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~ LA REDAZIONE DI RC
La coda del diavolo è un thriller italiano del 2024 costruito come una fuga, un’indagine parallela e una storia di traffici criminali che si allargano ben oltre il singolo omicidio iniziale. La trama segue Sante, ex poliziotto e ora agente della penitenziaria, incastrato per la morte di un detenuto proprio mentre prova a fare luce su un caso più grande di lui. Tra ragazze scomparse, marchi misteriosi, corruzione e depistaggi, il film sviluppa una narrazione tesa che culmina in un finale aperto, dove una parte della rete criminale viene colpita ma non davvero distrutta. In questa analisi trovi la trama completa di La coda del diavolo e la spiegazione del finale.

Il film si apre in Sardegna, lungo un sentiero isolato. Due ragazze si perdono durante una camminata e arrivano davanti a una casa apparentemente sperduta. Un uomo sardo esce fuori e fa capire subito che quello è un terreno privato. Le due si allontanano senza immaginare nulla, ma poco dopo l’uomo telefona a qualcuno per avvertirlo che il posto non è più sicuro. La scena successiva svela il motivo: dentro la casa tiene prigioniera una ragazza incatenata a un muro.
La giovane riesce a liberarsi e a fuggire fino alla strada. In quel momento passa una volante della polizia e sembra l’occasione decisiva per salvarsi, ma prima che possa parlare l’uomo la raggiunge e la uccide davanti agli agenti. Subito dopo si costituisce senza opporre resistenza. La ragazza si chiama Olga Lysenko, ed è una delle vittime di un traffico molto più grande di quanto sembri.
Dopo questo prologo la storia si sposta su Sante, un ex poliziotto che lavora come agente di polizia penitenziaria. La sua vita è in difficoltà: ha debiti pesanti e deve fare i conti anche con Manca, una figura locale che si comporta da strozzino e da cui Sante dipende economicamente. L’uomo vive una condizione grigia, schiacciato da problemi pratici, ben lontano dall’idea di un eroe. Proprio per questo il coinvolgimento nel caso lo travolge in modo totale.
Intanto, sul corpo di Olga, l’agente Zola mostra al commissario Lago una cicatrice particolare: un marchio a forma di uncino o coda. Lago fotografa il segno e inizia a intuire che non si tratta di un caso isolato. Sulla scena compare anche Fabiana Lai, una giornalista interessata alla vicenda, che cerca di capire se la vittima sia davvero la ragazza di cui si sta parlando. Fabiana non resta ai margini: da quel momento diventa uno dei personaggi chiave della storia.
Poco dopo entra in scena l’avvocato Derosas, che contatta Sante per proporgli un incarico clandestino. Gli fa ascoltare un audio in cui si sente una ragazza piangere in ucraino e gli spiega che le famiglie ucraine vogliono giustizia vera per Olga. Secondo lui, l’uomo arrestato, Virdis Ileanu, se la caverebbe con una semi-infermità mentale e con una pena non adeguata. Per questo gli offre una siringa letale e cinquantamila euro: Sante dovrebbe uccidere Virdis in carcere simulando qualcos’altro. L’offerta è enorme e arriva in un momento in cui il denaro servirebbe davvero, ma la proposta è così sporca da lasciare Sante nel dubbio.
Sante non prende subito una decisione. Si limita a parlarne in modo indiretto con Amilcare, un amico di famiglia con cui passa del tempo in barca. La sua esitazione però non cambia il corso degli eventi. Il giorno successivo rientra al lavoro e scopre di dover sorvegliare proprio Virdis. Poco prima, un uomo della polizia di nome Ettore lo avvisa che il detenuto verrà presto trasferito. Quando Sante entra da lui, però, Virdis è già morto: qualcuno lo ha ucciso con un’iniezione letale.
Sante capisce immediatamente di essere stato incastrato. Tutte le circostanze portano a lui: il contatto con Derosas, il suo ruolo nel carcere, il tipo di omicidio. Nel caos generale riesce a fuggire dall’istituto penitenziario prima di essere arrestato. Durante la fuga prende per pochi istanti in ostaggio Fabiana Lai, poi la lascia andare e continua da solo, braccato dalla polizia. Ne segue un lungo inseguimento in auto e nei boschi, finché Sante, ferito e allo stremo, viene quasi raggiunto dal commissario Lago.
Quando Lago lo ha praticamente in pugno, un colpo di avvertimento interrompe tutto. A sparare è Amilcare, che ha visto al telegiornale cosa sta succedendo e ha capito che Sante è stato usato come capro espiatorio. Lo porta via con sé e i due si danno alla fuga in barca, sfruttando il mare per confondere le tracce.
Nel frattempo Fabiana approfondisce il caso con Lago. Il commissario le mostra il marchio trovato sul corpo di Olga, un simbolo che fa pensare a un sistema di identificazione usato in un traffico di esseri umani o di minori. Fabiana però nota anche un’altra cosa: il profilo di Sante non combacia con quello di un uomo coinvolto in quel giro. Era una guardia penitenziaria tranquilla, con problemi economici, ma non il tipo da gestire rapimenti e omicidi di quel livello. È una delle prime a dubitare apertamente della versione ufficiale.
Il mattino dopo, al molo, Amilcare viene catturato, ma Sante è già sparito. Ha anticipato tutti ed è di nuovo in movimento. Arriva in un autogrill, immobilizza un uomo, mangia qualcosa, recupera una radio e raccoglie informazioni. Grazie agli articoli di Fabiana e ai dettagli emersi sui giornali, riesce a rintracciare la madre di Olga.
L’incontro con la donna cambia la direzione dell’indagine. La madre gli dice subito di non aver mai parlato con nessun avvocato e di non aver incaricato nessuno di cercare giustizia in quel modo. Gli fa anche ascoltare un vocale autentico della figlia. Olga parla in italiano, non in ucraino. La madre spiega che non le aveva mai insegnato la sua lingua. Questo dettaglio smonta il castello costruito da Derosas: l’audio usato per convincere Sante era falso o riferito a un’altra persona.
A questo punto Sante fa contattare Fabiana dalla madre di Olga e la incontra di nascosto. Le spiega che il presunto avvocato gli ha mostrato prove manipolate e che qualcuno ha costruito apposta una trappola contro di lui. Fabiana, dal canto suo, rivela di aver scoperto un fatto importante: un marchio simile era stato trovato anche su un’altra ragazza scomparsa due anni prima, un caso rimasto senza vera denuncia e senza sviluppo. Il collegamento suggerisce che esista una catena di vittime e non un episodio isolato.
Per cominciare a verificare una pista concreta, Sante decide di partire dal concessionario di auto da cui ricorda che Derosas era andato via. Nello stesso tempo, durante una scena notturna, due uomini coinvolti nel traffico hanno un confronto e uno dei due viene ucciso. La vittima è proprio Derosas. Questo significa che anche lui, dopo aver svolto la sua funzione, è stato eliminato.
Lago continua a indagare su Sante e scopre altri elementi della sua vita. Interroga un amico legato al suo passato e viene fuori che l’uomo aveva contratto molti debiti per tentare di salvare la moglie Arianna, colpita da una leucemia aggressiva. Questo dettaglio ridefinisce il personaggio: i debiti non sono il segno di una doppia vita criminale, ma il residuo di una tragedia personale.
Fabiana va intanto al concessionario e riesce a recuperare senza farsi notare una carta d’identità usata per il noleggio. Il nome conferma tutto: l’uomo visto da Sante era davvero Derosas. Sante si reca allora alla villa dell’avvocato per trovare risposte, ma trova solo il suo cadavere in un lago di sangue. È costretto a fuggire ancora, proprio mentre arrivano gli uomini incaricati di ripulire la scena. Uno di loro riesce a notarlo, aggiungendo un altro problema alla sua fuga.
Più tardi Sante e Fabiana incontrano la madre di un’altra ragazza, Helena. La donna è terrorizzata e ripete che non possono rivolgersi alla polizia. È un passaggio decisivo perché fa capire quanto l’organizzazione sia temuta e quanto sia radicata l’idea che le istituzioni non siano in grado di proteggere nessuno. Nel frattempo Lago, parlando con la scientifica, scopre che Derosas era morto da almeno undici o dodici ore quando Sante è entrato nella villa. Anche questo dettaglio smonta un altro sospetto a suo carico.
Subito dopo, Sante e Fabiana vengono inseguiti dall’uomo che lavora per Ragusa, uno dei nomi emersi dietro il traffico. L’inseguimento è violento e caotico. A un certo punto l’uomo viene preso da un camion, ma riesce comunque a sottrarsi alla cattura di Sante. La sensazione è che il cerchio si stia stringendo, ma che il livello dell’organizzazione sia ancora troppo ampio per essere spezzato.
La svolta successiva arriva quando Sante rintraccia Fazi, l’uomo che ha materialmente ucciso Virdis. Messo alle strette, Fazi crolla e racconta una parte del meccanismo. Dice che le ragazze vengono rapite, spostate, nascoste in luoghi sicuri. Alcune passano anche “sul lago”, dettaglio che allude a un’altra tratta o a un altro snodo del traffico. Fazi ammette di essere entrato nel giro un anno prima, dopo che Ragusa gli aveva offerto molti soldi. Racconta che tutto è cominciato con piccoli favori, richieste apparentemente minori, diventate via via più gravi fino a rendere impossibile tirarsi indietro.
Fazi accetta di portare Sante in uno dei luoghi usati dall’organizzazione: una discarica o fabbrica abbandonata. Arrivati lì, nonostante le proteste dell’uomo, Sante entra armato e da solo. All’interno trova due ragazze legate in un angolo. Sta cercando di liberarle quando arriva l’uomo di Ragusa, il sicario che li inseguiva già da tempo. Ne nasce uno scontro all’ultimo sangue. Sante è ferito e sembra vicino alla fine, ma all’improvviso una delle ragazze riesce a impugnare una pistola e spara, uccidendo l’aggressore.
Nel frattempo la polizia è arrivata alla posizione grazie al telefono di Fabiana, rimasta coinvolta in precedenza nell’incidente. Quando Lago e gli altri giungono sul posto, vedono Sante uscire insanguinato portando in salvo le due ragazze. A questo punto anche per Lago non ci sono più dubbi sulla sua innocenza. La verità non è ancora tutta emersa, ma il ruolo di Sante è ormai chiaro: non è un complice, ma l’uomo che hanno tentato di incastrare.
Dopo il salvataggio, Sante e Lago ragionano insieme su un dettaglio che fino a quel momento era rimasto in ombra. Al molo, durante la fuga in barca, gli uomini che li cercavano erano quasi arrivati subito. Eppure quasi nessuno conosceva quell’imbarcazione. Qualcuno vicino a Sante doveva aver parlato o, più probabilmente, qualcuno lo teneva d’occhio da tempo.
Parallelamente, Fabiana e un collega riprendono in mano il misterioso marchio chiamato “la coda del diavolo”. Il collega nota che non si tratta di un simbolo astratto, ma della forma di un ago da traino super resistente, un attrezzo molto specifico. Oggetti del genere sono in mano a poche persone. Tra queste c’è proprio Manca, lo strozzino con cui Sante era indebitato.
Fabiana e il collega vanno quindi da Manca per interrogarlo. È il punto in cui tutte le linee narrative convergono. Manca reagisce in modo brutale: uccide il collega della giornalista e tenta poi di uccidere anche lei. Prima che riesca a completare il massacro arrivano la polizia, Sante e Lago, che riescono a bloccarlo. Messo con le spalle al muro e deciso a non rivelare nulla sull’organizzazione, Manca si toglie la vita.
La storia si chiude dopo un salto temporale. Sante decide di allontanarsi e provare a riprendere in mano la propria esistenza, dopo essere sopravvissuto a un incastro che lo aveva trasformato nel bersaglio perfetto. Fabiana, invece, resta con una consapevolezza più amara: quello che hanno colpito è solo un frammento. L’organizzazione responsabile del traffico di ragazze è molto più ampia e non è stata smantellata del tutto.
Il finale di La coda del diavolo chiarisce prima di tutto l’innocenza di Sante. Per gran parte del film l’uomo viene presentato come il sospettato ideale: aveva i debiti, aveva avuto il contatto con Derosas, lavorava nel carcere dove Virdis è stato ucciso e si dà alla fuga subito dopo la morte del detenuto. Tutti elementi che, messi insieme, sembrano schiacciarlo. In realtà la fuga non è la prova della colpa, ma la reazione disperata di chi capisce in tempo di essere stato scelto come responsabile perfetto.
Il meccanismo dell’incastro è costruito con precisione. Derosas usa la storia della famiglia ucraina per convincere Sante ad accettare un omicidio “giusto”, ma la prova decisiva è falsa: l’audio non appartiene a Olga, o comunque non riguarda lei, perché la ragazza non parlava ucraino. Questo significa che l’avvocato non stava agendo per conto della famiglia della vittima, ma per conto dell’organizzazione criminale. Il suo compito era avvicinare un uomo vulnerabile, economicamente disperato, e metterlo nella posizione ideale per essere accusato.
Anche la morte di Derosas conferma il livello di controllo della rete. Una volta usato, viene eliminato dai suoi stessi complici. Il film mostra così una struttura criminale che non lascia testimoni e che si auto-protegge cancellando i passaggi intermedi. Non c’è un solo colpevole, ma una filiera fatta di favoreggiatori, esecutori, coperture e uomini pronti a sparire.
Il marchio della “coda del diavolo” è il simbolo concreto di questo sistema. All’inizio sembra solo una cicatrice strana, poi diventa il collegamento tra più ragazze scomparse e infine viene ricondotto a un oggetto reale, l’ago da traino. Non è solo un nome suggestivo: è il dettaglio che permette di arrivare a Manca e di capire che il male non era lontano da Sante, ma già dentro il suo stesso ambiente. Il suo strozzino non era solo un creditore aggressivo, ma un ingranaggio della rete di rapimenti e traffici.
La morte di Manca, però, impedisce di andare fino in fondo. È questo il vero significato dell’epilogo: il caso immediato viene risolto solo a metà. Sante viene scagionato, alcune ragazze vengono salvate, un paio di responsabili diretti muoiono, ma l’organizzazione resta in piedi. Fabiana lo dice chiaramente nell’ultima parte: ciò che è emerso è soltanto una porzione di un sistema più vasto. Il film quindi non chiude con una vittoria piena, ma con una sopravvivenza e con una verità parziale.
Sante, nel finale, sceglie di andarsene e provare a ricominciare. È una conclusione coerente con il personaggio: non diventa il giustiziere che abbatte tutto, ma un uomo che ha visto l’abisso, è riuscito a uscirne vivo e sa di non poter restare dove ogni cosa gli ricorda ciò che ha perso. Il suo percorso si chiude sul piano personale, non su quello assoluto della giustizia.

La coda del diavolo mette insieme fuga, complotto e indagine criminale dentro una storia che parte da un delitto isolato e si allarga fino a toccare una rete di traffico di ragazze, coperture e depistaggi. Il finale risolve l’arco di Sante, dimostrando che è stato incastrato, ma lascia volutamente aperto quello dell’organizzazione. Proprio per questo la conclusione non dà una sensazione di chiusura definitiva: il male visibile viene colpito, ma quello invisibile resta ancora in circolazione. È un finale che libera il protagonista, ma non il mondo che lo circonda.


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