Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Il primo episodio di I peccati di Kujo, intitolato Il valore di una gamba, introduce subito il tono morale e giudiziario della serie. La trama ruota attorno all’avvocato Kujo, un difensore brillante e spietatamente lucido, capace di trasformare anche il caso più compromettente in una vittoria processuale. Accanto a lui entra in scena Karasuma, avvocato giovane ma già affermato, che decide di lavorare al suo fianco pur guardando con disagio i metodi del protagonista. L’episodio costruisce così un conflitto molto forte tra legge, coscienza e giustizia, fino a un finale che ribalta il giudizio su Kujo e ne chiarisce, almeno in parte, il metodo.

L’episodio si apre con l’ennesima dimostrazione del talento di Kujo. L’avvocato vince una causa difendendo una persona che, a colpo d’occhio, non sembra affatto innocente o moralmente irreprensibile. È un’apertura importante, perché mette subito in chiaro il tipo di professionista che abbiamo davanti: Kujo non lavora per ripulire moralmente i suoi assistiti, ma per trovare la strategia giusta, il punto debole del sistema, l’appiglio capace di far pendere la bilancia a loro favore. È un uomo che conosce la legge non come ideale astratto, ma come strumento da usare con precisione chirurgica.
Poco dopo, l’avvocato Karasuma si presenta nel suo studio. Più che uno studio legale tradizionale, il luogo in cui lavora Kujo appare come uno spazio improvvisato, angusto, ricavato da un vecchio nightclub mai davvero ristrutturato. Anche questo dettaglio racconta molto del personaggio: Kujo non cerca prestigio visibile, eleganza o rispettabilità. Si muove in un ambiente grigio, borderline, quasi fuori posto, esattamente come il tipo di cause che sceglie di seguire. Karasuma arriva lì per incontrarlo e capire meglio l’uomo con cui ha deciso di collaborare, ma il colloquio prende subito una piega pratica quando Kujo riceve la telefonata di un nuovo cliente.
Si tratta di un caso disperato, almeno in apparenza. Un uomo ha investito una persona dopo essersi distratto con il cellulare e dopo aver bevuto. La situazione sembra già chiusa in partenza: c’è una condotta gravissima, c’è un comportamento irresponsabile e tutto lascia pensare a una colpa difficilmente difendibile. Quando il cliente arriva allo studio con un accompagnatore, però, Kujo mostra immediatamente la sua abilità. Non perde tempo in moralismi, non si lascia toccare dall’immagine del colpevole, non si sofferma sull’orrore del fatto. Comincia invece a ordinare i dettagli, a leggere la situazione per ciò che può diventare in tribunale. Anche Karasuma dimostra grande competenza tecnica, ma rispetto a Kujo ha un limite evidente: non riesce a tenere la stessa distanza emotiva. Dove Kujo vede un caso, Karasuma vede già il peso umano di una colpa.
Nel frattempo, la narrazione porta lo spettatore all’ospedale, mostrando il lato opposto della vicenda. Una donna piange disperata: è la madre della vittima, un bambino piccolo che si trova in terapia intensiva. La tragedia è ancora più grande perché il padre del bambino, presente con lui al momento dell’incidente, è appena morto. In poche scene l’episodio costruisce una frattura netta tra il mondo freddo della strategia legale e quello devastato del dolore reale. Kujo, in questo momento, non conosce ancora gli sviluppi precisi delle condizioni delle vittime, ma resta fedele al suo metodo: consiglia al cliente di costituirsi, scelta che l’uomo accetta. È una mossa che rafforza l’immagine di una difesa collaborativa e può migliorare la posizione dell’imputato. Ancora una volta, Kujo pensa già diversi passi avanti.
La sua fama, del resto, lo precede. Kujo è conosciuto come un avvocato capace di ottenere assoluzioni o risultati favorevoli anche per imputati che sembrano già condannati dal senso comune. Questo aspetto pesa molto anche nello sguardo di Karasuma, che osserva il suo superiore con una miscela di ammirazione e inquietudine. Kujo è bravo, forse persino geniale, ma il punto è capire a quale prezzo umano.
La sera, Karasuma cena con Yakushimae, l’assistente sociale che lavora con Kujo e che, di fatto, è stata la persona che lo ha introdotto nel suo mondo. La presenza di Yakushimae allarga la prospettiva della serie, perché accanto al rigore processuale di Kujo compare un’altra figura che si muove sul confine tra istituzioni, fragilità sociale e conseguenze concrete delle sentenze. È un personaggio ponte: sta vicino a Kujo, ma sembra appartenere anche al mondo delle vittime, o almeno a quello dei danni che restano quando il processo finisce.
Il giorno seguente Kujo ha già raccolto gli elementi decisivi per la difesa del cliente. Ed è qui che la trama prende la sua svolta centrale. Attraverso l’analisi delle prove emerge che il padre del bambino, la persona investita, soffriva di depressione, aveva problemi cardiaci e soprattutto presentava ferite che non risultano compatibili con le tempistiche successive all’impatto. In sostanza, l’uomo era già morto prima dell’incidente. Stava accompagnando il figlio a scuola approfittando di un congedo dal lavoro, ma la dinamica reale dei fatti modifica radicalmente il peso penale della condotta dell’imputato. L’automobilista resta colpevole di guida irresponsabile, certo, ma non della morte dell’uomo nei termini inizialmente immaginati.
Kujo porta questa ricostruzione in aula e vince il processo. Dal punto di vista strettamente giuridico, il suo lavoro è impeccabile: ha smontato il nesso causale nel modo corretto, ha ridotto il perimetro della responsabilità del cliente e ha ottenuto un risultato favorevole. Ma è proprio qui che l’episodio trova la sua ferita morale. Perché mentre il processo viene vinto, Karasuma non riesce a godere in alcun modo del successo professionale. Anzi, viene travolto dai sensi di colpa pensando alla madre e al bambino. Il piccolo, infatti, ha perso una gamba in seguito all’incidente. Anche se l’imputato non è responsabile della morte del padre nei termini iniziali, resta il fatto che quella famiglia è stata distrutta, fisicamente ed economicamente, e non ha avuto una difesa capace di proteggerla o di ottenere un risarcimento adeguato.
La distanza tra verità processuale e giustizia percepita diventa allora il vero centro dell’episodio. Karasuma sente tutto il peso di quel divario. Sa che il processo è stato vinto correttamente, sa che il ragionamento di Kujo è fondato, ma proprio per questo si sente peggio. Non c’è consolazione nel dire che la legge è stata applicata bene, se chi ha subito il danno resta schiacciato, senza tutela e senza strumenti.
A questo punto entra in gioco Yakushimae in modo decisivo. La donna si reca dalla madre del bambino e le consiglia di fare ricorso, spiegandole come procedere per ottenere ciò che le spetta, nonostante il rilascio dell’imputato. È una scena fondamentale, perché mostra che la storia non si chiude davvero con la sentenza. Il processo penale ha prodotto un esito, ma esiste ancora uno spazio di intervento, di riparazione, di accompagnamento concreto. E quando Karasuma scopre che Yakushimae è andata lì proprio su indicazione di Kujo, rimane spiazzato.
Fino a quel momento, Kujo gli era apparso come un uomo gelido, quasi cinico, uno che affronta la difesa dei colpevoli con leggerezza e senza lasciare trapelare alcun turbamento. Sapere che invece ha pensato anche alla vittima cambia il significato delle sue azioni. Non lo trasforma in un idealista, e nemmeno in un avvocato sentimentalmente coinvolto. Però suggerisce che il suo cinismo sia forse più complesso di quanto sembri. Kujo non confonde il suo ruolo con quello di giudice morale. Difende chi deve difendere, ma al tempo stesso cerca, fuori dal campo processuale stretto, di far sì che anche chi ha subito il danno possa ottenere almeno una forma di tutela.
Il confronto finale tra Kujo e Karasuma rende ancora più interessante l’episodio. Parlando di quanto accaduto, Karasuma rivela di aver scelto di lavorare per Kujo a causa di un processo del passato. Quando era bambino, aveva assistito a un procedimento che gli aveva lasciato dentro dubbi profondi sul senso della vita e sul funzionamento della giustizia. In quel processo c’era anche un giovane Kujo, che conserva esattamente lo stesso ricordo. Questo dettaglio crea un legame improvviso e forte tra i due personaggi. Karasuma non è arrivato lì per caso, né solo per curiosità professionale: ha scelto Kujo perché in lui vede una risposta possibile, o almeno un uomo che è stato segnato dalla stessa ferita originaria.
Il fatto che Karasuma, pur avendo titoli importanti nell’ambito dell’avvocatura, abbia deciso di lavorare al fianco di Kujo acquista così un significato molto più profondo. Non si tratta solo di carriera o di formazione. È una ricerca. Karasuma vuole capire l’uomo che ha trasformato quel trauma in metodo, e forse capire se esista un modo di stare dentro la legge senza smarrire completamente il senso umano della giustizia.

La prima puntata costruisce un protagonista complesso e molto forte: un avvocato che sembra difendere i colpevoli, ma che in realtà combatte contro un’idea più profonda e più amara di ingiustizia. E proprio per questo il finale non chiude davvero il caso: apre il personaggio.

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