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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Elijah Price in Unbreakable – Il predestinato è uno dei più complessi e sottili del cinema contemporaneo. Non è un discorso emotivo, né una spiegazione narrativa, ma un ragionamento che trasforma il dolore in mito e la fragilità in sistema. Elijah usa i fumetti, la storia e la logica per costruire una visione del mondo che dia senso alla sua esistenza.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 28:35-30:45
Durata: 2 minuti 10 secondi
Contesto ideale per un attore la sensazione di essere “fuori posto” rispetto agli altri, un rapporto conflittuale con il proprio corpo, limite o fragilità
Dove vederlo:Disney+
Il film si apre con una scena chiave: un neonato nasce con gravi fratture multiple. È Elijah Price, affetto da osteogenesi imperfetta. Questa apertura non è solo narrativa: è tematica. Shyamalan introduce subito l’idea di polarità. Se esiste una fragilità assoluta, deve esistere anche il suo opposto.
Elijah cresce sapendo di essere “sbagliato” per il mondo. La sua ossessione per i fumetti nasce qui: nei fumetti, il dolore ha un senso, la diversità ha uno scopo. Anni dopo, un incidente ferroviario devasta un treno a Filadelfia: 132 morti, un solo sopravvissuto. David Dunn esce illeso. Nessuna ferita. Nessun trauma visibile. David è l’opposto di Elijah, ma non lo sa. Vive una vita spenta: matrimonio in crisi, lavoro senza passione, identità compressa. È un uomo che non si è mai posto la domanda giusta. Quel biglietto sul parabrezza è la vera chiamata all’avventura. Non parla di poteri, ma di assenza di fragilità. È una domanda semplice, destabilizzante.
L’incontro con Elijah Price avviene nella sua galleria di fumetti: un luogo simbolico, quasi sacro. Elijah non cerca prove scientifiche. Cerca strutture narrative.
Secondo lui: i fumetti sono mitologia moderna, i supereroi esistono, David è uno di loro David rifiuta l’idea. È troppo razionale, troppo umano. Ma il film dissemina indizi: forza fisica fuori scala, totale assenza di malattie, una percezione extrasensoriale: attraverso il contatto fisico, David “vede” il male negli altri Questa capacità non è spettacolare. È disturbante. È una maledizione empatica: sentire il peccato altrui. Il momento di svolta arriva quando David sceglie di agire. Non per gloria, ma per necessità morale.
Salva una famiglia da un assassino domestico. Non è un climax da blockbuster: è silenzioso, teso, reale.
Da lì: il rapporto con il figlio Joseph si rafforza, il matrimonio trova un nuovo equilibrio, David accetta di essere diverso Il poncho diventa costume.

Ho studiato a fondo il fumetto come forma espressiva. Ho passato un terzo della mia vita in un letto di ospedale senz'altro da fare che leggere. Ritengo i fumetti il nostro ultimo legame con una maniera antica di tramandare la storia. Gli egiziani disegnavano sui muri. C'è ancora nel mondo chi tramanda la conoscenza attraverso forme pittoriche. I fumetti potrebbero essere una forma di storia di cui qualcuno in qualche luogo ha avuto percezione o esperienza. In seguito quelle esperienze e quella storia stritolavano la loro macchina commerciale e sono state rese avvincenti, vivacizzate, trasformate in vignette per la vendita. Questa città ha visto la sua parte di disastri. Ho guardato le conseguenze di quell'incidente aereo, la carneficina di quell'hotel in fiamme. Ho guardato i notiziari aspettando di sentire una ben precisa combinazione di parole, ma sempre inutilmente, finché un giorno ho visto un servizio su un grave incidente ferroviario, e le ho sentite. "C'è stato un solo superstite ed è rimasto miracolosamente incolume". Ho una malattia chiamata osteogenesi imperfetta. È un disordine genetico: non produco molto bene un certo tipo di proteine e questo mi provoca una ridotta densità ossea. Ossa molto facili da rompere. Ho subito 54 fratture nella mia vita, e ho la forma più lieve di questo disordine, il tipo 1. C'è il tipo 2, il tipo 3, il tipo 4. Quelli che hanno il tipo 4 non durano molto a lungo. E poi all'improvviso mi è venuto in mente... Se esiste una persona come me nel mondo, ad una estremità dello spettro, non può esistere qualcun altro che sia l'opposto di me all'altra estremità? Uno che non si ammali mai, che non si faccia male come succede a tutti noi. E lui, probabilmente, neanche ne è consapevole. Il genere di persona che quei racconti descrivevano. Una persona mandata qui... a proteggere tutti noi. A difenderci.
“Ho studiato a fondo il fumetto come forma espressiva.”: attacco calmo, quasi didattico; sguardo “da esperto” ma non professorale; non cercare approvazione, la dai per scontata.
“Ho passato un terzo della mia vita in un letto di ospedale senz'altro da fare che leggere..”: micro-calo di voce su “letto di ospedale”; pausa dopo “ospedale”; lascia passare un’ombra (non pietà: constatazione).
“Ritengo i fumetti il nostro ultimo legame con una maniera antica di tramandare la storia.”: tono più solenne, ma contenuto; rallenta su “ultimo legame”; sguardo che include David (“nostro”), non lo mette fuori.
“Gli egiziani disegnavano sui muri.”: frase-lama, breve e iconica; piccola pausa prima e dopo; come se mostrassi un’immagine.
“C'è ancora nel mondo chi tramanda la conoscenza attraverso forme pittoriche.”: allarga il respiro; occhi che “viaggiano” un istante (come se vedessi popoli lontani); intonazione di continuità, non da lezione.
“I fumetti potrebbero essere una forma di storia di cui qualcuno in qualche luogo ha avuto percezione o esperienza.”: qui nasce l’ipotesi; sottolinea “potrebbero” (non è certezza, è intuizione); pausa breve su “qualcuno” per far entrare l’idea.
“In seguito quelle esperienze e quella storia stritolavano la loro macchina commerciale…”: leggero disgusto su “stritolavano”; fai sentire il cinismo del mondo, senza rabbia; sguardo di lato, come se vedessi l’industria.
“…e sono state rese avvincenti, vivacizzate, trasformate in vignette per la vendita.”: ritmo a tre colpi (avvincenti / vivacizzate / trasformate); ultimo colpo “per la
vendita” più secco, quasi amaro; non moralizzare: osserva.
“Questa città ha visto la sua parte di disastri.”: cambi di fuoco; torna concreto; abbassa leggermente il tono, come se entrassi in confessione.
“Ho guardato le conseguenze di quell'incidente aereo, la carneficina di quell'hotel in fiamme..”: immagini dure, ma dette con freddezza controllata; pausa dopo “incidente aereo”; su “carneficina” non spingere: è già terribile.
“Ho guardato i notiziari aspettando di sentire una ben precisa combinazione di parole…”: ossessione che emerge; lo sguardo si stringe; “ben precisa” va inciso, come un rituale.
“…ma sempre inutilmente, finché un giorno ho visto un servizio su un grave incidente ferroviario, e le ho sentite.””: piccolo crescendo; pausa su “finché un giorno”; su “le ho sentite” fai un micro-sorriso interno (non gioia: riconoscimento).
“C'è stato un solo superstite ed è rimasto miracolosamente incolume”: riportala come citazione “sacra”; tono più basso e lento; pausa prima di “miracolosamente”; occhi fissi su David (qui lo stai puntando senza accusare).
“Ho una malattia chiamata osteogenesi imperfetta.”: ritorno al corpo; pronuncia il nome con precisione clinica; niente autocommiserazione.
“È un disordine genetico: non produco molto bene un certo tipo di proteine…”: tono tecnico come armatura; ritmo regolare; sguardo leggermente distante, come se recitassi una diagnosi già sentita mille volte.
“…e questo mi provoca una ridotta densità ossea.”: scendi di mezzo tono su “ridotta”; breve pausa dopo; lascia che l’immagine “svuoti” la stanza.
“Ossa molto facili da rompere.”: frase corta, quasi infantile nella semplicità; stacca;
lo sguardo torna a David per misurare l’impatto.
“Ho subito 54 fratture nella mia vita…”: numero detto senza orgoglio, ma con precisione; pausa dopo “54”; come una contabilità del dolore.
“…e ho la forma più lieve di questo disordine, il tipo 1.”: qui c’è ironia tragica; accenno di sorriso spento su “più lieve”; sottolinea “tipo 1” come se fosse assurdo chiamarlo “lieve”.
“C'è il tipo 2, il tipo 3, il tipo 4.”: elenco martellante, quasi da referto; micro-pausa tra i tipi; non accelerare troppo: è un conto alla rovescia.
“Quelli che hanno il tipo 4 non durano molto a lungo.”: abbassa lo sguardo un istante; voce più morbida, rispettosa; poi risali: non restare nel lutto, perché Elijah non ci resta mai.
“E poi all'improvviso mi è venuto in mente…”: qui il monologo cambia natura: dall’anamnesi alla rivelazione; pausa lunga dopo i puntini; occhi che si accendono (una scintilla controllata).
“Se esiste una persona come me nel mondo, ad una estremità dello spettro…””: costruzione logica, ma guidata da bisogno; “una persona come me” va detta piano, quasi temendo di dirlo; gesto minimo della mano, come a indicare un polo.
“…non può esistere qualcun altro che sia l'opposto di me all'altra estremità?””: domanda retorica, ma è una preghiera; sguardo diretto su David; lascia sospeso il punto interrogativo (non chiudere subito).
“Uno che non si ammali mai, che non si faccia male come succede a tutti noi.””: qui c’è invidia mascherata da teoria; “tutti noi” include il pubblico, include David: fallo inclusivo, non accusatorio.
“E lui, probabilmente, neanche ne è consapevole.””: abbassa la voce, confidenziale; un mezzo sorriso: è la parte seduttiva del discorso (lo rende inevitabile).
“Il genere di persona che quei racconti descrivevano.”: tono da mito; rallenta su “quei racconti”; sguardo verso i fumetti/lo spazio, come se li vedessi sulle pareti.
“Una persona mandata qui…”: pausa dopo “qui”; la parola “mandata” è importante: suggerisce destino, missione; non spingere, lascia che sia inquietante.
“…a proteggere tutti noi.”: voce più calda; “tutti noi” è il gancio emotivo; occhi che cercano reazione in David (è quasi una richiesta di sì).
“A difenderci.”: chiusa corta, definitiva; tono basso e fermo; non enfatizzare: lascia un silenzio lungo dopo, come se avessi appena pronunciato una verità troppo grande per la stanza.
Questo monologo funziona perché non è mai un vero monologo esplicativo, ma un percorso mentale condiviso. Elijah non parla a David: parla con David, trascinandolo dentro una logica che sembra razionale, storica, quasi accademica, ma che in realtà nasce da una ferita profonda e personale. L’attore deve tenere sempre presente che ogni riferimento ai fumetti, alla storia dell’arte, alle immagini antiche non è un esercizio intellettuale, bensì un modo per nobilitare la propria sofferenza, per darle una forma accettabile. La prima parte del discorso è costruita come una lezione pacata. Elijah si presenta come qualcuno che ha osservato il mondo a lungo, da una posizione forzatamente immobile. L’ospedale diventa il luogo della contemplazione, non del vittimismo. È fondamentale che l’attore non carichi emotivamente questo passaggio: Elijah non chiede compassione, sta preparando il terreno, sta costruendo autorevolezza. Il sottotesto è: io so di cosa parlo, perché ho avuto tempo per guardare.
Quando il discorso si sposta sui disastri della città, il monologo cambia lentamente temperatura. Qui emerge l’ossessione: Elijah non guarda le tragedie con orrore, ma con attesa. È un punto delicatissimo dal punto di vista attoriale, perché il personaggio non deve apparire disturbato, ma coerente. Sta cercando un segno, una conferma che dia senso alla propria esistenza. L’attore deve far sentire che Elijah non gode della morte altrui, ma della possibilità che il mondo segua una struttura comprensibile. L’ingresso della malattia segna il momento in cui il discorso diventa intimo senza diventare emotivo. Elijah parla del proprio corpo come di un dato scientifico, quasi burocratico. È una strategia di difesa: se lo raccontasse con dolore, perderebbe il controllo del discorso. Qui l’attore deve evitare qualsiasi compiacimento drammatico. La forza del monologo sta proprio nel contrasto tra la gravità di ciò che viene detto e la calma con cui viene pronunciato. La svolta arriva con l’ipotesi dello “spettro”. In questo punto il monologo smette di essere descrittivo e diventa mitologico. Elijah formula una domanda che sembra logica, ma è in realtà una necessità emotiva: se lui esiste come anomalia, allora deve esistere un opposto. Non è una teoria scientifica, è un atto di fede laica. L’attore deve far emergere questa transizione con estrema finezza: non è un’illuminazione euforica, ma una scoperta che calma, che ordina il caos.
Nel finale, quando Elijah descrive l’eroe come una figura inconsapevole, mandata a proteggere gli altri, il monologo si rivela per ciò che è davvero: una dichiarazione indiretta d’identità. Elijah non sta solo parlando di David, sta parlando di sé. Sta scegliendo il proprio ruolo nel mondo. La chiusura non va “spinta”: deve lasciare un silenzio carico, perché quello che Elijah ha appena fatto è assegnare un destino, non raccontare una storia.

Il vero twist non riguarda David. Riguarda Elijah. In un ultimo incontro, un semplice contatto fisico rivela la verità: Elijah è il responsabile degli attentati, incluso l’incidente ferroviario. Lo ha fatto per un solo motivo: trovare la prova che lui non è un errore. Elijah non è pazzo nel senso classico. È coerente. Ha sacrificato vite per dare senso alla propria esistenza. E quando capisce di aver trovato il suo opposto, accetta il ruolo finale: “Io sono il cattivo.”
Nasce Mr. Glass. Ribalta la struttura del mito: il villain è il creatore dell’eroe. Trasforma il supereroe in testimone morale, non in giustiziere. Usa un gesto minimo (una stretta di mano) come rivelazione totale David se ne va in silenzio. Non c’è trionfo. Solo consapevolezza. Unbreakable non chiede: “E se esistessero i supereroi?” Chiede qualcosa di più inquietante: E se tu fossi speciale… ma avessi paura di esserlo? Ed è per questo che, ancora oggi, resta uno dei film più maturi e radicali mai fatti sul mito del supereroe.
Regista: M. Night Shyamalan
Produttore: M. Night Shyamalan, Sam Mercer, Barry Mendel
Cast: Bruce Willis: David Dunn Samuel L. Jackson: Elijah Price / L'uomo di vetro Robin Wright Penn: Audrey Dunn Spencer Treat Clark: Joseph Dunn
Dove vederlo: Disney+

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