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~ LA REDAZIONE DI RC
Pochi monologhi del teatro di Shakespeare sono stati discussi, smontati, difesi e attaccati quanto quello di Katherine nell’Atto 5, scena 2 de La bisbetica domata. È uno di quei passaggi che continuano a creare disagio, fascino e dibattito anche secoli dopo, proprio perché non si lascia chiudere in una lettura semplice. A un primo ascolto sembra un elogio brutale della sottomissione femminile. Ma appena ci torni sopra, parola per parola, comincia a incrinarsi qualcosa. E lì il testo diventa più interessante.
Il monologo arriva alla fine della commedia, nel momento in cui Katherine, considerata fino a quel punto la “bisbetica”, prende la parola davanti agli altri personaggi e pronuncia una lunga riflessione sul dovere della moglie verso il marito. È un discorso che parla di obbedienza, gerarchia, pace domestica, ribellione e natura femminile. Ma soprattutto è un discorso che costringe chi legge o chi guarda a chiedersi una cosa precisa: Katherine è davvero domata oppure sta mettendo in scena qualcosa?
E qui arriviamo al punto cruciale: l’enorme forza del monologo sta proprio nella sua ambiguità. Shakespeare costruisce un finale che può essere letto come conferma dell’ordine patriarcale, ma anche come spettacolo dentro lo spettacolo, come performance lucida, come atto strategico. Ho pensato molto a questo testo, e più lo si rilegge più diventa chiaro che il suo potere non sta solo in quello che dice, ma nel modo in cui lo dice.
Katherine - “La bisbetica domata” (Atto 5, scena 2)
Fie, fie! Sciogli quella fronte minacciosa e scortese,
e non lanciare sguardi sprezzanti da quegli occhi
per ferire il tuo signore, il tuo re, il tuo governatore.
Ti offusca la bellezza come le gelate mordono i prati,
confonde la tua fama come i vortici scuotono i bei boccioli,
e non è in nessun senso soddisfacente o amabile.
Una donna mossa è come una fontana agitata-
fangosa, malfamata, densa, priva di bellezza;
e finché è così, nessuno così arido o assetato
si degnerà di sorseggiarne o toccarne una goccia.
Tuo marito è il tuo signore, la tua vita, il tuo custode,
il tuo capo, il tuo sovrano; uno che si prende cura di te,
e per il tuo mantenimento impegna il suo corpo
a dolorose fatiche per mare e per terra,
a vegliare la notte nelle tempeste, il giorno nel freddo,
mentre tu stai al caldo a casa tua, sicura e protetta;
e non chiede altro tributo alle tue mani
che amore, sguardi gentili e vera obbedienza
troppo poco per un debito così grande.
Come il suddito deve al principe,
anche la donna deve al marito;
e quando è scontrosa, irascibile, scontrosa, acida,
e non obbedisce al suo onesto volere,
cosa è se non una ribelle che contende,
e una traditrice senza grazia del suo amato signore?
Mi vergogno che le donne siano così semplici
da offrire la guerra dove dovrebbero inginocchiarsi per la pace;
o cercare il dominio, la supremazia e il dominio,
quando sono tenute a servire, amare e obbedire.
Perché i nostri corpi sono molli, deboli e lisci,
non adatti alla fatica e ai guai del mondo,
ma che le nostre condizioni morbide e i nostri cuori
dovrebbero ben accordarsi con le nostre parti esterne?
Vieni, vieni, vermi avanti e incapaci!
La mia mente è stata grande come una delle vostre,
il mio cuore come grande, la mia ragione forse di più,
per discutere parola per parola e cipiglio per cipiglio;
ma ora vedo che le nostre lance non sono che pagliuzze,
la nostra forza come debole, la nostra debolezza oltre il paragone,
che sembra di essere il più che in realtà siamo meno.
Allora copritevi lo stomaco, perché non è uno stivale,
e mettete le mani sotto il piede di vostro marito;
in segno di questo dovere, se gli piace,
la mia mano è pronta, possa fargli piacere.
Per capire davvero la portata delle parole di Katherine, bisogna partire dalla struttura della commedia. La bisbetica domata racconta il tentativo di “addomesticare” una donna giudicata ribelle, aggressiva, non conforme alle aspettative sociali del suo tempo. Katherine non è semplicemente una donna dal carattere difficile: è una figura che rifiuta di comportarsi come gli altri si aspettano da lei. È scomoda, verbalmente violenta, ironica, ostile. In un mondo che vuole donne docili, Katherine diventa subito un problema da correggere.
Petruchio entra in questo quadro come colui che accetta la sfida. Vuole sposarla, ma soprattutto vuole vincere la partita del controllo. La loro relazione si costruisce così su una continua lotta verbale e psicologica. Lui esaspera, destabilizza, capovolge le regole. Lei resiste, reagisce, combatte. Il monologo finale arriva dunque dopo una lunga guerra domestica e teatrale.
Per questo il discorso conclusivo non è mai un semplice sermone morale. È il punto in cui tutta la tensione accumulata trova una forma. Shakespeare non mette in bocca a Katherine due righe di resa. Le affida invece un monologo lungo, densissimo, elaborato, quasi solenne. E questo dettaglio pesa tantissimo: se volesse mostrarci solo una sottomissione passiva, basterebbe molto meno. Invece Katherine domina la scena. Paradossalmente, nel momento in cui parla di obbedienza, è lei che prende il controllo del linguaggio, del ritmo e dell’attenzione.
L’esordio è immediatamente aggressivo:
“Sciogli quella fronte minacciosa e scortese,
e non lanciare sguardi sprezzanti da quegli occhi…”
Katherine comincia parlando a un’altra donna, ma in realtà parla a tutte. Il tono è correttivo, quasi disciplinare. Attacca l’espressione del volto, cioè il primo segnale visibile di opposizione. Non è un caso. Shakespeare parte dal viso, dallo sguardo, dalla postura: parte dal corpo come luogo della ribellione.
Subito dopo arriva la triade più famosa:
“il tuo signore, il tuo re, il tuo governatore.”
Qui il marito viene collocato in una posizione apertamente sovrana. La costruzione è fortissima perché procede per accumulo: non basta dire “marito”, bisogna caricarlo di autorità politica, quasi sacrale. Il lessico non è intimo, è istituzionale. Il matrimonio viene descritto come una piccola monarchia.
Questo è uno dei punti più spigolosi del monologo. Letto alla lettera, è difficilissimo da addolcire. Katherine sembra interiorizzare fino in fondo la logica patriarcale del suo tempo. Eppure proprio questa enfasi estrema può far nascere un sospetto: non sta forse calcando la mano? Non sta portando il discorso a un livello così assoluto da renderlo quasi teatrale dentro la teatralità?
Una delle parti più riuscite del monologo è l’uso delle immagini naturali. Katherine dice che la collera di una donna rovina la sua bellezza come il gelo rovina i prati e la sua reputazione come i vortici scuotono i boccioli. Poi arriva l’immagine centrale:
“Una donna mossa è come una fontana agitata —
fangosa, malfamata, densa, priva di bellezza.”
Questa metafora è potentissima. La fontana dovrebbe essere limpida, dissetante, piacevole. Se agitata, diventa torbida, inutilizzabile. Shakespeare qui costruisce una visione molto precisa della femminilità ideale: calma, trasparente, ordinata, gradevole. Tutto ciò che è movimento, rabbia, agitazione viene associato a perdita di valore.
Ma c’è un altro aspetto. La fontana agitata non è solo immagine misogina: è anche immagine sociale. Una donna irrequieta non disturba soltanto il marito, disturba l’ordine. Diventa scandalosa, “malfamata”. Il giudizio non è solo privato, è pubblico.
In questa parte si vede benissimo l’intelligenza di Shakespeare nel dare al personaggio un linguaggio molto più complesso di quanto ci si aspetterebbe da una semplice “domata”. Katherine non parla da vittima spenta. Parla con un’immaginazione ricca, articolata, persuasiva. Anche quando sostiene una tesi discutibile, lo fa con grande forza retorica.
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La sezione successiva insiste sul ruolo maschile:
“Tuo marito è il tuo signore, la tua vita, il tuo custode,
il tuo capo, il tuo sovrano…”
Ancora una volta, Shakespeare usa l’accumulo. Petruchio, o meglio il marito in generale, viene definito attraverso una serie di funzioni che uniscono potere, cura e dominio. È importante notarlo: il discorso non dice soltanto “obbedisci perché lui comanda”, ma anche “obbedisci perché lui si sacrifica per te”.
Katherine infatti descrive l’uomo come colui che lavora, affronta tempeste, veglia nella fatica, sopporta il freddo, mentre la donna resta al caldo, al sicuro, protetta. In cambio, lui chiederebbe solo “amore, sguardi gentili e vera obbedienza”.
Questo è il cuore ideologico del monologo: l’obbedienza femminile viene presentata non come imposizione arbitraria, ma come risposta giusta a un debito. L’uomo protegge, la donna ricambia. È uno schema di reciprocità, ma una reciprocità profondamente asimmetrica.
E qui sta il punto: Katherine descrive il matrimonio come contratto politico e materiale, non come unione romantica. Non c’è idealizzazione sentimentale moderna. C’è una struttura di ruoli. Questo rende il monologo ancora più duro per un lettore contemporaneo, ma anche più interessante dal punto di vista storico e drammaturgico.
A metà del discorso compare una delle opposizioni più forti del testo: quella tra guerra e pace.
“Mi vergogno che le donne siano così semplici
da offrire la guerra dove dovrebbero inginocchiarsi per la pace.”
Qui Katherine costruisce il matrimonio come spazio politico. La moglie ribelle è una ribelle non solo in senso affettivo, ma quasi in senso civile. Da qui anche il lessico successivo: “ribelle”, “traditrice”, “suddito”, “principe”. È come se la disobbedienza coniugale fosse assimilata a un tradimento dell’ordine statale.
Shakespeare sta trasformando una dinamica privata in una rappresentazione pubblica del potere. E non lo fa per caso. La commedia mette continuamente in scena ruoli, gerarchie, maschere sociali. Il monologo finale porta tutto questo alla massima chiarezza.
Uno dei passaggi più controversi è quello in cui Katherine dice:
“Perché i nostri corpi sono molli, deboli e lisci,
non adatti alla fatica e ai guai del mondo…”
Qui il discorso sembra fondare la subordinazione femminile su una presunta debolezza naturale. È un’argomentazione tipica della cultura patriarcale dell’epoca: il corpo della donna sarebbe meno adatto alla durezza del mondo, dunque il suo ruolo dovrebbe essere diverso, più domestico, più passivo.
Oggi queste parole suonano inevitabilmente urtanti. E a ragione. Però, sul piano teatrale, c’è una domanda da farsi: Katherine sta rivelando una convinzione intima oppure sta usando fino in fondo il linguaggio che il mondo vuole sentire da lei?
Perché la contraddizione è evidente. Questa donna, per tutta la commedia, non è affatto debole. Ha una presenza enorme, un’intelligenza rapida, una forza verbale superiore a molti uomini intorno a lei. Quando dice che la sua mente era grande quanto quella delle altre, che il suo cuore era grande, che la sua ragione forse era anche di più, ci ricorda chi è stata. Non cancella il passato. Lo nomina.
“La mia mente è stata grande come una delle vostre”: il punto di svolta del monologo
La parte più bella e più ambigua del discorso è qui:
“La mia mente è stata grande come una delle vostre,
il mio cuore come grande, la mia ragione forse di più…”
Ecco la Katherine che conosciamo. Orgogliosa, acuta, combattiva. Ma subito dopo arriva la frenata: dice di aver capito che le loro lance sono “pagliuzze”, che la loro forza è debole, che ciò che sembra molto in realtà è poco.
Questo passaggio può essere letto in due modi.
Il primo è il più lineare: Katherine ammette di essersi sbagliata, riconosce l’inutilità della ribellione e accetta la realtà del potere maschile. Sarebbe la lettura della trasformazione completa.
Il secondo, però, è più inquieto e secondo me più fecondo: Katherine non sta confessando una verità eterna, ma una verità pratica. Non dice necessariamente che le donne siano inferiori in assoluto. Potrebbe dire che, dentro quel sistema, le loro armi non funzionano. Che opporsi frontalmente conduce solo alla sconfitta. Che conviene cambiare strategia.
Il monologo si chiude con una proposta concreta:
“mettete le mani sotto il piede di vostro marito;
in segno di questo dovere, se gli piace,
la mia mano è pronta…”
È un finale fortissimo, quasi scioccante. Il corpo entra in scena, il discorso diventa gesto. Katherine offre la mano perché il marito la metta sotto il suo piede. È l’immagine definitiva della sottomissione.
Eppure anche qui Shakespeare complica tutto. Chi decide di fare questo gesto? Katherine. Chi lo annuncia? Katherine. Chi costruisce il climax che conduce a quell’atto? Sempre Katherine. Ancora una volta, nel momento in cui si rappresenta come sottomessa, è lei a organizzare la scena.
Questo non cancella la violenza simbolica del gesto, sia chiaro. Ma impedisce di leggerlo come pura passività. Lei non viene zittita. Non viene costretta al silenzio. Fa un discorso lungo, articolato, spettacolare, e chiude con un gesto che tutti guardano. In una commedia fondata sulla lotta per il controllo, questa centralità scenica conta molto.
Katherine è davvero domata?
Una lettura possibile è che Katherine sia davvero stata piegata. Le prove imposte da Petruchio, il suo metodo di privazione, destabilizzazione e umiliazione avrebbero prodotto una trasformazione autentica. In questa prospettiva, il monologo sancisce la vittoria del marito e il reinserimento della donna nell’ordine sociale.
Ma c’è anche un’altra lettura, che oggi molti allestimenti teatrali privilegiano: Katherine avrebbe capito il gioco e deciso di giocarlo meglio degli altri. Avrebbe scelto di esibirsi nella parte della moglie perfetta, esasperandola, forse persino ironizzandola, per ottenere finalmente una posizione più stabile dentro il sistema. Non una donna spezzata, dunque, ma una donna che ha imparato a sopravvivere attraverso la performance.
Io credo che la forza del monologo stia proprio nel restare sospeso tra queste due possibilità. Shakespeare non ci offre una chiave unica. Ci lascia nel disagio. E fa bene. Perché un finale troppo chiaro sarebbe meno vivo, meno disturbante, meno moderno.
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