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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Cassian Andor in Rogue One è una delle confessioni più complesse e mature del cinema Star Wars. Non è un discorso eroico, ma un atto di responsabilità morale: Cassian guarda in faccia ciò che è diventato e sceglie di non tirarsi indietro. Attraverso parole asciutte e prive di retorica, il personaggio racconta il peso delle azioni compiute in nome della Ribellione e la necessità di andare avanti per non renderle vane.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 1:20:00-1:21:00
Durata: 1 minuto 8/10 verità + controllo del senso di colpa + assenza di retorica
Contesto di "Rogue One"
La storia si apre con Galen Erso, brillante scienziato al servizio dell’Impero Galattico, che tenta di sottrarsi al proprio destino rifugiandosi sul pianeta Lah’mu insieme alla moglie Lyra e alla figlia Jyn Erso. La quiete dura poco: il Direttore imperiale Orson Krennic rintraccia Galen, uccide Lyra e costringe lo scienziato a tornare a lavorare al progetto segreto dell’Impero: la Morte Nera, un’arma capace di distruggere interi pianeti. Jyn riesce a fuggire e viene salvata dal ribelle estremista Saw Gerrera, crescendo lontana dai genitori e dalla guerra. Quindici anni dopo, Galen riesce a inviare un messaggio segreto ai ribelli tramite Bodhi Rook, pilota imperiale disertore: la Morte Nera esiste, ma contiene una vulnerabilità progettata di proposito. Jyn, ormai adulta e disillusa, viene liberata da una prigione imperiale dall’Alleanza Ribelle, che spera di usarla per rintracciare Galen e fermare l’arma prima che sia completata. Accompagnata dall’ufficiale ribelle Cassian Andor e dal droide sarcastico K-2SO, Jyn raggiunge il pianeta sacro Jedha, dove Saw Gerrera le mostra il messaggio del padre. Galen rivela di aver sabotato la Morte Nera dall’interno. Poco dopo, per dimostrare il potere dell’arma, Krennic ordina la distruzione di Jedha City. Saw sceglie di restare indietro e morire, mentre Jyn e il suo gruppo fuggono, affiancati dal monaco cieco Chirrut Îmwe e dal guerriero Baze Malbus.
Seguendo le tracce di Galen, il gruppo raggiunge il pianeta Eadu, dove l’Impero conduce ricerche avanzate. Durante un attacco ribelle, Galen muore tra le braccia della figlia, ma riesce a riconciliarsi con lei. Intanto Krennic, sospettato di tradimento, si reca su Mustafar da Darth Vader, prima di dirigersi su Scarif, il pianeta-fortezza che custodisce gli archivi imperiali. Alla base ribelle di Yavin 4, Jyn propone un piano disperato: rubare i piani della Morte Nera direttamente da Scarif. Il comando rifiuta, ma Jyn non si arrende. Raduna un gruppo di volontari e parte in missione segreta, dando vita a quella che diventerà una delle operazioni più disperate e cruciali della storia della Ribellione.

Era impossibile che ti credessero. Ma io si. Io ti credo. Ci offriamo volontari. Alcuni di noi, quasi tutti noi, abbiamo fatto cose terribili in nome della ribellione. Spie, sabotatori, assassini. Tutto ciò che ho fatto l’ho fatto per la Ribellione. E ogni volta che mi lasciavo dietro qualcosa che volevo dimenticare, mi ripetevo che era per una causa in cui credevo. una causa che lo meritava. Senza di essa saremmo perduti. CIò che avremmo fattto sarebbe vano. Non potrei guardarmi allo specchio se mollassi ora. Vale per tutti.
“Era impossibile che ti credessero.”: attacco in tono basso, quasi constatativo; non accusare “loro”, registra un fatto; micro-pausa dopo “impossibile” come se pesasse addosso; sguardo breve di lato (memoria di quel rifiuto), poi rientra su Jyn.
“Ma io sì.”: secco, semplice; non eroico; fai sentire il “ma” come uno scarto morale; un cenno minimo del capo, come una firma.
“Io ti credo.”: raddoppio intenzionale: qui la voce si apre di mezzo grado, più calda; sguardo diretto, stabile; pausa appena dopo “credo” per farle arrivare addosso il sostegno.
“Ci offriamo volontari.”: frase operativa, quasi militare; niente enfasi, è un impegno; leggero avanzare del busto o un passo interno; “volontari” va detto come prezzo, non come orgoglio.
“Alcuni di noi, quasi tutti noi, abbiamo fatto cose terribili in nome della ribellione.”: qui entra la confessione collettiva; “alcuni… quasi tutti” è una correzione che svela vergogna—falla vivere con una micro-esitazione; su “cose terribili” non colorare troppo: è già terribile; “in nome della ribellione” va amaro, come giustificazione consumata.
“Spie, sabotatori, assassini.”: elenco in tre colpi; breve pausa tra le parole; l’ultima (“assassini”) più pesante, più lenta, come se ti fermasse la gola; non guardare il pubblico: abbassa lo sguardo un istante.
“Tutto ciò che ho fatto l’ho fatto per la Ribellione.”: qui ti difendi e ti accusi insieme; su “tutto” metti ampiezza (è troppo); “per la Ribellione” non è bandiera, è alibi; sguardo che torna su Jyn per cercare comprensione, non assoluzione.
“E ogni volta che mi lasciavo dietro qualcosa che volevo dimenticare, mi ripetevo che era per una causa in cui credevo.”: frase lunga, deve scorrere come un flusso di coscienza; accelera leggermente su “mi lasciavo dietro” (fuga emotiva), poi rallenta su “volevo dimenticare” (ferita); “mi ripetevo” è una cantilena, quasi automatica.
“Una causa che lo meritava.”: taglio breve; quasi una toppa messa sopra un buco; piccola pausa prima di dirla, come se stessi convincendo te stesso; tono più duro, per non cedere.
“Senza di essa saremmo perduti.”: qui allarghi dal personale al collettivo; voce più ferma, più “strategica”; sguardo che include gli altri (non solo Jyn); “perduti” va netto, senza pathos.
“Ciò che avremmo fatto sarebbe vano.”: frase di bilancio morale; fai sentire il peso della parola “vano” come il vero incubo (non la morte, l’inutilità); micro-pausa prima di “vano”.
“Non potrei guardarmi allo specchio se mollassi ora.”: qui torna l’intimo, la vergogna; abbassa leggermente la voce, come se fosse una verità che non vuoi far sentire troppo; “guardarmi allo specchio” va visualizzato (come se lo vedessi); su “ora” stringi, perché è il punto di non ritorno.
“Vale per tutti.”: chiusura che non chiede consenso: lo impone; tono asciutto, quasi amministrativo; sguardo frontale, senza sfida isterica; lascia un silenzio dopo, come se stessi dicendo: adesso scegliete con me.
Il monologo di Cassian Andor è una dichiarazione di colpa prima ancora che di fedeltà. A differenza di Jyn, che spinge verso l’azione forzando una scelta collettiva, Cassian parte da un punto più fragile e umano: il bisogno di dare un senso a ciò che ha fatto. Non sta cercando di convincere qualcuno con un ideale alto, ma di restare coerente con se stesso. L’apertura è già rivelatrice: “Era impossibile che ti credessero” non è una critica all’Alleanza, ma una constatazione amara. Cassian sa come funziona il potere, sa che la verità non basta. Quando dice “Io ti credo”, non sta facendo un atto romantico, ma un atto etico: sceglie di stare dalla parte della verità anche se non è comoda. Il cuore del monologo è la confessione. Cassian nomina senza filtri ciò che lui e gli altri sono diventati: spie, sabotatori, assassini. Non cerca attenuanti, non addolcisce le parole. Questo è il punto più delicato per un attore, perché il personaggio non chiede perdono né indulgenza. Accetta il peso delle proprie azioni e prova a incastrarle dentro una narrazione che gli permetta di andare avanti. La Ribellione, in questo senso, non è solo una causa politica: è l’unica struttura morale che gli consente di non sentirsi completamente perduto. Quando parla di “una causa che lo meritava”, si avverte una crepa. È una frase detta per reggersi in piedi, non una verità scolpita nella pietra.
Nella parte finale il monologo si stringe, diventa più intimo. “Non potrei guardarmi allo specchio se mollassi ora” è il vero centro emotivo del discorso. Cassian non combatte per vincere, ma per non annullare il significato delle scelte già compiute. L’idea di fallire non è spaventosa quanto l’idea che tutto ciò che ha fatto sia stato vano. Quando chiude con “Vale per tutti”, non sta arringando un gruppo: sta includendo gli altri nel suo stesso dilemma morale. È un monologo che funziona proprio perché non offre conforto, ma responsabilità. Per un attore è una prova di maturità: non c’è eroismo, solo coerenza portata fino alle estreme conseguenze.

Su Scarif la missione entra subito in una dimensione tragica e inevitabile. Jyn, Cassian e K-2SO si infiltrano nella cittadella imperiale, mentre gli altri ribelli creano un diversivo sul campo di battaglia. Il sacrificio diventa il linguaggio dominante del finale: K-2SO muore difendendo l’accesso ai piani, consapevole e lucido fino all’ultimo istante. La battaglia si estende nello spazio. Chirrut, disarmato ma guidato dalla Fede nella Forza, attraversa il fuoco nemico per attivare il trasmettitore: la sua camminata è una delle immagini simbolo del film, un atto di pura volontà. Subito dopo muore, seguito da Baze, che vendica l’amico prima di cadere a sua volta. Anche Bodhi Rook riesce a compiere il suo dovere, permettendo il collegamento con la flotta ribelle, ma viene ucciso poco dopo. Jyn e Cassian raggiungono i piani della Morte Nera. Feriti, stremati, ma determinati, riescono a trasmettere i dati grazie al supporto dell’Alleanza Ribelle nello spazio. L’Impero risponde con brutalità: il governatore Tarkin ordina alla Morte Nera di distruggere Scarif, cancellando ogni prova dell’errore. Sulla spiaggia, mentre l’onda di distruzione si avvicina, Jyn e Cassian si abbracciano. Non c’è fuga, non c’è eroismo urlato: solo la consapevolezza di aver fatto la cosa giusta. Il loro sacrificio non cambia il presente, ma rende possibile il futuro.
Nel finale, l’orrore dell’Impero si manifesta ancora una volta con Darth Vader, protagonista di una celebre sequenza nei corridoi della nave ribelle. Nonostante la strage, i piani riescono a fuggire e vengono affidati alla Principessa Leia Organa, che pronuncia una parola chiave: speranza. Ed è qui che Rogue One si chiude, collegandosi direttamente a Una Nuova Speranza. Un film senza Jedi protagonisti, senza eroi invincibili, che racconta come la Ribellione sia nata anche – e soprattutto – grazie a persone comuni, disposte a dare tutto senza mai vedere la vittoria.
Regista: Gareth Edwards
Sceneggiatura: Kathleen Kennedy, Allison Shearmur, Simon Emanuel
Cast: Felicity Jones: Jyn Erso Diego Luna: Cassian Andor Ben Mendelsohn: Orson Krennic Donnie Yen: Chirrut Îmwe
Dove vederlo: Disney+

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