Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Questo monologo ti chiede di mostrare rabbia, ferita narcisistica, umiliazione, fame di status e perfino comicità senza mai trasformarti in macchietta. Se stai cercando un monologo Emily Il Diavolo veste Prada che faccia emergere controllo, sarcasmo e vulnerabilità compressa, questo pezzo funziona davvero. Nel film del 2006 diretto da David Frankel, Emily Blunt si prende la scena in poco più di un minuto e ti ricorda una cosa semplice: l’ira, quando è precisa, vale più di dieci pianti.
Film/Serie: Il Diavolo veste Prada (The Devil Wears Prada)
Personaggio: Emily Charlton
Attore/Attrice: Emily Blunt
Minutaggio: 1:11:37 - 1:12:58
Durata monologo: 1 minuto e 21 secondi
Difficoltà: 7/10 — rabbia lucida, ironia, ritmo spezzato
Emozioni chiave: rancore, delusione, gelosia, disprezzo, frustrazione
Adatto per: provini brillanti, ruoli da assistente/antagonista, personaggi iper-controllati, scene di conflitto femminile
Dove vederlo: Disney+
Nota utile: la scena si svolge con Emily in ospedale dopo l’incidente, mentre affronta Andy sul viaggio a Parigi; nello script la vediamo a letto, senza trucco, apparentemente più fragile del solito, ma verbalmente ancora affilatissima.
Per capire questo monologo basta sapere tre cose. Emily è la prima assistente di Miranda, vive per quel lavoro e per l’idea di andare a Parigi con lei. Quando capisce che quel posto sta per finire ad Andy, per lei non è una semplice sostituzione professionale: è un tradimento identitario.
La scena arriva quando Emily è ricoverata in ospedale. Nello script originale Andy la raggiunge e Emily, dal letto, esplode: accusa Andy di essersi piegata proprio a quel mondo che prima giudicava con distacco. Il punto importante, per un attore, è questo: Emily non sta litigando solo per Parigi. Sta dicendo “tu hai preso il mio posto” ma soprattutto “tu sei diventata come noi dopo aver finto di esserne migliore”.

Me ne frego se poi ti avrebbe licenziato o picchiato con una spranga incandescente, dovevi dirle di no!
Oh, ti prego. Questa scusa è patetica!
La cosa che mi rompe, di tutta questa storia è che… (pausa) voglio dire, tu sei quella che ha detto che non te ne importa un tubo di questa roba.
E non te ne frega niente della moda, tu vuoi solo fare la giornalista… con montagne di boiate!
Ammettilo, Andy. Tu ti sei venduta l’anima il giorno che ti sei messa il primo paio di Jimmy Choo, ti ho visto.
E lo sai cosa mi uccide di tutta questa storia?! Che i vestiti che ti daranno, cioè… tu non te li meriti!
Tu mangi i carboidrati, Cristo Santo! Dio! Non è giusto…
(pausa breve, chiusura fredda) Vattene.
Ho detto, vattene.
“Me ne frego se poi ti avrebbe licenziato o picchiato con una spranga incandescente, dovevi dirle di no!”: Qui non partire urlando al massimo. Parti già alta, sì, ma con controllo. Il bersaglio non è “Miranda è cattiva”: il bersaglio è “tu non hai combattuto”. Sottolinea “dovevi” con una lama nella voce. Il busto può restare fermo, quasi rigido: più trattieni il corpo, più la rabbia fa male.
“Oh, ti prego. Questa scusa è patetica!”: Taglia il ritmo. Dopo la frase lunga prima, qui serve una frustata secca. “Oh, ti prego” con un mezzo sguardo laterale, quasi nauseato. Su “patetica” evita il volume e scegli il disprezzo: fa più male detta bassa che gridata.
“La cosa che mi rompe, di tutta questa storia è che…”: Qui entra la parte migliore del pezzo. Non devi avere fretta. La pausa dopo “è che…” è fondamentale: Emily cerca le parole giuste perché il colpo vero sta arrivando. Lo sguardo può abbassarsi un attimo, come se stesse mettendo ordine nella ferita.
“voglio dire, tu sei quella che ha detto che non te ne importa un tubo di questa roba.”: Questa non è più rabbia pura: è un atto d’accusa. Lavora sul pronome “tu”. Devi far sentire che Emily ha archiviato ogni frase di Andy e adesso gliela restituisce contro. Tono più freddo, quasi processuale.
“E non te ne frega niente della moda, tu vuoi solo fare la giornalista…”: Qui il ritmo accelera. Emily imita il discorso morale di Andy e lo svuota. Attenzione a non fare caricatura: non imitare con vocina. Basta una minima inflessione ironica su “fare la giornalista”. Il sottotesto è: “ti credevi migliore di noi”.
“…con montagne di boiate!”: Questa è la prima vera coltellata emotiva. Puoi sporcare leggermente la voce, quasi perdere eleganza. È il momento in cui Emily smette di voler sembrare impeccabile. Un piccolo scatto del mento in avanti aiuta.
“Ammettilo, Andy.”: Rallenta. Questa frase è piccola ma centrale. Guardala dritta. Nessun gesto superfluo. È una richiesta che in realtà è una condanna già emessa.
“Tu ti sei venduta l’anima il giorno che ti sei messa il primo paio di Jimmy Choo, ti ho visto.”: Qui c’è il cuore del monologo, anche nello script originale: Emily collega la trasformazione di Andy al suo primo cedimento visibile dentro quel mondo. Su “venduta l’anima” non cercare il melodramma: dillo quasi come una diagnosi. “Ti ho visto” invece va chiuso piano, con precisione, come una prova che annulla ogni difesa. È la frase che inchioda l’altra.
“E lo sai cosa mi uccide di tutta questa storia?!”: Torna il caos. Ma attenzione: non è la stessa energia dell’inizio. Qui c’è qualcosa di più infantile, più scoperto. Emily non vuole più sembrare superiore; sta confessando che rosica, e proprio per questo diventa umana. Io credo che molti attori sbaglino qui alzando solo il volume: invece serve la crepa.
“Che i vestiti che ti daranno, cioè… tu non te li meriti!”: Bellissima battuta perché è ridicola e tragica insieme. Fermati su “cioè…” come se Emily si vergognasse quasi della propria ossessione, ma non potesse impedirsi di dirla. “Non te li meriti” va detto come una bambina derubata del regalo promesso. Tenetela a mente, questa sfumatura: non è moda, è appartenenza.
“Tu mangi i carboidrati, Cristo Santo! Dio! Non è giusto…”: Qui c’è la battuta che tutti ricordano. Nello script originale il colpo arriva mentre Emily sta mangiando a letto, dettaglio che rende la scena ancora più velenosa e buffa insieme. Non strafare con la punchline. “Tu mangi i carboidrati” va quasi sputata, incredula. Poi “Non è giusto…” deve calare, non salire: è lì che capiamo che sotto il sarcasmo c’è il lutto per un sogno perso.
“Vattene.”: Piccola, secca, svuotata. Dopo il picco emotivo, Emily crolla nel gelo. Non accompagnarla con grandi gesti. Più è piatta, più funziona.
“Ho detto, vattene.”: Qui non aumentare la rabbia: aumenta l’autorità. È la frase di chi vuole salvare l’ultimo brandello di dignità. Sguardo fisso, voce bassa, punto finale.
Questo monologo è interessante perché lavora tutto sul sottotesto della gerarchia. In superficie Emily parla di Parigi, dei vestiti, dei Jimmy Choo. Ma il punto chiave è un altro: Andy, entrando davvero nel sistema, ha rotto il patto implicito che aveva con lei. Prima era “l’esterna”, quella che giudicava tutto. Ora è diventata concorrente. E per Emily questo è insopportabile.
Io credo che il cuore di questa scena sia la delusione travestita da snobismo. Emily non è solo cattiva. È una persona che ha costruito la propria identità sul sacrificio, sul controllo del corpo, sulla devozione assoluta al lavoro. Quando vede Andy ottenere ciò che lei desiderava, e per di più dopo aver finto superiorità morale, esplode.
L’errore più comune sarebbe giocarlo tutto come una litigata brillante. No. Se fai solo la battuta sui carboidrati, il pezzo si svuota. Attenzione a non cadere nella trappola di fare Emily come una caricatura fashion. Qui c’è una ragazza umiliata che usa il sarcasmo come ultima arma. E proprio per questo il monologo regge ancora oggi.

Funziona per:
provini per ruoli femminili brillanti ma feriti
personaggi competitivi, assistenti, sorelle, rivali, donne ad alto controllo
self tape che richiedono cambio di ritmo e sottotesto
studio sul sarcasmo come difesa emotiva
Evitalo se:
ti chiedono un pezzo intimo e sottratto
il casting cerca naturalismo puro e linguaggio quotidiano
non sai gestire bene ironia e rabbia nella stessa battuta
Si abbina bene con: un secondo monologo più vulnerabile e silenzioso, magari tratto da un drama indipendente, così mostri contrasto vero.
Monologo di Miranda da Il Diavolo veste Prada — potere freddo, controllo assoluto
Monologo di Amy da Gone Girl — rabbia lucida, identità costruita
Monologo di Jo da Piccole donne — ambizione femminile, orgoglio e crepa
Se lavori su questo pezzo, concentrati meno sulla moda e più sulla perdita di status. È lì che il monologo prende vita. Emily Blunt lo rende memorabile perché non recita solo un insulto: recita una ferita che cerca disperatamente di restare elegante.

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