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~ LA REDAZIONE DI RC
Il sesto episodio di La bomba sul volo Pan Am 103 conduce l’indagine sull’attentato di Lockerbie fino al processo contro Abdelbaset al-Megrahi e Lamin Khalifah Fhimah. Dopo oltre dieci anni di indagini, pressioni diplomatiche e trattative internazionali, i due cittadini libici vengono consegnati alla giustizia scozzese e trasferiti nei Paesi Bassi. A Camp Zeist vengono ascoltati Edwin Bollier, Abdul Majid Giaka e Tony Gauci, i testimoni sui quali si reggono alcuni dei collegamenti principali con la Libia. Il verdetto, però, non è uguale per entrambi gli imputati e non chiude definitivamente tutte le domande sul caso. Ecco la trama completa e la spiegazione del finale dell’episodio 6 di La bomba sul volo Pan Am 103.
Attenzione: spoiler sull'episodio 6

L’ultimo episodio riparte dalle conclusioni raggiunte dagli investigatori nei primi anni Novanta. Il timer MST-13, gli abiti acquistati a Malta, il passaporto intestato ad Ahmed Khalifa Abdusamad e i rapporti con la MEBO hanno portato la squadra verso due uomini: Abdelbaset al-Megrahi e Lamin Khalifah Fhimah.
Le autorità scozzesi e statunitensi formulano le accuse contro al-Megrahi e Fhimah nel novembre 1991. Nel 1992 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite impone invece sanzioni alla Libia, che non collabora alla consegna dei due sospettati. La formale accettazione della responsabilità per le azioni dei propri funzionari arriverà soltanto nel 2003.
Muammar Gheddafi continua a negare di avere ordinato personalmente l’attentato. Il governo libico contesta la ricostruzione occidentale e rifiuta per anni di consegnare i due uomini affinché vengano processati in Scozia o negli Stati Uniti.
Al-Megrahi e Fhimah si dichiarano innocenti. Il primo nega di avere comprato gli indumenti a Mary’s House e sostiene che i suoi viaggi a Malta fossero legati ad attività professionali. Il secondo deve invece spiegare gli appunti trovati nella propria agenda, tra i quali compare un riferimento alle etichette per i bagagli di Air Malta.
La serie mostra Fhimah ammettere di essersi occupato di alcune etichette, ma non di aver partecipato all’attentato. Il passaggio non va quindi descritto come una confessione. Anche la corte riconoscerà che gli appunti possono avere un significato sospetto, ma stabilirà che non esistono prove sufficienti per dimostrare che Fhimah sapesse di aiutare un piano destinato a distruggere un aereo.
La situazione rimane bloccata per anni. Scozia e Stati Uniti chiedono la consegna degli imputati, mentre la Libia propone condizioni differenti per il processo. Il nodo principale riguarda il luogo in cui celebrare il procedimento e la garanzia che i due uomini non vengano giudicati da una corte considerata politicamente ostile.
La soluzione arriva attraverso un accordo internazionale. Il processo si svolgerà nei Paesi Bassi, ma secondo il diritto scozzese e davanti a magistrati scozzesi. Una parte dell’ex base americana di Camp Zeist, nei pressi di Utrecht, viene trasformata in tribunale e struttura di detenzione.
Il 5 aprile 1999, al-Megrahi e Fhimah vengono consegnati alla polizia scozzese. Dopo anni di richieste, sanzioni e trattative, gli investigatori possono finalmente arrestare i due uomini e preparare il processo.
La responsabilità operativa dell’inchiesta passa nel frattempo al Detective Chief Superintendent Tom McCulloch, interpretato nella serie da Kevin McKidd. McCulloch deve coordinare il trasferimento degli imputati, la preparazione dei testimoni e l’enorme quantità di materiale raccolto a partire dal dicembre 1988.
La squadra non considera l’arresto come la conclusione del lavoro. Per ottenere una condanna non basta presentare una ricostruzione investigativa convincente: ogni passaggio deve essere dimostrato in tribunale secondo lo standard della prova oltre ogni ragionevole dubbio.
L’accusa deve collegare la valigia a Malta, dimostrare che gli indumenti furono comprati da al-Megrahi, spiegare il significato del falso passaporto e provare che il timer trovato tra i rottami apparteneva a una serie fornita alla Libia.
Esistono però diverse zone grigie. Ahmed Khalifa Abdusamad non è un terzo sospettato, ma il nome riportato sul passaporto codificato utilizzato da al-Megrahi. Rimane invece aperta la possibilità che all’operazione abbiano partecipato altre persone, compreso un tecnico incaricato di costruire l’ordigno.
Gli investigatori devono inoltre affrontare le debolezze dei propri testimoni principali. Edwin Bollier ha cambiato più volte versione; Abdul Majid Giaka ha fornito alcune delle dichiarazioni più importanti soltanto anni dopo l’attentato; Tony Gauci non ha mai identificato al-Megrahi con assoluta certezza.
Parallelamente, Kathryn Turman si occupa dell’accesso delle famiglie al processo. Per molti parenti sono trascorsi più di undici anni dalla morte dei loro cari e la possibilità di seguire il procedimento rappresenta una parte essenziale della ricerca di giustizia.
Non tutte le famiglie possono rimanere nei Paesi Bassi per l’intera durata delle udienze. Turman lavora quindi a un sistema senza precedenti che permetta ai parenti di seguire il processo di persona oppure attraverso collegamenti video protetti.
La corte autorizza una trasmissione a circuito chiuso verso sedi nel Regno Unito, a New York e a Washington. Un fondo americano finanzia inoltre il viaggio di due parenti per ciascuna vittima, consentendo loro di trascorrere circa una settimana a Camp Zeist. Centinaia di familiari raggiungono i Paesi Bassi nel corso del processo. Non si tratta quindi di una trasmissione televisiva in mondovisione, ma di un sistema riservato alle persone direttamente coinvolte.
Il processo comincia il 3 maggio 2000. A giudicare i due imputati non è una giuria popolare. La corte è composta da tre giudici scozzesi, affiancati da un quarto magistrato senza diritto di voto. Il procedimento si svolge secondo la legge scozzese, non secondo quella olandese.
Al-Megrahi e Fhimah negano tutte le accuse. La difesa contesta l’origine maltese della valigia, la validità del frammento attribuito al timer, l’attendibilità dei testimoni e l’idea che il bagaglio non accompagnato sia partito dall’aeroporto di Luqa.
Gli avvocati cercano inoltre di riportare l’attenzione sulle piste precedenti. Vengono ricordati il PFLP-GC, l’operazione Herbstlaub, le bombe costruite da Marwan Khreesat e la possibilità che l’ordigno sia stato introdotto a Francoforte oppure direttamente a Heathrow.
L’accusa ricostruisce invece una sequenza precisa. Un uomo avrebbe acquistato a Malta gli indumenti utilizzati per riempire la valigia; l’ordigno sarebbe stato nascosto dentro una radio Toshiba e attivato con un timer MST-13; al-Megrahi avrebbe raggiunto Malta sotto il falso nome di Abdusamad; la conoscenza dell’aeroporto da parte di Fhimah avrebbe reso possibile il caricamento del bagaglio.
Uno dei primi testimoni decisivi è Edwin Bollier. Il proprietario della MEBO deve spiegare la produzione dei timer e i rapporti commerciali della società con la Libia.
Bollier conferma che la MEBO aveva fornito timer MST-13 a clienti libici e che al-Megrahi aveva avuto rapporti con persone e società collegate ai suoi uffici. Durante la testimonianza, però, le sue dichiarazioni diventano contraddittorie.
L’uomo racconta episodi difficili da verificare, modifica alcuni particolari e propone teorie secondo le quali il timer trovato a Lockerbie potrebbe essere stato contraffatto. La sua testimonianza finisce per indebolire la chiarezza del collegamento che l’accusa sperava di ottenere.
I giudici descriveranno Bollier come un testimone in alcuni momenti non veritiero e in altri inaffidabile. Accetteranno soltanto le parti delle sue dichiarazioni sostenute da documenti o da altre fonti, compresa l’esistenza dei rapporti commerciali tra la MEBO e la Libia. Anche Abdul Majid Giaka entra nell’aula come un testimone potenzialmente fondamentale. L’ex appartenente all’apparato libico, divenuto informatore della CIA, dovrebbe confermare i ruoli di al-Megrahi e Fhimah e la presenza di una valigia Samsonite marrone.
Giaka racconta di avere visto i due imputati arrivare a Malta insieme ad altre persone. Sostiene che Fhimah trasportasse una valigia e identifica tra gli uomini presenti anche Abu Agila Masud, indicato come tecnico.
Il controinterrogatorio mette però in luce un problema rilevante. I primi rapporti trasmessi alla CIA non contengono la storia dettagliata della valigia. Il racconto di Giaka si è ampliato nel tempo, assumendo la sua forma più incriminante soltanto anni dopo i fatti.
La difesa mostra inoltre che l’informatore aveva interesse a ottenere denaro e protezione negli Stati Uniti. La corte conclude che non è possibile considerarlo un testimone credibile e affidabile nelle parti centrali del racconto.
I giudici rifiuteranno in particolare la dichiarazione secondo la quale Giaka avrebbe visto al-Megrahi, Fhimah, Masud e la valigia Samsonite arrivare insieme all’aeroporto. La scena che nell’episodio precedente sembrava completare l’intera ricostruzione non supera quindi il controllo del processo.
Rimane la testimonianza di Tony Gauci, il commerciante maltese che aveva venduto gli abiti trovati nella valigia della bomba. Tony è spaventato e non vuole più essere coinvolto.
Per anni ha dovuto convivere con giornalisti, poliziotti e sospetti. La collaborazione ha creato tensioni nella sua famiglia e l’uomo teme le possibili ripercussioni da parte degli apparati libici.
La serie collega la sua paura anche al lutto per la morte del padre, lasciando aleggiare il sospetto che la famiglia possa essere stata colpita a causa dell’indagine. Questo elemento va però mantenuto sul piano della drammatizzazione: non è corretto presentare la morte di Edward Gauci come un omicidio dimostrato e collegato al processo.
Ed McCusker raggiunge Tony e cerca di convincerlo a testimoniare. Gli spiega che, senza il suo racconto, il percorso degli indumenti si interromperebbe proprio nel punto più importante. Tony non deve dimostrare l’intera accusa, ma raccontare ciò che ricorda del cliente entrato a Mary’s House.
Il commerciante accetta infine di presentarsi a Camp Zeist. In aula descrive l’uomo che acquistò pantaloni, pigiami, camicie, un pagliaccetto per bambini, una giacca e un ombrello.
Quando osserva al-Megrahi, Gauci afferma che gli somiglia. Non formula però un’identificazione assoluta. Anche nelle precedenti sessioni fotografiche aveva parlato di somiglianze, differenze di età e discrepanze nell’altezza.
La corte riconosce apertamente i problemi dell’identificazione. La prima descrizione fornita da Tony non corrisponde perfettamente all’età e alla statura di al-Megrahi. Il testimone era inoltre stato esposto nel tempo a diverse fotografie pubblicate sui giornali.
I giudici ritengono comunque che Tony stia cercando di riferire onestamente ciò che ricorda. Considerano affidabile il suo elenco degli abiti e il fatto che l’acquirente fosse libico. La somiglianza con al-Megrahi viene accettata come un elemento importante, ma non come un riconoscimento inequivocabile.
Il processo prosegue per oltre otto mesi. L’accusa presenta una ricostruzione fondata soprattutto su indizi che devono essere considerati insieme: il timer collegato alle forniture libiche, gli abiti comprati a Malta, la presenza di al-Megrahi sull’isola e l’utilizzo del passaporto Abdusamad.
La difesa insiste invece sulle lacune. Nessun testimone ha visto al-Megrahi collocare la bomba. Non esiste una registrazione che mostri il caricamento della valigia a Luqa. Le dichiarazioni di Giaka sono state respinte e Gauci non è certo dell’identificazione.
Per Fhimah, il caso appare ancora più fragile. L’accusa sottolinea la sua esperienza all’aeroporto e gli appunti sulle etichette, ma non riesce a dimostrare che fosse presente a Luqa la mattina del 21 dicembre.
La corte considera possibile che gli appunti abbiano una connotazione sospetta, ma rifiuta di trasformare il sospetto in prova. Non esistono elementi sufficienti per stabilire che Fhimah abbia procurato le etichette consapevole del loro impiego terroristico.
Il 31 gennaio 2001, i giudici comunicano il verdetto. Le famiglie ricevono pochissimo preavviso e Kathryn Turman organizza rapidamente voli e trasferimenti per consentire a centinaia di parenti di raggiungere Camp Zeist.
La corte dichiara Lamin Khalifah Fhimah non colpevole. Gli indizi contro di lui non superano lo standard della prova oltre ogni ragionevole dubbio. La possibilità che abbia aiutato al-Megrahi rimane una supposizione non sufficientemente sostenuta.
Il nome corretto è quindi Fhimah, non “Fahani”. Dopo l’assoluzione, l’uomo viene liberato e può tornare in Libia.
Il verdetto su Abdelbaset al-Megrahi è invece di colpevolezza. La corte ritiene che i vari elementi, considerati insieme, formino uno schema convincente: i rapporti con l’intelligence libica, la presenza a Malta, il passaporto falso, il collegamento con la MEBO e l’identificazione parziale di Tony Gauci.
I tre giudici lo riconoscono colpevole dell’omicidio delle 270 vittime del volo Pan Am 103 e di Lockerbie. La decisione non si fonda quindi su un verdetto della giuria, ma sulla valutazione collegiale dei magistrati scozzesi. Al-Megrahi non viene condannato semplicemente a vent’anni di carcere. Riceve una pena all’ergastolo. Il periodo minimo da scontare prima di poter chiedere la libertà condizionale viene successivamente fissato a 27 anni.
La frase pronunciata da uno dei parenti, secondo cui vent’anni rappresenterebbero meno di un mese per ogni vittima, esprime la sproporzione percepita dalle famiglie. Non corrisponde però alla pena effettivamente stabilita dalla corte.
La reazione dei parenti non è uniforme. Alcuni accolgono la condanna come la conclusione di una lunga attesa. Altri osservano che una sola condanna non può spiegare un’operazione tanto complessa e non restituisce tutte le persone coinvolte.
Anche Dick Marquise considera il risultato incompleto. Uno dei due imputati è stato assolto e gli investigatori sono convinti che altri uomini abbiano preso parte alla preparazione e all’esecuzione dell’attentato.
Le famiglie ritornano a Lockerbie, la cittadina che ha accolto i parenti, recuperato gli oggetti e condiviso il peso della tragedia. Il legame tra la popolazione scozzese e le persone arrivate dagli Stati Uniti e dagli altri Paesi diventa uno degli ultimi elementi della serie.
Il verdetto chiude il processo contro al-Megrahi e Fhimah, ma non l’intero caso. La stessa FBI ha continuato a descrivere l’indagine come aperta, nella convinzione che esistessero altri partecipanti.
Nel 2003 la Libia accetta formalmente la responsabilità per le azioni dei propri funzionari e raggiunge un accordo per i risarcimenti, senza che Gheddafi ammetta di avere ordinato personalmente l’attentato.
Al-Megrahi viene liberato nel 2009 per ragioni umanitarie, dopo una diagnosi di tumore, e torna in Libia. Morirà nel 2012, dopo avere trascorso poco più di otto anni in carcere.
Nel 2022 gli Stati Uniti portano sotto la propria giurisdizione Abu Agila Masud, accusato di avere costruito l’ordigno. Le accuse contro di lui rimangono tali fino a un eventuale verdetto e deve essere considerato presunto innocente. Gli atti giudiziari depositati nel 2026 mostrano che il procedimento federale è ancora in corso.
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Il finale dell’episodio 6 mostra la corte scozzese di Camp Zeist pronunciare due verdetti differenti. Lamin Khalifah Fhimah viene assolto perché le prove contro di lui non sono sufficienti a dimostrare che abbia procurato le etichette o aiutato consapevolmente a caricare la valigia.
Abdelbaset al-Megrahi viene invece riconosciuto colpevole. I giudici considerano decisiva la convergenza tra la sua presenza a Malta, l’utilizzo del passaporto intestato ad Ahmed Khalifa Abdusamad, i rapporti con la MEBO, il timer MST-13 e la testimonianza di Tony Gauci.
Gauci non identifica al-Megrahi con assoluta certezza, mentre Bollier e Giaka vengono considerati testimoni problematici. La corte ritiene però che gli elementi affidabili rimasti siano sufficienti, nel loro insieme, per superare il ragionevole dubbio nei confronti di al-Megrahi.
L’uomo viene condannato all’ergastolo per l’uccisione delle 270 vittime. Non riceve una pena limitata a vent’anni e non viene giudicato da una giuria: la decisione appartiene ai tre giudici scozzesi che hanno seguito l’intero processo.
Le famiglie accolgono il risultato con sollievo, dolore e domande ancora aperte. Una condanna offre una risposta giudiziaria, ma non identifica tutte le persone che potrebbero avere partecipato all’operazione.
La serie termina tornando a Lockerbie e al legame nato tra la cittadina e i parenti delle vittime. Il luogo della tragedia diventa anche il punto in cui investigatori, abitanti e famiglie possono riunirsi dopo anni di attesa.

Il finale chiude la storia processuale raccontata dalla miniserie, ma non l’intera indagine sull’attentato. L’assoluzione di Fhimah, le debolezze di alcune testimonianze e la possibile presenza di altri uomini impediscono di considerare il verdetto come una risposta completa a ogni domanda.
La successiva accusa contro Abu Agila Masud conferma che le autorità americane e scozzesi hanno continuato a cercare altri responsabili. La conclusione più corretta non è quindi che il caso sia stato definitivamente chiuso, ma che il processo di Camp Zeist abbia prodotto la prima e, finora, unica condanna per la strage del volo Pan Am 103.


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