significato del film

Quando si parla di alieni al cinema, quasi tutti pensano a invasioni, distruzione, governi nel panico e città rase al suolo. Steven Spielberg nel 1982 fece esattamente il contrario. Con E.T. L'extra-terrestre, scritto da Melissa Mathison, diretto da Spielberg, fotografato da Allen Daviau e accompagnato dalla musica di John Williams, trasformò il “film sugli alieni” in una storia intima su infanzia, solitudine e bisogno di essere capiti. Non è solo un classico della fantascienza: è uno dei film più personali e influenti mai girati, premiato con quattro Oscar e entrato anche nel National Film Registry della Library of Congress. 

E oggi il tempismo è perfetto per tornarci sopra, anche perché il nuovo film alieno di Spielberg, Disclosure Day, è annunciato in uscita negli Stati Uniti il 12 giugno (In Italia il 10) 2026. In altre parole: sì, mancano davvero pochi giorni. E riguardare E.T. adesso significa anche capire da dove nasce la visione spielberghiana degli extraterrestri, molto prima di qualunque moda recente su UFO, disclosure e complotti globali. 

Di cosa parla davvero E.T. L'extra-terrestre?

In superficie, la trama è semplicissima: un piccolo alieno botanico viene abbandonato sulla Terra per errore durante una fuga precipitosa da alcuni agenti governativi. Finisce nel cortile di una casa di periferia e viene trovato dal piccolo Elliott, interpretato da Henry Thomas, che vive con la madre Mary (Dee Wallace), il fratello maggiore Michael (Robert MacNaughton) e la sorellina Gertie (Drew Barrymore). Elliott decide di nasconderlo e tra i due nasce un legame fortissimo, quasi simbiotico. 

Ma il film non parla “solo” di un alieno sperduto. Parla soprattutto di un bambino ferito. Elliott vive in una famiglia spezzata dal divorzio dei genitori, e questa ferita si sente in ogni scena domestica. Spielberg, non a caso, ha sempre legato il film anche alla propria esperienza infantile e alla separazione dei suoi genitori. E.T. arriva dentro quel vuoto e lo riempie: diventa un amico, un segreto, una creatura da proteggere, ma anche una specie di specchio emotivo. 

Il punto è questo: E.T. non cade nella vita di Elliott come una meraviglia spettacolare, ma come un bisogno affettivo. È la risposta fantastica a una sofferenza molto concreta. E qui Spielberg è geniale: prende la fantascienza e la riporta in camera da letto, in cucina, in garage, tra i giocattoli e le litigate tra fratelli. La grande idea del film sta anche qui.

Qual è la trama completa di E.T. L'extra-terrestre?

L'inizio è già potentissimo. Una squadra di alieni visita di notte un bosco californiano per raccogliere campioni vegetali. L'arrivo degli uomini interrompe tutto e uno di loro rimane indietro. Quell'essere smarrito si rifugia vicino a una casa, dove Elliott lo scopre quasi per caso. Dopo il primo spavento, il bambino lo attira in casa con le caramelle Reese’s Pieces e comincia a costruire con lui un rapporto di fiducia. 

Da qui in poi il film cresce per piccoli dettagli meravigliosi. Elliott gli insegna parole, gli mostra la sua stanza, gli presenta Michael e Gertie. E.T. dimostra poteri fuori dal comune: fa levitare oggetti, guarisce una ferita, comunica con una sensibilità quasi telepatica. Intanto il film costruisce lentamente l'idea più importante: Elliott ed E.T. iniziano a sentire le stesse emozioni e persino gli stessi malesseri fisici. Quando uno sta male, anche l'altro crolla. 

Poi arriva il desiderio centrale del film: “E.T. telefono casa”. E.T. vuole contattare la sua casa. Vuole tornare dai suoi simili. Così, con l'aiuto dei bambini, costruisce un rudimentale apparecchio di comunicazione usando oggetti domestici. È fantascienza fatta con il bricolage di un bambino. Ed è forse uno dei tratti più belli del film: la tecnologia non è mai fredda, è sempre filtrata dallo sguardo infantile. 

Quando però il legame con Elliott diventa troppo intenso e la salute di E.T.

peggiora, la situazione precipita. Gli agenti governativi e gli scienziati entrano in casa, trasformando il rifugio dei bambini in uno spazio clinico, invaso da tute, tubi, plastica e macchinari. E’ una delle parti più inquietanti del film, proprio perché Spielberg non mostra mostri. Mostra adulti convinti di fare la cosa giusta, ma incapaci di capire davvero ciò che stanno toccando.

Come finisce E.T. L'extra-terrestre?

Il finale arriva dopo il momento più doloroso. E.T., ormai debolissimo, sembra morire. Elliott è devastato. Il loro legame, che fino a quel momento appariva quasi miracoloso, sembra spezzarsi. Ma poi accade la svolta: il celebre vaso di fiori che rifiorisce segnala che E.T. non è davvero perduto. Il contatto con i suoi simili sta tornando, e con esso anche la vita. 

Da qui parte la lunga fuga finale. Michael, Elliott e gli amici rubano tempo agli adulti e portano E.T. verso il punto d'incontro con l'astronave. È la parte più avventurosa del film, con l'inseguimento in bicicletta, le strade sbarrate, il cielo che si apre e, naturalmente, la scena delle biciclette che volano davanti alla luna, diventata una delle immagini più celebri della storia del cinema. L'American Film Institute colloca E.T. tra i grandi classici americani e quella singola inquadratura basta quasi da sola a spiegare il perché. 

Quando finalmente l'astronave arriva, Elliott deve accettare la separazione. E.T. saluta tutti, si avvicina a Elliott e gli indica la fronte con il dito luminoso: “Io sarò sempre qui”. Poi sale a bordo e torna a casa, lasciando il bambino in lacrime ma, in un certo senso, trasformato. Non è un finale triste in senso pieno. È un finale malinconico, necessario, di crescita. Elliott perde un amico, ma conserva per sempre qualcosa di lui. 

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Cosa significa davvero il finale di E.T.?

E qui arriviamo al punto cruciale: il finale non dice soltanto che E.T. torna sul suo pianeta. Dice che l'infanzia non può essere trattenuta per sempre. L'incontro con E.T. è un miracolo temporaneo, una sospensione del dolore, una parentesi di assoluta purezza. Ma anche le cose più pure, a un certo punto, devono andarsene.

Il vero significato del finale ti dice che crescere significa imparare ad amare senza possedere. Elliott vuole bene a E.T., ma non può tenerlo con sé. Deve lasciarlo partire. È una lezione enorme, raccontata con la semplicità di un film per ragazzi e con la profondità di un film per adulti.

C'è poi un altro livello. E.T. arriva in una famiglia spezzata e la attraversa come una forza ricompositiva. Non rimette insieme i genitori, certo, e Spielberg è troppo onesto per regalarci una consolazione falsa. Però aiuta Elliott a rielaborare l'abbandono. L'alieno è stato lasciato indietro. Elliott, in qualche modo, si sente lasciato indietro dal padre. Il loro incontro funziona perché i due riconoscono la stessa ferita.

Quali sono i temi principali del film?

Il primo grande tema è la solitudine. Elliott è solo in mezzo agli altri. Mary è una madre presente ma stanchissima. Michael è nel limbo tra adolescenza e responsabilità. Gertie è ancora nel mondo della fantasia pura. E.T., ovviamente, è l'essere più solo di tutti: lontano dal suo pianeta, braccato, incapace all'inizio persino di comunicare. Tutti i personaggi, a modo loro, stanno cercando una connessione. 

Il secondo tema è l'empatia. Spielberg immagina l'alieno non come minaccia, ma come creatura fragile e benevola. Questa è la vera rivoluzione emotiva del film. L'altro, il diverso, lo sconosciuto, non è qualcosa da distruggere ma da ascoltare. In un cinema pieno di invasioni e paranoia, E.T. fa una cosa quasi scandalosa: chiede tenerezza.

Il terzo tema è la separazione. Separazione dai genitori, dalla casa, dall'infanzia, dall'amico. Tutto il film è attraversato dall'idea che amare significhi anche esporsi alla perdita. Eppure non diventa mai cinico. Spielberg non dice che il mondo ferisce e basta. Dice che il dolore esiste, ma non annulla la bellezza del legame.

Infine c'è il tema della fiducia nello sguardo infantile. Gli adulti, per buona parte del film, sono fuori campo, frammentati, anonimi, osservati dal basso. I bambini invece vedono davvero. Sentono prima, capiscono meglio, accolgono senza categorie. Non è infantilismo: è la convinzione che l'immaginazione sia una forma di conoscenza.

Perché E.T. è stato così innovativo?

Per una ragione semplice: ha cambiato l'idea di blockbuster. E.T. costò circa 10,5 milioni di dollari, incassò enormemente in tutto il mondo e superò perfino Star Wars diventando, all'epoca, il maggior incasso globale della storia, mantenendo quel record fino a Jurassic Park nel 1993. Non era soltanto un successo: era la prova che un film intimissimo poteva diventare un fenomeno planetario. 

Dal punto di vista tecnico, il film fu notevole anche per gli effetti visivi e animatronici, premiati con l'Oscar insieme a colonna sonora, sonoro e montaggio sonoro. Il design di E.T. e la sua espressività, ottenuti con un mix di pupazzi, meccanismi e performance fisica/sonora, restano impressionanti ancora oggi. Non perché “sembrino veri” in senso realistico assoluto, ma perché sembrano vivi. E non è la stessa cosa. 

Anche la regia fu innovativa. Spielberg gira spesso dal punto di vista dei bambini, usa la casa come un labirinto emotivo, crea meraviglia con pochi gesti e trasforma il sobborgo americano in uno spazio mitologico. Inoltre, nel finale, arrivò addirittura a montare la scena in funzione della musica di John Williams, e non il contrario. È un dettaglio famosissimo, ma importantissimo per capire perché quella sequenza ti prende alla gola. 

Quanto conta la musica di John Williams?

Tantissimo. Anzi: senza la colonna sonora di John Williams, E.T. sarebbe comunque un grande film, ma non sarebbe lo stesso trauma emotivo per spettatori sensibili. Williams vinse l'Oscar per questa partitura, e si capisce perché. La sua musica non accompagna soltanto le scene: le eleva, le sospinge, le rende leggendarie. 

La parte finale, con l'inseguimento e il volo delle biciclette, è uno di quei momenti in cui musica e immagine si fondono in modo quasi perfetto. E’ una di quelle sequenze che puoi rivedere sapendo a memoria ogni inquadratura e che continua comunque a funzionare. Non per nostalgia e basta, ma perché il cinema qui trova davvero una forma di grazia.

E poi c'è il dettaglio più sottovalutato: la musica di Williams aiuta E.T. a non diventare mai grottesco. Un esserino basso, rugoso, con il collo allungabile e una camminata scomposta poteva diventare ridicolo in dieci secondi. Invece la partitura gli dà anima, mistero, dolcezza.

Quali sono le scene più iconiche di E.T.?

La prima è ovviamente la bicicletta che vola davanti alla luna. È una di quelle immagini che hanno smesso di appartenere solo al film e sono diventate cultura pop pura. 

La seconda è “E.T. telefono casa”, che l'AFI ha inserito tra le citazioni più celebri del cinema americano. Bastano tre parole per raccontare tutto il film: nostalgia, distanza, casa, desiderio di contatto. 

La terza, per me, è la scena di Halloween, con E.T. travestito tra i bambini. Sembra quasi una gag, ma in realtà dice molto del film: l'alieno passa in mezzo agli umani grazie alla fantasia infantile, cioè proprio grazie a ciò che gli adulti hanno disimparato.

La quarta è il primo incontro nel capanno, ancora oggi perfetto nella costruzione della paura che si trasforma in curiosità. E la quinta è il saluto finale con “Io sarò per sempre qui”. Dopo quella battuta, E.T. non è più solo un personaggio. Diventa una presenza interiore.

Che idea degli alieni propone Spielberg in E.T.?

Questa è la domanda più bella, soprattutto oggi che stiamo aspettando Disclosure Day. Il pensiero sugli alieni in E.T. è chiarissimo: lo sconosciuto non va automaticamente temuto. Spielberg immagina l'extraterrestre come un essere vulnerabile, curioso, quasi spirituale. Non un conquistatore, non un predatore, ma una creatura capace di relazione. 

In questo senso, E.T. è l'opposto della fantascienza paranoica. Non ci chiede: “E se venissero a distruggerci?”. Ci chiede: “E se fossero più umani di noi, o almeno più innocenti?”. È una visione molto spielberghiana, già in dialogo con Incontri ravvicinati del terzo tipo e destinata a restare una costante nella sua filmografia aliena. Anche il nuovo Disclosure Day, da quello che sappiamo finora, sembra riportarlo verso domande di rivelazione, contatto e paura collettiva della verità, più che verso il puro spettacolo catastrofico. 

Certo, il film non è ingenuo. Gli adulti, i tecnici, i funzionari mostrano quanto l'uomo reagisca all'ignoto provando subito a controllarlo. Ma Spielberg non demonizza la scienza in sé. Mostra piuttosto il limite di uno sguardo incapace di empatia.

Perché E.T. resta ancora oggi un capolavoro?

Perché mette insieme cose che di solito non stanno in equilibrio: il film per famiglie, il melodramma, la fantascienza, la commedia domestica, il racconto di formazione. E soprattutto perché non prende mai in giro lo spettatore. Ti chiede di credere in un pupazzo alieno e poi ti restituisce emozioni vere.

Da bambino mi sembrava una favola malinconica. Da adulto lo trovo ancora più duro. Parla di abbandono, malattia, paura della perdita, famiglie ferite. Però lo fa con una dolcezza che non è mai ruffiana. Questa, secondo me, è la sua grandezza.

In vista di Disclosure Day, tornare a E.T. L'extraterrestre è quasi inevitabile. Perché lì c'è già tutto il nucleo del cinema alieno di Spielberg: il cielo come promessa, il mistero come richiamo, l'altro come creatura da incontrare prima ancora che da classificare. E soprattutto l'idea che il vero contatto extraterrestre, nel suo cinema, non sia mai solo cosmico. È sempre anche emotivo.

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