Monologo di Connor in Goodbye June: tu ami ancora la mamma?

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~ LA REDAZIONE DI RC

Analisi del monologo di Connor in "Goodbye June"

Il monologo di Connor in Goodbye June è una delle scene più intense e nervose del film, perché mette in scena il crollo emotivo di un figlio davanti all’assenza del padre. In questo momento, Connor affronta Bernard senza filtri, oscillando tra rabbia, panico e supplica, mentre la morte della madre diventa improvvisamente reale.

  • Scheda del monologo

  • Contesto del film

  • Testo del monologo (estratto+note)

  • Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa

  • Finale del film (con spoiler)

  • Credits e dove trovarlo

Scheda del monologo

Serie: Goodbye June
Personaggio: Connor
Attore: Johnny Flynn

Minutaggio: 1:25:12-1:26:00

Durata: 1 minuto

Difficoltà 8/10 È un monologo ad altissima temperatura emotiva, ma non deve diventare urlato in modo uniforme. L’attore deve reggere un attacco nervoso controllato: sembra perdere il controllo, ma la struttura emotiva deve restare leggibile.
Emozioni chiave Panico, rabbia disperata, impotenza, vergogna filiale, amore maldestro, bisogno di alleanza

Contesto ideale per un attore personaggi sotto pressione emotiva estrema, cinema realistico, familiare, contemporaneo

Dove vederlo: Netflix

Contesto di "Goodbye June"

Il film si apre in una mattina d’inverno. Una coppia di anziani si prepara per andare a dormire. L’uomo si allontana un attimo, mentre la donna crolla improvvisamente sul pavimento della cucina. Il bollitore continua a fischiare, unico suono in una casa ormai sospesa. Il figlio, svegliato dal rumore, accorre e capisce subito che qualcosa non va. La donna viene portata d’urgenza in ospedale. Parallelamente, il racconto introduce gli altri membri della famiglia, ognuno immerso nella propria quotidianità: Jules, madre di tre figli, impegnata a gestire la routine tra scuola, spettacoli natalizi e un figlio più piccolo con un ritardo cognitivo; Molly, ossessivamente attenta all’alimentazione biologica del figlio Tibalt; e Connor, il figlio maschio, che cerca di tenere insieme i pezzi di una famiglia già fragile. Un’altra sorella, Helen, è inizialmente irraggiungibile, impegnata in pratiche olistiche lontane dal contesto familiare.

Quando la notizia arriva, capiamo subito che non è la prima volta: June combatte contro il cancro da tre anni. Le reazioni dei figli non sono di panico, ma di stanchezza emotiva. In sala d’attesa emergono vecchie tensioni, soprattutto tra le sorelle, che si salutano con la distanza di due estranee. L’aria è tesa, carica di non detti. La diagnosi è definitiva: June si è ripresa dall’episodio acuto, ma il tumore è ormai fuori controllo. Non esistono più cure efficaci. Le restano poche settimane di vita, che trascorrerà in ospedale. Molly esplode in un attacco nervoso contro un medico per un gesto insignificante, segno di un dolore che non trova sfogo. Rimasti soli, i figli iniziano a rinfacciarsi colpe e assenze, rivelando ferite familiari mai rimarginate.

Quando finalmente si riuniscono attorno al letto di June, la donna è vigile, lucida a tratti, e sorprendentemente ironica. Racconta la sensazione di mancanza d’aria provata quella mattina e propone, con una leggerezza spiazzante, di “fare l’oca” per Natale. Nessuno ha il coraggio di dirle la verità sulla diagnosi. Entrano in scena le cure palliative e due giovani inservienti, Julia e Patrick, che rivelano come June avesse già pianificato tutto con loro. Molly però tenta di controllare ogni decisione, convinta di sapere cosa sia giusto per la madre. Il conflitto tra le figlie diventa sempre più evidente, soprattutto con Jules, accusata persino di indossare l’anello della madre, affidatole proprio da June.

Helen arriva infine, incinta. La sua gravidanza apre un nuovo livello emotivo: la consapevolezza che il figlio nascerà senza nonna. In un momento di fragilità, Helen confessa di essersi separata dal compagno e di aver concepito il bambino tramite una procedura legale con un donatore, scelta che la fa sentire giudicata e inadeguata. Intanto Connor, sopraffatto dall’ansia, si rifugia nella chiesa dell’ospedale, dove incontra Angeli Ikande, l’infermiere che segue June. Angeli racconta di aver perso sua madre da bambino e di aver dedicato la vita a dare dignità alle persone nel momento della morte. Il suo sguardo esterno diventa una guida silenziosa per la famiglia.

La situazione domestica precipita quando la casa dei genitori viene allagata a causa di una distrazione del padre, Bernard, sempre più disorientato e incline a bere. Anche lui sta vivendo il lutto prima della perdita, senza sapere come gestirlo. Nei giorni successivi, tra visite, piccoli regali e tentativi maldestri di normalità, June affronta il dolore fisico con lucidità. In uno dei momenti più delicati, chiede a Jules di dirle la verità: morirà? Jules non mente. June si commuove, poi chiede semplicemente di stare insieme. Le chiede anche se la odierà dopo la sua morte. È una domanda che pesa più di qualunque diagnosi.

Testo del monologo + note

Shh! Mia madre, tua moglie, sta per morire. Lei morirà molto presto, lo sai? Papà, te ne rendi conto, vero? Perché non stai facendo altro che dormire, cazzo, e fare battute di merda, e bere, e fare delle stupide parole crociate. E non fregartene un cazzo di nessuno. E di niente! Tranne che di te stesso. Io dico, almeno… papà, hai notato dove siamo? Ti stai comportando in modo patetico. Per favore! Sii presente per mamma. E fa qualcosa, papà! Tu la ami ancora, la mamma?  

“Shh!”: non è dolcezza, è controllo disperato; sibilo secco, vicino al padre, come a impedire che il mondo li senta (o che il padre scappi); occhi spalancati, respiro alto.

“Mia madre, tua moglie, sta per morire.”: scandisci “mia madre” e “tua moglie” come due colpi; non urlare subito: lasciala uscire come una verità che fa male dirla; pausa breve dopo “tua moglie” per farlo entrare.

“Lei morirà molto presto, lo sai?”: qui sale l’urgenza; “molto presto” va spinto in avanti con il fiato, come un’onda; “lo sai?” è una lama, ma sotto è una richiesta: dimmi che lo stai capendo.

“Papà, te ne rendi conto, vero?”: “Papà” esce quasi implorante, non aggressivo; micro-pausa dopo “Papà”; “vero?” è un tentativo di agganciarlo alla realtà, sguardo fisso, tremore trattenuto.

“Perché non stai facendo altro che dormire, cazzo, e fare battute di merda, e bere, e fare delle stupide parole crociate.”: raffica senza respiro, elenco accusatorio che copre la paura; accelera sull’elenco ma fai piccoli “inciampi” (come chi sta perdendo il controllo); “cazzo” non è insulto, è dolore che esce male; su “parole crociate” un lampo di disprezzo, perché è l’immagine della fuga.

“E non fregartene un cazzo di nessuno.”: qui rallenta e affonda; tono più basso ma più pesante; sguardo duro, come se finalmente dicesse la cosa che ha sempre trattenuto.

“E di niente!”: esplosione breve, non sostenuta; colpo secco, quasi un urlo strozzato; subito dopo, respiro spezzato.

 “Tranne che di te stesso.”: detta fredda, con precisione; non urlarla, lasciala tagliare; pausa dopo “stesso”, perché è una sentenza che Connor stesso teme di pronunciare.

“Io dico, almeno…”: frenata improvvisa; l’ellissi è un vuoto mentale, un crollo momentaneo; abbassa lo sguardo un istante, come se si rendesse conto di essere andato troppo oltre.

“papà, hai notato dove siamo?”: torna il tentativo di ragionare; “papà” più piccolo, quasi stanco; gesto minimo verso lo spazio (la casa, l’ospedale, il Natale rotto) senza teatralità; domanda reale, non retorica: “guarda la realtà”.

“Ti stai comportando in modo patetico.”: parola pericolosa: dilla con vergogna, come se gli facesse schifo dirla; non compiacerti dell’insulto; è un figlio che non vorrebbe mai umiliare il padre.

“Per favore!”: qui si spezza l’accusa e diventa supplica; voce che sale e si incrina; mani aperte o un passo verso di lui, come a trattenerlo; non è “educazione”, è richiesta di salvezza.

“Sii presente per mamma.”: frase centrale, semplice; rallenta molto; “presente” è la parola-chiave, va sottolineata con un respiro; guarda il padre negli occhi, senza rabbia, come un figlio che chiede aiuto.

“E fa qualcosa, papà!”: torna l’urgenza, ma non deve essere solo volume: deve essere panico operativo; “papà” alla fine è quasi un pianto trattenuto; può uscire un singhiozzo che viene subito ricacciato giù.

“Tu la ami ancora, la mamma?”: non dirla come trappola; è l’ultima corda lanciata; abbassa il volume, lascia spazio tra le parole; su “ancora” fai una pausa microscopica, perché lì c’è tutto: tempo, rimorso, paura; guarda il padre come se la risposta potesse decidere se Connor crolla o resta in piedi.

Analisi del monologo di Connor in "Goodbye June"

Il monologo di Connor al padre è uno dei momenti più tesi e dolorosi del film perché mette in scena il punto di rottura definitivo tra contenimento e collasso emotivo. Non è una discussione, non è un confronto ragionato: è un attacco di panico che prende la forma della parola. Connor non sta scegliendo cosa dire, sta cercando disperatamente di non affogare mentre tutto intorno a lui crolla.

L’apertura con il “Shh!” è già rivelatrice. Connor non chiede silenzio per rispetto, ma per controllo. È il tentativo istintivo di fermare il caos, di bloccare il padre prima che scappi di nuovo nella rimozione. Quando nomina la madre e la sua morte imminente, lo fa con una brutalità necessaria: ripetere che “morirà molto presto” è un modo per costringere la realtà a esistere anche per chi la sta evitando. Connor non sta informando il padre, sta verificando se è ancora presente mentalmente.

L’intero monologo oscilla continuamente tra accusa e supplica. L’elenco dei comportamenti del padre, dormire, bere, fare battute, parole crociate, non è costruito per umiliarlo, ma per rendere visibile la sua assenza. Connor sta dicendo: io sono qui, lei è qui, tu dove sei? La rabbia è reale, ma nasce da una paura più profonda: l’idea di dover affrontare la morte della madre da solo, senza un alleato adulto.

Quando Connor dice che il padre non si preoccupa di nessuno se non di se stesso, supera una linea che probabilmente non avrebbe mai voluto attraversare. È una frase che ferisce anche chi la pronuncia. Subito dopo, infatti, il monologo perde compattezza: “Io dico, almeno…” è una crepa evidente, il momento in cui Connor rischia di crollare. Qui emerge la vergogna di un figlio che si trova a dover rimproverare il proprio padre come se i ruoli si fossero invertiti.

Il tentativo di riportare il padre alla realtà, “hai notato dove siamo?”, segna un cambio di strategia. Connor smette per un attimo di attaccare e prova a far ragionare, a richiamare il contesto, il Natale, la madre che sta morendo. Ma l’equilibrio dura poco. La parola “patetico” arriva come un colpo che Connor stesso fatica a reggere, perché non è un insulto detto con leggerezza, ma una constatazione disperata.

La parte finale del monologo è la più fragile e la più vera. “Per favore” rompe definitivamente la corazza della rabbia e rivela il nucleo emotivo della scena: Connor non vuole vincere una discussione, vuole che il padre sia presente. “Sii presente per mamma” è la richiesta centrale dell’intero film, non solo della scena. Essere presenti significa smettere di fuggire, anche se fa male.

La domanda finale: “Tu la ami ancora?” è un’ancora lanciata nel vuoto. Connor spera che, rispondendo a quella domanda, il padre possa ricordarsi chi è stato e tornare, almeno per un momento, a esserlo. È una domanda che non cerca una risposta verbale, ma un gesto, un segno di vita emotiva. Dal punto di vista attoriale, questo monologo funziona solo se la rabbia non divora la vulnerabilità. Connor non è forte: sta cercando di restare in piedi.

Finale "Goodbye June"

June osserva la tabella degli orari di visita ideata da Molly e capisce che le figlie non stanno mai insieme. Con l’aiuto di Angeli, orchestra un ultimo tentativo di riconciliazione. Riunisce Molly e Jules e affida loro un compito: scrivere una lettera per il nipotino che deve nascere. In realtà, la lettera parla di loro, del loro legame spezzato. Le due sorelle, costrette a condividere lo spazio, finalmente si aprono, ammettendo rancori e fragilità. È una riconciliazione imperfetta, ma reale. Anche Connor affronta il padre, accusandolo di non essere presente e di rifugiarsi nell’alcol. Bernard reagisce fuggendo in un pub, dove però sorprende tutti salendo su un piccolo palco e dedicando una canzone a June e ai suoi figli. È il suo modo goffo, ma sincero, di dire “io ci sono”.

Con le forze ormai al limite, June viene sorpresa dal marito con un Natale anticipato. In una sala dell’ospedale, la famiglia ricrea la notte della nascita di Gesù. È un gesto ingenuo, forse ridicolo, ma profondamente umano. Bernard mantiene la promessa: le canta una canzone mentre June, esausta, si spegne circondata dall’amore dei suoi cari. Il film si chiude un anno dopo. È di nuovo Natale. La famiglia è riunita. June non c’è più, ma qualcosa è cambiato. I rapporti, seppur segnati, sono più veri. Il suo ultimo miracolo non è stato guarire, ma lasciare dietro di sé una famiglia finalmente capace di stare insieme.

June diventa consapevolmente il perno emotivo che costringe i figli a guardarsi, a parlarsi, a smettere di fuggire. La sua eredità non è morale né materiale, ma relazionale: insegna che l’amore non è ordine, controllo o perfezione, ma presenza.

Il salto temporale finale conferma questa idea. La famiglia sopravvive alla perdita non perché sia guarita, ma perché ha imparato a condividere il dolore. June “torna come neve a Natale”, come aveva detto: non come fantasma, ma come memoria che unisce.

Credits e dove vederlo

Regia: Kate Winslet

Sceneggiatura: Joe Anders

Cast: Kate Winslet: Julia Helen Mirren: June Timothy Spall: Bernard "Bernie" Andrea Riseborough: Molly Johnny Flynn: Connor Toni Collette: Helen
Dove vederlo: Netflix

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