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Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Bernard in Goodbye June è uno dei momenti più crudi e destabilizzanti del film, perché racconta il trauma senza filtri né consolazioni. In poche battute sconnesse, Bernard parla a uno sconosciuto di un incidente che gli ha cambiato il corpo e la mente, rivelando un dolore mai davvero elaborato. Questa scena mostra come il film utilizzi la recitazione “sporca” e imperfetta per raccontare il lutto e il fallimento, trasformando un racconto apparentemente casuale in una confessione devastante.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 1:11:30.-1:12:50
Durata: 1 minuto 20 secondi
Contesto di "Goodbye June"
Il film si apre in una mattina d’inverno. Una coppia di anziani si prepara per andare a dormire. L’uomo si allontana un attimo, mentre la donna crolla improvvisamente sul pavimento della cucina. Il bollitore continua a fischiare, unico suono in una casa ormai sospesa. Il figlio, svegliato dal rumore, accorre e capisce subito che qualcosa non va. La donna viene portata d’urgenza in ospedale. Parallelamente, il racconto introduce gli altri membri della famiglia, ognuno immerso nella propria quotidianità: Jules, madre di tre figli, impegnata a gestire la routine tra scuola, spettacoli natalizi e un figlio più piccolo con un ritardo cognitivo; Molly, ossessivamente attenta all’alimentazione biologica del figlio Tibalt; e Connor, il figlio maschio, che cerca di tenere insieme i pezzi di una famiglia già fragile. Un’altra sorella, Helen, è inizialmente irraggiungibile, impegnata in pratiche olistiche lontane dal contesto familiare.
Quando la notizia arriva, capiamo subito che non è la prima volta: June combatte contro il cancro da tre anni. Le reazioni dei figli non sono di panico, ma di stanchezza emotiva. In sala d’attesa emergono vecchie tensioni, soprattutto tra le sorelle, che si salutano con la distanza di due estranee. L’aria è tesa, carica di non detti. La diagnosi è definitiva: June si è ripresa dall’episodio acuto, ma il tumore è ormai fuori controllo. Non esistono più cure efficaci. Le restano poche settimane di vita, che trascorrerà in ospedale. Molly esplode in un attacco nervoso contro un medico per un gesto insignificante, segno di un dolore che non trova sfogo. Rimasti soli, i figli iniziano a rinfacciarsi colpe e assenze, rivelando ferite familiari mai rimarginate.
Quando finalmente si riuniscono attorno al letto di June, la donna è vigile, lucida a tratti, e sorprendentemente ironica. Racconta la sensazione di mancanza d’aria provata quella mattina e propone, con una leggerezza spiazzante, di “fare l’oca” per Natale. Nessuno ha il coraggio di dirle la verità sulla diagnosi. Entrano in scena le cure palliative e due giovani inservienti, Julia e Patrick, che rivelano come June avesse già pianificato tutto con loro. Molly però tenta di controllare ogni decisione, convinta di sapere cosa sia giusto per la madre. Il conflitto tra le figlie diventa sempre più evidente, soprattutto con Jules, accusata persino di indossare l’anello della madre, affidatole proprio da June.
Helen arriva infine, incinta. La sua gravidanza apre un nuovo livello emotivo: la consapevolezza che il figlio nascerà senza nonna. In un momento di fragilità, Helen confessa di essersi separata dal compagno e di aver concepito il bambino tramite una procedura legale con un donatore, scelta che la fa sentire giudicata e inadeguata. Intanto Connor, sopraffatto dall’ansia, si rifugia nella chiesa dell’ospedale, dove incontra Angeli Ikande, l’infermiere che segue June. Angeli racconta di aver perso sua madre da bambino e di aver dedicato la vita a dare dignità alle persone nel momento della morte. Il suo sguardo esterno diventa una guida silenziosa per la famiglia.
La situazione domestica precipita quando la casa dei genitori viene allagata a causa di una distrazione del padre, Bernard, sempre più disorientato e incline a bere. Anche lui sta vivendo il lutto prima della perdita, senza sapere come gestirlo. Nei giorni successivi, tra visite, piccoli regali e tentativi maldestri di normalità, June affronta il dolore fisico con lucidità. In uno dei momenti più delicati, chiede a Jules di dirle la verità: morirà? Jules non mente. June si commuove, poi chiede semplicemente di stare insieme. Le chiede anche se la odierà dopo la sua morte. È una domanda che pesa più di qualunque diagnosi.

Sono dei cazzo di posti miserabili, vero, è? Miserabili, cazzo, davvero miserabili. Ah… Ho perso un piede, sai? Si. Avevo la tua età. Si. Si, il mio figlio piccolo aveva solo due anni. Su una chiatta. Una grande di quelle che vanno sull’oceano. La cima si è impigliata, la barca si è mossa e la cima ha iniziato a avvolgersi incorno a… stringeva… e cin! L’ha tranciato di netto. Me l’hanno ricucito poi, ovviamente. Magnifico, vero? Me l’hanno ricucito. Qualche punto e sono tornato come prima. Ma non qui, però (indica la sua testa).
“Sono dei cazzo di posti miserabili, vero, è?”: attacco aggressivo e “sociale”, come se cercasse complicità immediata; non guardare fisso lo sconosciuto, piuttosto un punto nel vuoto; “vero, è?” è una richiesta di conferma più che una domanda, detta con un mezzo sorriso amaro.
“Miserabili, cazzo, davvero miserabili.”: martella la stessa parola perché non sa cos’altro dire; ritmo spezzato, quasi a singhiozzi secchi; il secondo “miserabili” è più stanco che rabbioso; lascia una micro-pausa prima di “davvero” come se si correggesse: no, non sto esagerando.
“Ah…”: sospensione piena; qui si sente il vuoto che arriva dopo lo sfogo; abbassa lo sguardo, come se avesse detto troppo; respiro udibile, un attimo di disorientamento.
“Ho perso un piede, sai?”: cambio improvviso, quasi confidenziale; tono più basso, intimo ma spiazzante; “sai?” è un gancio: vuole trattenere l’altro lì, anche solo per un minuto.
“Si.”: risposta a se stesso; breve e automatico; come se stesse confermando un ricordo che ancora non gli sembra reale.
“Avevo la tua età.”: questa frase deve colpire senza enfatizzare; guarda finalmente lo sconosciuto un istante (misura/valutazione), poi distogli; pausa dopo, perché l’immagine prenda corpo.
“Si.”: ripetizione che mostra confusione e bisogno di rimanere in carreggiata; come un uomo che teme di perdere il filo.
“Si, il mio figlio piccolo aveva solo due anni.””: qui entra il nucleo emotivo; rallenta nettamente; “solo due anni” va detto come se gli pesasse in gola; lo sguardo si abbassa, non regge più la maschera.
“Su una chiatta.”: frase corta, quasi tecnica; serve a riprendere controllo; tono più “narrativo”, come se stesse raccontando un fatto di lavoro.
“Una grande di quelle che vanno sull’oceano.”: dettaglio superfluo ma rivelatore: sta ricostruendo la scena per non sentirla; ritmo più fluido, come se la precisione lo proteggesse.
“La cima si è impigliata, la barca si è mossa e la cima ha iniziato a avvolgersi incorno a…”: qui l’attore deve “vederlo” mentre parla; accelera leggermente nella catena causa-effetto; sul finale (“intorno a…”) interrompiti davvero: la parola che manca è il corpo, e non riesce a dirla.
“stringeva…”: sussurrato, quasi fisico; come se sentisse la pressione sulla pelle; respiro corto; evita qualsiasi enfasi drammatica: è un flash.
“e cin!”: onomatopea detta male, quasi da ubriaco che vuole far ridere; è un tentativo disperato di rendere sopportabile l’orrore; un mezzo sorriso che muore subito.
“L’ha tranciato di netto.”: ritorno freddo; frase chirurgica; non guardare l’altro, perché è troppo; un attimo di immobilità dopo “netto”.
“Me l’hanno ricucito poi, ovviamente.”: sarcasmo stanco; “ovviamente” è veleno contro l’idea che basti riparare il corpo; tono piatto, quasi burocratico.
“Magnifico, vero?”: ironia amara, quasi una battuta da bar; qui cerca l’alleanza dello sconosciuto; sguardo rapido, come per vedere se ride o se resta.
“Me l’hanno ricucito.”: ripetizione ossessiva, come un chiodo; voce più bassa; questa volta non è battuta: è incredulità.
“Qualche punto e sono tornato come prima.”: detta con finta leggerezza, ma deve suonare falsa; “come prima” è la bugia che si è raccontato per anni; lascia una pausa subito dopo, perché l’assurdità si senta.
“Ma non qui, però”: cambia tono: finalmente vero, finalmente semplice; rallenta; voce piena ma controllata; questa è la confessione reale, senza sarcasmo.
“(indica la sua testa).”: gesto piccolo, non teatrale; come se fosse quasi vergognoso ammetterlo; dopo il gesto, lascia silenzio lungo: è lì che il monologo “finisce” davvero, anche se l’altro non sa cosa rispondere.
Il monologo di Bernard è uno dei più disturbanti e sinceri del film perché non cerca ordine, né chiarezza, né redenzione. È un flusso emotivo storto, detto male, raccontato a uno sconosciuto proprio perché Bernard non è più capace di parlare davvero con chi ama. Qui non c’è la volontà di spiegarsi: c’è il bisogno fisico di buttare fuori qualcosa che non trova più spazio dentro.
Parlare dei “posti miserabili” non è una vera critica all’ambiente, ma un modo per esternalizzare un disagio che Bernard non riesce a nominare. Sta cercando complicità, una risposta qualsiasi, anche solo un cenno.
Subito dopo, però, il discorso deraglia. Senza transizione emotiva, Bernard introduce la perdita del piede. È un cambio brusco, volutamente scomodo, che riflette il suo stato mentale: non esiste più una gerarchia tra ciò che è appropriato e ciò che non lo è.
Il racconto dell’incidente è frammentato, tecnico a tratti, quasi cronachistico. Bernard si aggrappa ai dettagli concreti, la chiatta, la cima, il movimento della barca, perché il linguaggio meccanico gli permette di non affrontare il vero centro del trauma. Il momento in cui la corda stringe e trancia è raccontato con un suono, non con una parola.
È un ricordo corporeo, non razionale. L’uso dell’ironia (“cin!”, “magnifico”) non serve a sdrammatizzare, ma a rendere sopportabile l’orrore, come se trasformarlo in una battuta potesse ridurne il peso.
Il dettaglio più devastante arriva quasi per caso: il figlio aveva due anni. Bernard non lo sottolinea, non lo spiega, non lo collega apertamente a nulla, ma è lì che il monologo cambia senso. Non sta parlando solo di un incidente sul lavoro, sta parlando del momento in cui la sua identità di padre e di uomo si è incrinata. La menomazione non è il piede, è la frattura interna che da quel giorno non si è mai ricomposta.
Quando dice che gliel’hanno “ricucito” e che è tornato “come prima”, Bernard ripete una bugia che probabilmente ha raccontato a tutti, soprattutto a se stesso. La ripetizione ossessiva di quella frase segnala incredulità, non sollievo. Il corpo può essere riparato, la mente no. E infatti la vera confessione arriva solo alla fine, quasi sottovoce: “ma non qui”. Indicando la testa, Bernard ammette finalmente ciò che non ha mai saputo dire ai figli: lui non è mai davvero tornato da quell’incidente.

June osserva la tabella degli orari di visita ideata da Molly e capisce che le figlie non stanno mai insieme. Con l’aiuto di Angeli, orchestra un ultimo tentativo di riconciliazione. Riunisce Molly e Jules e affida loro un compito: scrivere una lettera per il nipotino che deve nascere. In realtà, la lettera parla di loro, del loro legame spezzato. Le due sorelle, costrette a condividere lo spazio, finalmente si aprono, ammettendo rancori e fragilità. È una riconciliazione imperfetta, ma reale. Anche Connor affronta il padre, accusandolo di non essere presente e di rifugiarsi nell’alcol. Bernard reagisce fuggendo in un pub, dove però sorprende tutti salendo su un piccolo palco e dedicando una canzone a June e ai suoi figli. È il suo modo goffo, ma sincero, di dire “io ci sono”.
Con le forze ormai al limite, June viene sorpresa dal marito con un Natale anticipato. In una sala dell’ospedale, la famiglia ricrea la notte della nascita di Gesù. È un gesto ingenuo, forse ridicolo, ma profondamente umano. Bernard mantiene la promessa: le canta una canzone mentre June, esausta, si spegne circondata dall’amore dei suoi cari. Il film si chiude un anno dopo. È di nuovo Natale. La famiglia è riunita. June non c’è più, ma qualcosa è cambiato. I rapporti, seppur segnati, sono più veri. Il suo ultimo miracolo non è stato guarire, ma lasciare dietro di sé una famiglia finalmente capace di stare insieme.
June diventa consapevolmente il perno emotivo che costringe i figli a guardarsi, a parlarsi, a smettere di fuggire. La sua eredità non è morale né materiale, ma relazionale: insegna che l’amore non è ordine, controllo o perfezione, ma presenza.
Il salto temporale finale conferma questa idea. La famiglia sopravvive alla perdita non perché sia guarita, ma perché ha imparato a condividere il dolore. June “torna come neve a Natale”, come aveva detto: non come fantasma, ma come memoria che unisce.
Regia: Kate Winslet
Sceneggiatura: Joe Anders
Cast: Kate Winslet: Julia Helen Mirren: June Timothy Spall: Bernard "Bernie" Andrea Riseborough: Molly Johnny Flynn: Connor Toni Collette: Helen
Dove vederlo: Netflix

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