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~ LA REDAZIONE DI RC
Riportare He-Man al cinema nel 2026 non era una mossa semplice. L’immaginario di Masters of the Universe è enorme, sgangherato, amatissimo da chi è cresciuto con i giocattoli Mattel e con il cartoon anni ’80, ma anche terribilmente rischioso da adattare oggi. Stavolta però dietro la macchina da presa c’è Travis Knight, e davanti abbiamo Nicholas Galitzine nei panni di Adam/He-Man, con Camila Mendes come Teela, Idris Elba come Man-at-Arms, Jared Leto come Skeletor, Alison Brie come Evil-Lyn, Morena Baccarin come la Sorceress e Kristen Wiig come voce di Roboto. Il film è uscito al cinema il 5 giugno 2026 con Amazon MGM e Mattel.
La cosa interessante è che questo Masters of the Universe non riparte dalla solita leggenda eroica già pronta. Fa una scelta più furba: immagina un mondo in cui Skeletor ha già vinto, Adam è cresciuto sulla Terra, lavora nelle risorse umane e ha imparato a risolvere i conflitti più con le parole che con i muscoli. E qui arriviamo al punto cruciale: il finale non parla solo di un eroe che prende la spada e mena più forte del cattivo. Parla di un personaggio che capisce che il potere non è nell’arma, ma in ciò che decide di essere.
Attenzione: spoiler

Il film parte con Adam esiliato dalla sua casa, Eternia, quando è ancora bambino, dopo la presa di potere di Skeletor. Passano quindici anni, la Sword of Power lo richiama, e lui torna in un mondo devastato dal dominio del villain. È una premessa che molte recensioni e sinossi ufficiali hanno confermato: Adam deve recuperare il proprio passato, tornare a casa e accettare finalmente il ruolo di He-Man.
Io credo che questa sia la scelta più intelligente del film. Invece di presentarci il solito prescelto già perfetto, Travis Knight costruisce un Adam disallineato rispetto all’iconografia classica: uno che non è ancora il guerriero definitivo, uno che anzi ha interiorizzato una forma di mascolinità meno brutale. E questo pesa tantissimo proprio negli ultimi minuti.
Nel climax, con l’aiuto della Sorceress, Adam comprende che il vero potere di Grayskull non risiede nella spada, ma in lui: il senso della formula non è “la spada ha il potere”, ma “io ho il potere”.
E non è un dettaglio da poco. Per quasi due ore sembra che Adam debba diventare He-Man soltanto recuperando un simbolo perduto, un oggetto magico, un’eredità nobiliare. Invece il film gli fa capire che la spada è il tramite, non la sostanza. La sostanza è la scelta morale.
Questo passaggio è anche il momento in cui il film prova a darsi una dignità tematica oltre il giocattolone fantasy. Funziona? A tratti sì. È persino coerente con una delle frasi più esplicite del post-credit con Orko: “muscles don't necessarily make a man”. Tradotto: i muscoli, da soli, non fanno l’uomo.
Sì, apparentemente sì. Nel combattimento finale Adam, ormai trasformato in He-Man, ripara la spada, affronta Skeletor e prova persino a fare una cosa molto poco he-maniana e molto più interessante: tenta di parlare con lui, di raggiungerlo, di usare quella sua esperienza da mediatore per cercare un varco umano nel mostro. Ma Skeletor rifiuta qualunque apertura. A quel punto lo scontro si chiude con la sconfitta totale del villain, tanto che di lui sembra restare soltanto il teschio.
Adam non diventa He-Man rinnegando ciò che ha imparato sulla Terra. Anzi: porta quella sensibilità dentro il duello finale. Prima tenta il dialogo, poi capisce che con Skeletor non è più possibile. È una differenza importante, perché trasforma la battaglia conclusiva in qualcosa di meno infantile di un semplice “buono contro cattivo”.
E’ anche il punto in cui il film cammina sul filo. Per alcuni il finale risulterà emotivamente giusto; per altri sembrerà un po’ troppo didascalico, quasi volesse spiegare da solo la sua morale. Alcune recensioni entusiaste l’hanno letto come uno spettacolo sincero e autoironico, altre come un blockbuster confuso e “tonally unstable”. E onestamente hanno senso entrambe le reazioni.
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Perché il film, sotto tutta la corazza da fantasy pop, sta ragionando su che cosa significhi essere un uomo forte senza diventare un uomo ottuso. Adam arriva dalla Terra con un bagaglio diverso: non è solo il principe guerriero di Eternia, è anche uno che ha imparato a disinnescare i conflitti. Quando tenta di parlare a Skeletor, il film ci sta dicendo che la forza vera non è nella violenza automatica.
Ecco perché il finale di Masters of the Universe ha senso proprio così. Skeletor rappresenta il contrario di tutto questo: fame di potere, ossessione, dominio, identità costruita sulla sopraffazione. Adam, invece, vince solo quando smette di inseguire un modello di forza puramente fisico e integra la sua parte più umana.
E’ il classico finale che sulla carta può sembrare elementare, ma visto dentro l’arco del personaggio è molto più leggibile. Non perfetto, ma leggibile sì.
Qui il film si diverte parecchio, e anche un po’ spudoratamente, a preparare il terreno per un sequel. Le scene post-credit sono tre. La prima mostra Orko, che arriva quasi a commentare la morale del film e ribadisce il messaggio sulla virilità e sul valore personale. La seconda è la più pesante in termini narrativi: dopo la riconquista di Eternos, Queen Marlena e Duncan/Man-at-Arms parlano di una figura assente, poi vediamo materializzarsi la Sword of Protection e capiamo che si tratta di She-Ra/Adora. La terza, infine, mostra Evil-Lyn che recupera il teschio di Skeletor; si sente la sua risata, e quindi il film ci dice in modo neanche troppo sottile che no, Skeletor non è davvero finito.
Tradotto: il finale chiude l’arco di Adam, ma lascia aperto tutto il resto dell’universo.
E qui arriviamo al punto cruciale: la seconda scena post-credit è probabilmente la più importante di tutte. Non solo perché introduce She-Ra, ma perché allarga di colpo il respiro del franchise. GamesRadar spiega che la figura mostrata è proprio Adora, sorella gemella di Adam nella lore classica, e che il film la suggerisce già pronta a rientrare in gioco.

Sì, di fatto sì. Non viene lanciata in faccia allo spettatore con una presentazione urlata, ma il teaser è chiarissimo: spada, silhouette, riferimento ad Adora, e la sensazione evidente che il prossimo capitolo voglia portare in scena proprio lei. Inoltre lo stesso Travis Knight ha lasciato intendere che She-Ra avrebbe un ruolo enorme in eventuali seguiti.
Questa è la vera mossa commerciale del finale. Non il ritorno di Skeletor, che era quasi scontato, ma la promessa di una mitologia più ampia. In altre parole: il film ti dice che He-Man ha appena ritrovato sé stesso, ma il suo mondo è ancora incompleto.
Il significato del finale di Masters of the Universe è abbastanza chiaro: la forza senza identità non basta, e l’eredità non vale nulla se non viene scelta. Adam diventa He-Man solo quando smette di considerare il potere come qualcosa da impugnare e comincia a viverlo come responsabilità personale.
Per questo il film insiste tanto sulla distanza tra Adam e Skeletor. Entrambi vogliono il potere di Grayskull, ma lo intendono in modo opposto. Per Skeletor è possesso, dominio, controllo assoluto. Per Adam diventa coscienza, protezione, servizio verso gli altri. Il finale, in sostanza, è meno interessato alla vittoria fisica che alla definizione morale dell’eroe.
C’è anche un altro aspetto. Il film arriva in un momento in cui tanti blockbuster provano a riscrivere i personaggi maschili classici senza sapere bene che fare. Qui, almeno sulla carta, c’è un’idea: He-Man non deve essere meno forte, ma deve capire per cosa usare la forza. Orko lo esplicita in maniera quasi sfacciata, sì, ma il punto è quello.
Questo film usa il primo capitolo come rifondazione simbolica del personaggio. Il vero scopo non era tanto raccontare la guerra definitiva contro Skeletor, quanto rifare He-Man da capo per un pubblico che magari non sapeva neppure chi fosse. E infatti il finale fa tre cose precise: consacra Adam, conserva Skeletor come minaccia ricorrente, e apre il portale narrativo a She-Ra.
L’eventuale seguito andrebbe in due direzioni: da una parte la resurrezione o ricostruzione di Skeletor tramite Evil-Lyn; dall’altra l’arrivo di Adora come contraltare speculare di Adam. E sarebbe anche la scelta più sensata, perché il primo film ha già fatto il lavoro sporco dell’origin story.
Il punto debole resta un altro: la credibilità emotiva di certi passaggi. Alcune recensioni hanno adorato il tono camp, il colore, la voglia di abbracciare il lato giocattoloso della saga; altre hanno trovato il film incerto, sovrascritto, persino un po’ goffo. Io sto nel mezzo. Penso che il finale abbia un’idea vera, ma non sempre il film riesce a prepararla con la fluidità necessaria.
He-Man non può funzionare oggi soltanto come meme muscolare biondo con la spada alzata al cielo. Deve diventare un personaggio. E quando ci riesce, anche solo per qualche scena, il film trova finalmente il potere di Grayskull.

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