Meglio un monologo famoso o sconosciuto? Pro e contro per attori

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Meglio un monologo famoso o sconosciuto? Pro e contro per attori

Ma… è meglio un buon vecchio “Trainspotting”, o portare un monologo da quel film là semisconosciuto dei Paesi Bassi che ho visto solo io in tutto il mondo, ma che ha un testo clamoroso? È una delle domande che tornano sempre. E capisco anche perché. Quando devi scegliere un monologo per un provino, la tentazione di affidarti a un testo celebre è fortissima: sai che funziona, sai che ha una struttura solida, sai che qualcuno prima di te lo ha già portato in scena bene.

Dall’altra parte, però, c’è l’idea opposta: scegliere un monologo sconosciuto per non sembrare l’ennesimo attore che arriva con il pezzo già sentito cento volte.

La verità è che nessuna delle due strade è giusta in automatico. Il punto non è se il monologo sia famoso o sconosciuto. Il punto è cosa succede quando lo dici tu. Perché ci sono pezzi famosissimi che in mano all’attore giusto tornano vivi, urgenti, pericolosi. E ci sono monologhi sconosciuti che sembrano una grande scoperta sulla carta, ma davanti alla camera si spengono come una lampadina scarica.

Qui, secondo me, si annida uno degli errori più classici: scegliere per strategia astratta invece che per resa concreta. E nei provini questa cosa si paga. Perché il casting non premia il ragionamento teorico dietro la scelta. Premia quello che arriva.

Meglio scegliere un monologo famoso o sconosciuto per un provino?

La risposta onesta è: dipende dal motivo per cui lo scegli.

Se scegli un monologo famoso perché ti veste bene, ti rende leggibile, ti fa entrare subito nella situazione e non ti costringe a imitare nessuno, allora può essere un’ottima idea. Se invece lo scegli solo perché “è un pezzo forte”, “lo conoscono tutti” o “ha già dimostrato di funzionare”, stai partendo male.

Allo stesso modo, se scegli un monologo sconosciuto perché hai trovato un testo davvero centrato sulla tua energia e sulla tua età scenica, benissimo. Ma se lo scegli solo per sentirti più originale degli altri, anche lì rischi di sbagliare bersaglio.

Io credo che il criterio più utile sia questo: il testo ti aiuta a essere preciso o ti sta facendo giocare a nascondino? Perché spesso il monologo famoso ti espone troppo, mentre quello sconosciuto ti illude di proteggerti. Ma nessuno dei due, da solo, ti salva.

Per evitare di partire già storti, conviene tenere fermo un principio base: come capire se il monologo è adatto a te. Il nome del testo viene dopo. Prima viene la sua aderenza a te.

Quali sono i vantaggi di un monologo famoso?

Il primo vantaggio è semplice: spesso è famoso per una ragione. Ha struttura, conflitto, ritmo, densità, battute che si ricordano, situazioni chiare. Insomma, è materiale che regge.

Un altro vantaggio è che il monologo famoso, se arriva da un film o una serie ben scritti, ha già dentro una temperatura precisa. Tu non devi inventarti tutto da zero. Devi entrarci bene. E questa non è una cosa da poco. Soprattutto per chi tende a disperdersi in testi deboli o poco definiti.

C’è poi un fattore tecnico che molti sottovalutano: un pezzo celebre, proprio perché forte, può aiutarti a capire meglio se stai lavorando davvero o se stai solo appoggiandoti alla qualità della scrittura. È quasi uno specchio crudele. Se il pezzo è buono e comunque non funziona, forse il problema non è il testo.

A volte è meglio affrontare un grande monologo che ti costringe a essere all’altezza, piuttosto che rifugiarsi in un materiale opaco dove tutto sembra “interessante” ma niente si mette davvero a fuoco.

Quali sono i rischi di portare un monologo famoso?

Qui arriviamo al punto delicato. Il rischio principale è l’imitazione. Anche involontaria. Tu magari pensi di aver trovato una tua strada, ma sotto sotto stai ancora inseguendo il ritmo dell’attore originale, le sue pause, il suo sarcasmo, il suo dolore, perfino il modo in cui guarda nel vuoto.

E in provino questa cosa si sente subito. Non sempre in modo clamoroso, ma si sente. Il testo sembra abitato da qualcun altro e tu stai lì dentro come un inquilino temporaneo.

Il secondo rischio è che chi guarda lo conosca benissimo. E questo può essere un vantaggio, certo, ma anche una trappola. Perché basta poco per attivare il confronto. Non necessariamente un confronto cosciente e cattivo, ma un confronto sì. E se il tuo lavoro non è davvero autonomo, perdi terreno.

Il terzo rischio è ancora più banale: molti pezzi famosi sono stati usati troppo. E quando un monologo è diventato un passaggio quasi obbligato per attori e attrici, può portarsi dietro una patina di già visto che ti costringe a fare uno sforzo in più per restituirgli vita vera.

Devo dirlo: ci sono monologhi talmente usati che ormai arrivano in sala con la faccia stanca prima ancora che tu apra bocca.

Perché un monologo sconosciuto può essere una buona scelta?

Perché può toglierti di dosso il peso del confronto diretto. Nessuno ha in testa una versione iconica da cui difenderti, nessuno sta aspettando “quel momento lì”, nessuno misura automaticamente il tuo lavoro sul ricordo di una performance già entrata nell’immaginario.

Questo, per molti attori, è un sollievo enorme. Permette di lavorare con più libertà, con meno ansia da paragone, con una sensazione maggiore di possesso del testo. E quando questa libertà è reale, si vede.

C’è anche un altro aspetto interessante: un monologo poco noto può sorprendere chi guarda. Non perché sia oscuro in sé, ma perché arriva fresco. E nel flusso di molti provini, la freschezza percettiva conta. Un pezzo che non conoscono può accendere l’attenzione in modo diverso, purché sia davvero buono.

Ma attenzione: sconosciuto non significa automaticamente originale. Originale è il modo in cui il testo lavora su di te e attraverso di te. Il resto è solo anagrafe del materiale.

Quali sono i limiti di un monologo sconosciuto?

Il primo limite è che spesso i testi meno noti sono meno solidi. Non sempre, ma a volte sì. Hanno meno tensione interna, meno traiettoria, meno precisione nel conflitto. A volte sono belli da leggere, ma poco mobili in scena. E lì nasce il problema.

Il secondo limite è che un monologo sconosciuto può darti una falsa sensazione di unicità. Ti senti più “furbo”, più ricercato, più personale. Ma magari il pezzo, semplicemente, non regge. E allora l’effetto sorpresa dura due righe e poi resta il vuoto.

Il terzo limite è che, se il testo è troppo raro o troppo fuori asse rispetto al linguaggio del casting per cui ti presenti, rischia di sembrare una scelta autoreferenziale. Come se tu volessi più dimostrare il tuo gusto che offrire un materiale davvero utile per farti leggere.

Io credo che qui molti si facciano sedurre da una fantasia molto diffusa: “porto una cosa che nessuno conosce e li spiazzo”. Sì, va bene. Ma li spiazzi con cosa? Con una scoperta o con un problema?

Come capisci se stai scegliendo per paura o per intelligenza?

Scegli il monologo famoso perché ti senti più al sicuro dentro qualcosa di già legittimato? Oppure lo scegli perché è davvero il testo migliore per te oggi? Scegli quello sconosciuto perché hai trovato una voce che ti corrisponde? Oppure perché temi il confronto con materiali più esposti?

La differenza sta tutta lì. E il modo per capirlo è brutale: se togli dalla scelta l’idea di impressionare chi guarda, questo testo rimane ancora il migliore? Se sì, sei sulla buona strada. Se no, probabilmente stai solo costruendo una protezione psicologica.

Il casting non sa perché hai scelto quel monologo. Vede solo se funziona. Tutto il resto succede nella tua testa.

In un casting conta di più l’originalità o la precisione?

Conta più la precisione. Sempre. O quasi.

L’originalità è utile solo quando nasce come conseguenza naturale di una scelta giusta. Se invece la insegui come obiettivo principale, finisci spesso per forzare. E in provino la forzatura si sente più di qualsiasi altra cosa.

Un attore preciso con un testo noto funziona quasi sempre meglio di un attore confuso con un testo rarissimo. Perché chi guarda ha bisogno di leggerti bene, non di essere colpito dal fatto che hai pescato un autore introvabile o una scena che nessuno usa mai.

C’è una tendenza, soprattutto tra chi è ancora nella fase di costruzione del proprio repertorio, a pensare che distinguersi significhi soprattutto differenziarsi. Ma non è così. Distinguersi, in camera, significa essere nitidi. Essere necessari. Essere credibili senza sforzo in eccessivo.

Per questo, se vuoi evitare una scelta sbagliata all’origine, ha senso passare anche da qui: errori nella scelta di un monologo: i più comuni e come evitarli. Perché molto spesso il problema non è il testo famoso o sconosciuto. È il motivo sbagliato con cui ci sei arrivato.

Ci sono casi in cui il monologo famoso è la scelta migliore?

Assolutamente sì. Per esempio quando hai trovato un testo molto noto che non ti schiaccia, ma ti libera. Quando senti che la situazione ti appartiene, che il linguaggio ti veste, che il personaggio non ti chiede di travestirti o rincorrere una recitazione altrui.

In quel caso il monologo famoso diventa quasi una verifica di maturità. Non stai dicendo “guardate, faccio anch’io quel pezzo”. Stai dicendo “questo conflitto, oggi, io lo posso reggere”.

Può essere anche la scelta migliore quando il casting richiede materiali immediatamente leggibili, contemporanei, efficaci, e tu hai bisogno di puntare su un testo forte senza complicarti la vita con ricerche troppo laterali.

E poi diciamocelo: a volte certi monologhi sono famosi perché funzionano maledettamente bene. Fare finta che questo non conti, solo per sembrare più raffinati, è una sciocchezza.

Quando invece conviene puntare su un monologo sconosciuto?

Conviene quando hai trovato un pezzo meno battuto ma molto preciso sulla tua energia, sulla tua età scenica, sul tuo tipo di presenza. Quando ti accorgi che quel testo ti permette di entrare subito nel vivo senza residui di imitazione, senza ombre ingombranti, senza la sensazione di dover “battere” una versione precedente.

Conviene anche quando il tuo lavoro su un testo celebre continua a farti sentire in prestito, mentre su un testo meno noto trovi più ascolto, più libertà, più verità. In quel caso non è una scelta furba. È una scelta utile.

Ma il monologo sconosciuto deve avere una qualità precisa: non può vivere solo perché nessuno lo conosce. Deve vivere da solo. Deve stare in piedi anche senza il fascino dell’inedito.

Ma il peggio deve ancora venire quando si usa la rarità come valore assoluto. Perché lì il rischio è di presentarsi con un testo che nessuno ricorda, compreso chi lo sta recitando.

La domanda finale: il monologo ti valorizza o ti nasconde?

Alla fine è tutta qui la faccenda. Questo monologo, famoso o sconosciuto che sia, ti valorizza o ti nasconde?

Perché un testo noto può esaltarti oppure divorarti. Un testo sconosciuto può liberarti oppure lasciarti solo in mezzo al nulla. Nessuna etichetta basta da sola a fare una buona scelta.

Io credo che l’attore debba smettere di chiedersi prima di tutto “sarà troppo famoso?” oppure “sarà abbastanza originale?”. La domanda vera è molto più concreta: “in questo testo io sono vivo, mi piaccio?”. Se la risposta è sì, allora la fama del pezzo diventa secondaria. E una seconda domanda può essere: corrisponde alla mia età scenica?

Il fascino dell’eccezione inganna tantissimo. Così come inganna il prestigio del brano celebre. Ma in casting non vince il monologo con la reputazione migliore. Vince quello che ti mette più a fuoco oggi, nel tuo presente, con il tuo corpo, la tua voce e la tua specifica qualità di presenza.

Non è un discorso romantico. È pratico. E anche un po’ crudele. Però serve.

Scegliere bene non significa sembrare più colti, più originali o più audaci. Significa capire quale testo ti rende più preciso. Tutto il resto è contorno. E il contorno, davanti a una camera, dura pochissimo.

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