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Tratto da una Newsletter del nostro Founder
~ ALFONSO BERGAMO
Era novembre.
Alessandra Paganelli stava davanti a noi. Un'attrice della nostra Community che seguo da tempo, una di quelle presenze che senti cariche di potenziale inespresso.
Stavamo lavorando sulle microespressioni. Quella roba di cui nessuno parla nelle accademie. Quella tecnica che molti liquidano come fredda, meccanica, "anti-artistica".
E poi è successo qualcosa.
Partendo dall'esterno, dai muscoli del viso, dalla configurazione precisa di un'emozione, Alessandra ha trovato l'interno. Si è emozionata. E ha emozionato tutti noi che la guardavamo.
In quel momento ho capito che questo silenzio intorno alle microespressioni nel cinema italiano non ha più senso.
C'è un pregiudizio duro a morire nella formazione attoriale.
L'idea che l'emozione debba sempre nascere dentro e poi manifestarsi fuori. Che il percorso sia uno solo: dall'anima al corpo. Mai il contrario.
Ma la scienza racconta un'altra storia. E la racconta da più di un secolo.
William James, già nel 1884, formulò un'ipotesi che ribaltava tutto: non piangiamo perché siamo tristi. Siamo tristi perché piangiamo. Il corpo non è solo un canale di uscita delle emozioni. È anche un canale di ingresso.
Poi arrivò Paul Ekman (che ci ha lasciati il novembre scorso). Psicologo, ricercatore, l'uomo che ha mappato ogni singolo muscolo del volto umano attraverso il Facial Action Coding System. I suoi studi confermarono l'ipotesi del feedback facciale: quando attiviamo volontariamente i muscoli del viso in una configurazione emotiva specifica, il cervello riceve un segnale di ritorno.
E genera l'emozione corrispondente.

Non è finzione. È un'emozione reale, innescata da una porta diversa.
Nel 2022, un team internazionale di ricercatori ha pubblicato su Nature Human Behaviour uno degli studi più ampi mai condotti sul tema: 3.878 partecipanti, 19 paesi. I risultati hanno dimostrato che l'attivazione volontaria dei muscoli facciali può sia amplificare che iniziare sentimenti emotivi. Non solo modulare emozioni già presenti, ma generarne di nuove.
Ancora più incredibili sono gli studi sul Botox. Quando la tossina botulinica viene iniettata nei muscoli corrugatori, quelli che formano la ruga tra le sopracciglia, coinvolti nell'espressione di rabbia e tristezza, i pazienti riportano una significativa riduzione dei sintomi depressivi. Le neuroimmagini mostrano una diminuzione dell'attività dell'amigdala, il centro emotivo del cervello. Paralizzando i muscoli che esprimono emozioni negative, si interrompe il circuito di feedback che le alimenta.
Il corpo parla al cervello. E il cervello ascolta.
Lo so cosa state pensando.
"Ma così si perde la verità. Diventa tutto meccanico. Calcolato."
È lo stesso scetticismo che mi porto dietro da anni. La resistenza all'idea di scomporre l'espressione emotiva in pezzi. La paura che l'attore diventi un burattino del proprio viso.
Chiediamolo a quell'attore che aveva iniziato con gli occhi lucidi e ora al sesto take ha lo sguardo vuoto. L'emozione si è consumata. L'ha spremuta tutta partendo dall'interno, e l'interno si è svuotato.
E il regista ha bisogno di un altro take.
Qui entra la tecnica. Qui entra lo studio delle microespressioni.
Non per sostituire l'emozione. Per avere un'altra chiave quando la porta principale non si apre più.
Il corpo e la mente non sono separati. Sono un sistema unico, bidirezionale. Cambiare uno significa cambiare l'altro.
Per l'attore, questo apre possibilità enormi. Il lavoro sulla fisicità, sulla postura del personaggio, sulla tensione muscolare, sull'espressione facciale, non è decorazione esterna. È una via d'accesso all'emozione autentica.
Pensateci un attimo.
Quanti attori si paralizzano perché gli viene chiesto di "sentire" prima di "fare"? Quanti si bloccano davanti alla richiesta impossibile di provare un'emozione a comando, ripetutamente, per ore?
Il corpo può essere la chiave per sbloccare qualcosa che dall'interno non riesce a uscire. Troppo protetto. O semplicemente esaurito.
E la cosa che mi ha colpito quel giorno di novembre è che funziona.
Funziona perché il nostro sistema specchio, i neuroni scoperti dal team di Giacomo Rizzolatti a Parma negli anni '90, si attiva sia quando compiamo un'azione sia quando la osserviamo in qualcun altro. Questi neuroni ci permettono di "simulare" internamente le emozioni che vediamo espresse sul volto di un'altra persona. È il meccanismo biologico dell'empatia.
Quando Alessandra ha attivato quella configurazione facciale, noi che guardavamo non abbiamo visto tecnica. Abbiamo visto verità. Perché era verità. Il nostro sistema specchio ha riconosciuto un'espressione abitata, non una maschera vuota. Un'emozione arrivata da un'altra strada, ma autentica.
In Italia, e in generale in Europa, di questo si parla pochissimo.
Le scuole di recitazione sono ancorate a Stanislavskij, a Strasberg, alla memoria emotiva. Approcci straordinari, sia chiaro. Ma approcci che partono sempre dallo stesso punto: prima senti, poi esprimi.
E se non fosse l'unica via?
E se avessimo a disposizione uno strumento in più, non al posto di quello che già conosciamo, ma accanto?
Ekman ha dedicato la vita a studiare le espressioni facciali universali. Ha scoperto che esistono configurazioni muscolari precise per ogni emozione di base… gioia, tristezza, rabbia, paura, disgusto, sorpresa, e che queste configurazioni sono identiche in ogni angolo del mondo. Dal Giappone alla Papua Nuova Guinea, dal Brasile alla Svezia.

Il volto umano è un linguaggio universale. E come ogni linguaggio, può essere studiato, compreso, praticato.
Non sto dicendo che la tecnica sostituisca il talento. O che le microespressioni siano la risposta a tutto.
Sto dicendo che abbiamo un'altra porta. E che tenerla chiusa per pregiudizio è uno spreco.
Sto dicendo che l'attore completo è quello che può accedere all'emozione da più strade. Quello che non dipende da un'unica fonte. Quello che al sesto take ha ancora risorse.
Sto dicendo che forse, ma dico forse, di questo parleremo nella prossima Master Class gratuita.
Ma oggi volevo solo piantare un seme.
Quello che è successo con Alessandra non è stato un caso. È stata la conferma di qualcosa che studio da anni. Qualcosa che funziona. Qualcosa di cui vale la pena parlare.
Dall'esterno all'interno.
Una rivoluzione silenziosa.
Alfonso Bergamo
Se vuoi una qualità, agisci come se già la possedessi.
~ William James

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