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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo della lettera di Geel in Due vite parallele è un esempio di scrittura e recitazione in sottrazione. Non c’è rabbia, non c’è melodramma, ma una lucidità che taglia più di qualsiasi esplosione emotiva. Attraverso una forma educata e quasi formale, il testo racconta una scelta radicale: il rifiuto del matrimonio come atto di fedeltà a se stessi.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 43:33-45:00
Durata: 1 minuto 30 secondi
Due vite parallele è un film cileno del 2024 diretto da Maite Alberdi, tratto dal libro Las homicidas di Alia Trabucco Zerán e ispirato a un fatto di cronaca realmente accaduto nel Cile del 1955. La vicenda ruota attorno a María Carolina Geel, una scrittrice importante che, in modo sorprendente, uccide il suo amante… davanti agli occhi del pubblico in un ristorante a Santiago. La figura che osserviamo da vicino, però, non è Geel bensì Mercedes, una timida segretaria del giudice incaricato del caso. Fin dall’inizio, Mercedes appare schiacciata da una routine di doveri: lavoro ripetitivo, un marito poco attento, figli e una condizione di donna “invisibile” nella società conservatrice degli anni ’50.
Quando Mercedes si ritrova a recuperare le chiavi dell’appartamento di Geel per portarle dei vestiti, inizia a visitarlo sempre più spesso — dapprima per dovere, poi perché quell’appartamento diventa un rifugio. Qui, circondata dagli oggetti, dallo stile e dalla libertà implicita di un’altra vita possibile, Mercedes comincia a confrontarsi con la sua stessa esistenza e a mettere in discussione il ruolo che la società le ha assegnato.
In questo senso il titolo Due vite parallele non racconta tanto due mondi che si incontrano quanto due modalità di essere donna: da una parte la libertà (anche trasgressiva) incarnata da Geel, dall’altra la repressione e l’obbedienza quotidiana vissuta da Mercedes.

Roberto, ho riflettuto attentamente. E rispondo così alla tua proposta di ieri sera. Prima di tutto apprezzo il tuo atteggiamento, che rispetto ai canoni della nostra società considero molto galante. E’ lodevole, merita rispetto. E se declino la tua offerta è perché gli elementi che comprometterebbero la riuscita del nostro matrimonio sono svariati. Roberto…la mia natura… il mio carattere… le mie passioni… la mia età… la mia esperienza… sono contrarie al matrimonio. Se a tutto questo aggiungi la mia profonda serietà, sempre in conflitto con le cose e con gli altri, e un totale disincanto nei confronti della vita… accetterai che nulla in me è incline alla cosiddetta istituzione del matrimonio. Non sono io la persona che corrisponde alle tue necessità.
"Roberto, ho riflettuto attentamente." “Roberto,”: attacco diretto ma non aggressivo; pronuncia il nome come ancora (ti obblighi a restare composta). Micro-pausa subito dopo, per far sentire che stai entrando in un discorso già deciso. “ho riflettuto attentamente”: ritmo lento, sillabe pulite; fai percepire che non è impulso ma sentenza maturata. Sguardo stabile, non supplichevole.
"E rispondo così alla tua proposta di ieri sera." “E rispondo così”: tono pratico, quasi burocratico; il “così” è un sigillo, non una spiegazione. Piccola pausa su “così”. “alla tua proposta di ieri sera”: accenno temporale che richiama l’intimità, ma tu la tieni a distanza; sguardo che scivola un istante via (memoria), poi torna frontale (controllo).
"Prima di tutto apprezzo il tuo atteggiamento, che rispetto ai canoni della nostra società considero molto galante." “Prima di tutto”: impostazione da lettera formale; entra la cortesia come armatura. “apprezzo il tuo atteggiamento”: morbidezza controllata, senza calore romantico; sorriso assente o appena accennato, più educazione che tenerezza. “rispetto ai canoni della nostra società”: sottolinea “nostra” con una micro-enfasi: qui c’è il mondo che giudica. “considero molto galante”: “galante” quasi ironico ma trattenuto; non sarcasmo, piuttosto lucidità.
"E’ lodevole, merita rispetto." “È lodevole”: frase breve, come una medaglia consegnata e subito ritirata. Pausa secca dopo. “merita rispetto”: abbassa un filo il volume, come a chiudere la parentesi: “ti ho riconosciuto, ora posso procedere”.
"E se declino la tua offerta è perché gli elementi che comprometterebbero la riuscita del nostro matrimonio sono svariati." “E se declino la tua offerta”: “declino” va detto con precisione, senza colpa; è un verbo scelto apposta per non aprire discussioni. “è perché”: pausa minima prima, come a preparare la struttura logica. “gli elementi che comprometterebbero”: qui entra la mente analitica; ritmo leggermente più scandito, come elenco in arrivo. “la riuscita del nostro matrimonio”: non romanticizzare “nostro”; trattalo come concetto sociale, non come sogno. “sono svariati”: chiudi netto, senza addolcire; sguardo fermo, quasi notarile.
"Roberto…la mia natura… il mio carattere… le mie passioni… la mia età… la mia esperienza… sono contrarie al matrimonio." “Roberto…”: ripeti il nome come un gesto di rispetto prima del colpo; pausa lunga, piena di pensiero. “la mia natura… il mio carattere… le mie passioni…”: ogni segmento è una “cartella” aperta; fai micro-pause uguali, come battiti regolari. Non emotivo: ineluttabile. “la mia età… la mia esperienza…”: qui entra un’ombra: non vergogna, ma consapevolezza di essere fuori tempo rispetto alle aspettative. Sguardo che cala un istante, poi risale. “sono contrarie al matrimonio”: “contrarie” va pronunciato con durezza gentile; non “non voglio”, ma “non combacio”.
"Se a tutto questo aggiungi la mia profonda serietà, sempre in conflitto con le cose e con gli altri, e un totale disincanto nei confronti della vita…" “Se a tutto questo aggiungi”: tono da ragionamento inevitabile; come dire “fai tu la somma”. “la mia profonda serietà”: rallenta su “profonda”; è un tratto identitario, quasi una condanna. “sempre in conflitto con le cose e con gli altri”: qui può comparire un lampo di amarezza; non vittimismo, piuttosto diagnosi. Sguardo laterale, come vedessi i “conflitti” materializzarsi. “e un totale disincanto nei confronti della vita…”: “totale” è un chiodo; dopo “vita” lascia sospeso il silenzio (i puntini sono respiro trattenuto). Voce leggermente più bassa, come se dicessi qualcosa che non si confessa spesso.
"accetterai che nulla in me è incline alla cosiddetta istituzione del matrimonio." “accetterai”: non è richiesta, è previsione; lo dici come se stessi già vedendo la sua resa. “che nulla in me”: micro-enfasi su “nulla”: non c’è appiglio, non c’è eccezione. “è incline”: parola fisica: come un corpo che non piega. Dilla con calma. “alla cosiddetta istituzione del matrimonio”: “cosiddetta” va fatto sentire: è distanza ideologica, non offesa personale. Sorriso inesistente; sguardo pulito, non provocatorio.
"Non sono io la persona che corrisponde alle tue necessità." “Non sono io”: attacco definitivo, senza dramma; la chiusa deve essere semplice, quasi misericordiosa. “la persona che corrisponde”: ritmo lineare, niente enfasi: è un fatto. “alle tue necessità”: “tue” va detto con precisione, perché sposta il centro su di lui senza accusarlo. Dopo l’ultima parola: silenzio lungo, sguardo fermo, come a dire “fine”.
Questo monologo funziona perché è costruito come un atto di autodeterminazione mascherato da cortesia. In superficie è una lettera educata, quasi elegante, ma sotto scorre una decisione già presa, irrevocabile. Fin dall’attacco, “ho riflettuto attentamente”, il personaggio chiarisce che non siamo nel campo del dubbio o dell’emotività: siamo nella zona della scelta ponderata. Per l’attore questo è fondamentale, perché l’emozione non nasce dall’incertezza, ma dal peso di una verità già accettata. La prima parte del testo riconosce l’altro. Apprezzare l’atteggiamento di Roberto, definirlo “galante” e “lodevole”, non è un gesto di apertura sentimentale, ma una forma di rispetto formale, quasi un rituale sociale necessario prima di infrangere una convenzione. Qui l’interpretazione deve evitare qualsiasi calore romantico: la voce resta composta, lo sguardo pulito. È un riconoscimento che serve a legittimare ciò che verrà dopo, non a mitigarne l’impatto.
Quando il discorso entra nel rifiuto vero e proprio, il linguaggio diventa razionale, strutturato, quasi giuridico. Non si parla di sentimenti, ma di “elementi”, di “riuscita del matrimonio”, di incompatibilità. Questo spostamento lessicale è centrale: il matrimonio non è un sogno infranto, ma un’istituzione che non può funzionare con quella persona. L’attore deve sostenere questa freddezza apparente senza irrigidirsi, mantenendo un flusso naturale, come se ogni parola fosse l’unica possibile. Il cuore del monologo è l’elenco: natura, carattere, passioni, età, esperienza. Non è un accumulo emotivo, ma identitario. Ogni elemento aggiunge peso, non intensità. Qui il ritmo è tutto: pause regolari, quasi matematiche, che restituiscono l’idea di una presa di coscienza definitiva. Non c’è vergogna, non c’è ribellione plateale, solo la constatazione di essere strutturalmente incompatibile con ciò che la società si aspetta.
Quando arriva il riferimento al disincanto verso la vita, il testo si apre per un attimo su una zona più fragile, ma senza mai scivolare nel lamento. È una confessione asciutta, che non chiede comprensione. L’interpretazione deve far sentire questa crepa senza allargarla: è un’ombra che passa, non un’esplosione emotiva. La chiusura è forse la parte più difficile: “Non sono io la persona che corrisponde alle tue necessità.” È una frase semplice, quasi gentile, ma definitiva. Qui l’attore deve resistere alla tentazione di caricare il finale. La forza sta nella normalità con cui viene pronunciata, come se fosse un dato di fatto. Il silenzio dopo questa frase vale quanto il testo stesso: è lì che il monologo respira e si completa.

Nel prosieguo della storia, la relazione tra Mercedes e l’universo di Geel si fa sempre più intensa e simbolica, trascendendo il semplice interesse investigativo. Mercedes non solo si rifugia nell’appartamento ma inizia a indossare i vestiti di Geel, immaginando per sé una dimensione di autodeterminazione e di espressione personale che non ha mai sperimentato. La vita domestica e la routine di Mercedes vengono messe in discussione in modo sempre più evidente: il contrasto tra la sua quotidianità e la sensazione di libertà che percepisce negli spazi e negli oggetti di Geel diventa il centro emotivo del film. La narrazione culmina con un evento che chiude idealmente il percorso di entrambe non solo sul piano processuale ma soprattutto su quello simbolico. Dopo che Geel, inizialmente graziata dalle autorità come accadeva spesso alle donne che uccidevano, riprende poi visibilità pubblica con una pubblicazione e un successivo perdono presidenziale, Mercedes rimane scossa e insoddisfatta dalla realtà che la circonda. Nonostante le aspettative di emancipazione, geograficamente e simbolicamente Mercedes torna alla sua vita; tuttavia, la sua trasformazione interiore è reale. La scena finale vede Mercedes a un passo da quell’appartamento — luogo di fuga e di desiderio — mentre Geel stessa vi ritorna, e non come prigioniera bensì come donna libera, almeno nelle scelte che ha saputo imporre alla sua storia. Il breve scambio di sguardi tra le due, carico di rispetto e riconoscimento, suggella l’idea che le loro vite, pur differenti, hanno trovato un punto di contatto nella ricerca di autenticità.
Regista: Maite Alberdi
Sceneggiatura: Inés Bortagaray, Paloma Salas, Maite Alberdi
Cast: Elisa Zulueta (Mercedes) Pablo Macaya (Efrain); Lucas Jadue (Samuel)
Dove vederlo: Netflix

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