Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Ci sono testi brevi che sembrano una battuta allungata, e poi ci sono monologhi che sotto la superficie comica nascondono una stilettata vera. “Il teatro dell’obbligo” di Karl Valentin appartiene alla seconda categoria. A leggerlo in fretta può sembrare solo un pezzo paradossale, una trovata assurda costruita sul meccanismo del rovesciamento logico. Ma il punto è proprio questo: Valentin prende un problema reale — i teatri vuoti, il rapporto debole tra pubblico e scena, l’idea della cultura come scelta opzionale — e lo porta fino alle sue conseguenze più grottesche.
Il risultato è un monologo comico, sì, ma anche lucidissimo. Perché mentre ci fa sorridere con l’idea di imporre il teatro come si impone la scuola, in realtà ci costringe a chiederci una cosa molto seria: perché la cultura, quando non è obbligatoria, viene così facilmente sacrificata? E ancora: cosa dice di una società il fatto che il teatro debba competere con passatempi, abitudini, inerzia e disinteresse generale?
MONOLOGO MASCHILE - KARL VALENTIN “IL TEATRO DELL’OBBLIGO”
Come mai i teatri sono vuoti? Solo perché il pubblico non ci va. La colpa è tutta dello Stato.
Perché non si istituisce il teatro dell’obbligo? Se ognuno sarà costretto ad andare a teatro, le cose cambieranno immediatamente. Perché pensate abbiano creato la scuola dell’obbligo? Nessuno andrebbe a scuola se non fosse costretto ad andarci. Per il teatro, anche se non è facile, forse si potrebbe senza troppe difficoltà fare lo stesso. Con la buona volontà e il senso del dovere, si ottiene tutto.
Non è forse vero che anche il teatro è una scuola, punto interrogativo!
Si potrebbe istituire il teatro dell’obbligo, già a cominciare dai bambini. Logicamente il repertorio di un teatro per bambini sarebbe costituito esclusivamente di favole come Hansel e Gretel, o Il lupo e le sette Biancanevi.
Cento scuole in ogni grande città, mille ragazzi in ogni scuola, fa in totale centomila ragazzi. Pensate per quanti attori si creerebbero così delle occasioni di lavoro!
Decretato a livello regionale, il teatro dell’obbligo sarebbe un motivo di incremento per l’intera vita economica. Non è certo la stessa cosa dire: “ ci vado stasera a teatro?” oppure: “Oggi devo andare a teatro”. Con l’obbligo ogni singolo cittadino rinuncia spontaneamente a tutti gli altri stupidi divertimenti serali come i birilli, i tarocchi, le discussioni di politica in birreria, gli appuntamenti, per non parlare di certi banali giochi di società, tipo “Attenti all’uomo nero”, “Sarto, prestami tua moglie” che servono solo a perdere tempo.
Il cittadino sa che andare a teatro è un suo dovere. Non è più necessario che scelga lo spettacolo tale o talaltro, non ha più dubbi “ci vado o non ci vado stasera a vedermi Tristano e Isotta?”. No, ci deve andare per forza, perché è suo dovere!
È costretto ad andare a teatro 365 volte all’anno, che il teatro gli faccia schifo o no.
Anche a uno scolaro fa schifo andare a scuola, ma ci va volentieri perché è suo dovere. È un obbligo.
Il monologo parte da una domanda semplice: “Come mai i teatri sono vuoti?”. Già qui Karl Valentin fa una cosa intelligente. Finge di introdurre un ragionamento razionale, quasi sociologico, ma subito dopo lo piega verso l’assurdo: i teatri sono vuoti “solo perché il pubblico non ci va”. Sembra una banalità, e infatti lo è. Ma è una banalità usata come esca.
Da questo punto in poi il personaggio procede con una logica ferrea e completamente deformata. Se il problema è che il pubblico non va a teatro, allora basta costringerlo. Se la scuola funziona perché è obbligatoria, allora anche il teatro dovrebbe esserlo. Il ragionamento è volutamente sbagliato, ma non è casuale. Valentin costruisce una parodia perfetta del pensiero burocratico, di quel modo di affrontare i problemi culturali non capendone la natura, ma immaginando di risolverli per decreto.
Ed è qui che il monologo diventa più interessante di quanto sembri. Perché il suo bersaglio non è solo il pubblico svogliato. Non è nemmeno solo lo Stato. Il suo vero bersaglio è una mentalità: quella che pensa la cultura come qualcosa da amministrare meccanicamente, senza desiderio, senza educazione dello sguardo, senza partecipazione autentica.
Karl Valentin lavora su un tipo di comicità che non ha bisogno di grandi effetti. Gli basta spingere una premessa falsa fino alle estreme conseguenze. È un umorismo costruito con precisione quasi matematica: si prende una tesi assurda, la si tratta con serietà assoluta, e si lascia che sia il rigore stesso del ragionamento a produrre il ridicolo.
In “Il teatro dell’obbligo” questo meccanismo è chiarissimo. Il personaggio parla come se stesse proponendo una riforma sensata, utile, persino civile. Fa appello alla “buona volontà”, al “senso del dovere”, alla funzione educativa del teatro. Cita i bambini, ipotizza repertori per l’infanzia, immagina benefici occupazionali per gli attori e persino ricadute sull’intera vita economica. È tutto presentato con tono pratico, quasi amministrativo. E proprio per questo fa ridere.
Il punto forte del monologo non è la battuta più vistosa, ma il modo in cui l’assurdo viene trattato come normalità. È lì che Valentin è spietato. Il suo personaggio non sembra pazzo: sembra convinto, serio, persino responsabile. Ed è molto più inquietante così. Perché ci fa capire quanto certi discorsi pubblici possano diventare grotteschi senza smettere di sembrare rispettabili.
C’è anche una qualità ulteriore, che secondo me rende il testo ancora vivo oggi: il linguaggio non è ornamentale. È secco, incalzante, procede per accumulo. Un’idea chiama l’altra, e ogni passaggio alza di poco il livello dell’assurdità. Prima si parla di obbligo, poi di scuola, poi di bambini, poi di lavoro per gli attori, poi di dovere civile, poi addirittura di 365 spettacoli all’anno. Quando arrivi in fondo, il monologo ti ha portato in un territorio totalmente folle senza mai alzare la voce.
Qui arriviamo al cuore del testo. L’idea del teatro trasformato in obbligo non è solo una trovata comica: è una critica precisa a una società che considera il teatro superfluo finché non lo si collega a un dovere o a un’utilità. Valentin prende una forma di legittimazione molto diffusa — “serve, quindi va sostenuto” — e la esaspera fino al grottesco.
Il teatro, nel monologo, non viene difeso per la sua bellezza, per la sua capacità di smuovere coscienze, per il suo valore umano o artistico. Viene difeso come si difenderebbe una struttura pubblica da rendere funzionale: riempiamo le sale, creiamo occupazione, organizziamo il tempo dei cittadini, eliminiamo divertimenti inutili. È una prospettiva deliberatamente deformata, e proprio per questo mette a nudo un rischio reale: quando l’arte perde il contatto con il desiderio, qualcuno prova sempre a salvarla trasformandola in istituzione pura.
E qui Karl Valentin è modernissimo. Perché il suo testo ci parla anche di oggi, di quando il teatro viene giustificato soltanto in termini di numeri, impatto, produttività, ritorno sociale, progettazione. Tutte cose importanti, per carità. Ma non bastano. Il teatro non vive solo se è utile; vive se è necessario interiormente. Se uno spettatore sente che quella scena lo riguarda.
Il monologo ribalta tutto questo. Dice: bene, volete renderlo necessario? Allora rendetelo obbligatorio. Ed è una proposta così assurda da rivelare l’assurdità del problema di partenza.
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Uno degli aspetti più intelligenti del testo è che non ha un solo bersaglio. A prima vista sembra attaccare lo Stato: “la colpa è tutta dello Stato”. Ma è una falsa pista. Valentin non sta davvero facendo un discorso politico lineare. Sta prendendo in giro contemporaneamente lo Stato, il pubblico e anche una certa idea paternalistica di educazione culturale.
Lo Stato viene ridicolizzato come ente che dovrebbe risolvere tutto per via normativa. Il pubblico viene ridicolizzato nella sua passività: se non è costretto, non si muove. E infine viene ridicolizzata l’idea stessa che basti imporre una pratica per renderla significativa. Andare a teatro non equivale a capire il teatro. Così come andare a scuola non equivale automaticamente ad amare il sapere. Questa analogia, volutamente brutale, è il motore comico del testo ma anche il suo nucleo più amaro.
Valentin non sta dicendo che l’educazione non serva. Sta dicendo che l’educazione culturale, quando diventa imposizione cieca, rischia di produrre soltanto presenza fisica senza partecipazione reale. Gente seduta in platea, magari. Ma con la testa altrove.
E questo è uno dei passaggi più forti del monologo, anche se non viene mai esplicitato in modo didascalico. L’autore non spiega, non argomenta in maniera accademica. Lascia che l’eccesso parli da sé. È una lezione di scrittura satirica niente male.
Una delle ragioni per cui questo monologo funziona così bene in scena è che il personaggio non deve mai strizzare l’occhio al pubblico. Se lo fa, perde metà della sua forza. Il testo vive sulla serietà ostinata di chi enuncia l’assurdo come fosse una verità amministrativa, ragionevole, perfino morale.
Il cittadino “deve andare a teatro”. Deve rinunciare spontaneamente agli altri svaghi. Deve farlo 365 volte all’anno, “che il teatro gli faccia schifo o no”. Questa frase è straordinaria perché porta allo scoperto il meccanismo autoritario nascosto dentro l’argomentazione. Il tono resta pacato, ma il contenuto è delirante. E il contrasto produce una comicità nerissima.
Io credo che qui si senta tutta la grandezza di Valentin. Perché non costruisce un matto da baraccone. Costruisce un uomo normale che dice cose mostruosamente illogiche con la tranquillità di chi pensa di stare difendendo il bene comune. Fa ridere, sì. Ma mette anche un po’ a disagio. E il miglior teatro satirico, spesso, fa entrambe le cose.
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