Articolo a cura di...
~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Evenildo in Emergenza Radioattiva è uno dei momenti più intensi della serie, perché mette in scena una confessione costruita sulla colpa, sulla perdita e sul bisogno disperato di perdono. Non è un discorso lineare, ma un flusso emotivo che alterna controllo e crollo, memoria e presente.
Minutaggio: 15:20 - 17:24
Durata: Circa due minuti
Il finale di Emergenza Radioattiva apre su un nuovo conflitto: quello territoriale. I residenti della Serra do Cachimpo si oppongono alla decisione del governatore di trasformare la loro terra in un deposito nucleare. La crisi non è più solo sanitaria, ma anche politica e sociale.
Nel frattempo, la tragedia raggiunge il suo punto più duro: Antonia e Celeste muoiono. Due perdite simboliche, che segnano il cuore della serie. Antonia è la coscienza che ha permesso di scoprire il disastro, Celeste l’innocenza travolta da qualcosa di invisibile.
Il funerale si trasforma in un momento di tensione collettiva: la paura della contaminazione supera il rispetto per il lutto. Anche i corpi diventano una minaccia.
In ospedale, la situazione resta instabile: alcuni pazienti migliorano grazie al farmaco sperimentale, altri peggiorano. La linea tra vita e morte resta sottilissima.
Marcio viene dimesso ma torna subito sul campo, mentre il conflitto tra il governatore e Orenstein si intensifica. Senza una normativa chiara, la gestione dei rifiuti diventa una decisione politica più che scientifica.
Evenildo affronta il proprio senso di colpa nel confronto con il fratello Joao. È un momento centrale: non cerca giustificazioni, ma accetta il peso delle sue azioni.
Le accuse legali contro Orenstein complicano ulteriormente la situazione, mentre il governo impone agli stati la gestione autonoma dei rifiuti nucleari.
La soluzione arriva in modo drastico: lo smaltimento avviene di notte, senza consenso pubblico. Una scelta rischiosa, ma necessaria.
In parallelo, l’operazione su Carlos segna una svolta: il farmaco funziona, e anche il medico russo si unisce definitivamente al team.
Il disastro non si ferma, ma inizia finalmente a essere contenuto.

Volevo vederti, parlarti. E…leggerti una cosa che ti ho scritto. Posso? Vado. Ora il mio amore vive in silenzio. Dicono che è diventato un ricordo, una stella nel cielo. Una eroina. Io volevo solo che rimanesse in vita. Ciò che volevo davvero era che Antonia e Celeste fossero in giardino a cantare e ballare, però non ci sono…no. Ciò che avrei voluto scrivere ma non mi è riuscito, dopo tutta questa disgrazia è che non passa giorno in cui non pensi…che se io non avessi comprato quel dannatissimo portapranzo…che sia maledetto. Tutto questo non sarebbe successo. Senti, io…io sto di merda, perchè…ho fatto una cazzata enorme, cazzo. Io…ecco, io so che…che non sei tenuto a perdonarmi ma sappi che, ad ogni modo, continuerò a scusarmi comunque, chiaro? Mi dispiace davvero tanto Joa, cazzo…mi dispiace davvero tanto. Ma ti dirò anche che, secondo me, non devi lasciarti andare…perchè sembra che ti sia arreso. Ma devi rimetterti in piedi Joa, chiaro? Tira fuori le unghie e combatti, cazzo! Io…Io non lo so se potrei sopportare l’idea di perdere anche te. Non ce la farei. Ti prego, perdonami. Perdonami.
“Volevo vederti, parlarti. E… leggerti una cosa che ti ho scritto. Posso? Vado.”: attacco esitante; micro-pausa dopo “parlarti”; lo sguardo cerca permesso ma evita il contatto diretto; “Posso?” è reale, non retorico; “Vado” è un piccolo salto nel vuoto: decisione.
“Ora il mio amore vive in silenzio.”: tono abbassato; ritmo lento; “amore” non romantico ma familiare: appoggio emotivo sulla parola; pausa dopo “silenzio”.
“Dicono che è diventato un ricordo, una stella nel cielo. Una eroina.”: leggero distacco; quasi ripetizione di frasi sentite da altri; micro-ironia amara su “eroina”; lo sguardo si allontana: non crede fino in fondo a queste parole.
“Io volevo solo che rimanesse in vita.”: ritorno al personale; “solo” carico; sguardo diretto; voce più piena ma trattenuta.
“Ciò che volevo davvero era che Antonia e Celeste fossero in giardino a cantare e ballare, però non ci sono… no.”: immagine concreta: cambia energia; accenno di sorriso spezzato; pausa netta prima di “no”; quel “no” è accettazione forzata.
“Ciò che avrei voluto scrivere ma non mi è riuscito, dopo tutta questa disgrazia…”: inizio più mentale; ritmo leggermente più veloce; sta perdendo controllo del discorso; pausa sospesa su “disgrazia”.
“…è che non passa giorno in cui non pensi…”: rallenta; entra nel pensiero ossessivo; sguardo basso; tono più intimo.
“…che se io non avessi comprato quel dannatissimo portapranzo…”: picco di colpa; “io” sottolineato; rabbia su “dannatissimo”; tensione nel corpo (mani, mascella).
“…che sia maledetto.”: rilascio breve ma violento; quasi sussurrato; più odio verso l’oggetto che verso sé stesso.
“Tutto questo non sarebbe successo.”: frase piatta, svuotata; senza enfasi; è una verità che si è già detto mille volte.
“Senti, io… io sto di merda, perché…”: rottura del controllo; cambio ritmo; più diretto; ripetizione “io” = difficoltà a esporsi.
“…ho fatto una cazzata enorme, cazzo.”: esplosione; volume più alto; non elegante → reale; subito dopo, piccolo vuoto.
“Io… ecco, io so che…”: rientro; cerca le parole; rallenta; sguardo evita.
“…che non sei tenuto a perdonarmi…”: accettazione; tono basso; sguardo diretto ma fragile.
“…ma sappi che, ad ogni modo, continuerò a scusarmi comunque, chiaro?”: bisogno di essere ascoltato; “chiaro?” non aggressivo ma disperato; micro-pausa prima.
“Mi dispiace davvero tanto Joa, cazzo… mi dispiace davvero tanto.”: ripetizione = verità; non cambiare troppo tono; lascia che cada; leggero cedimento fisico.
“Ma ti dirò anche che, secondo me, non devi lasciarti andare…”: cambio direzione → ora si prende cura dell’altro; energia più attiva; sguardo più stabile.
“…perché sembra che ti sia arreso.”: osservazione sincera; tono fermo ma non accusatorio.
“Ma devi rimetterti in piedi Joa, chiaro?”: più diretto; leggero aumento di volume; “chiaro?” più deciso rispetto a prima.
“Tira fuori le unghie e combatti, cazzo!”: picco energetico; rabbia positiva; quasi scuote l’altro; corpo più presente.
“Io… Io non lo so se potrei sopportare l’idea di perdere anche te.”: crollo immediato dopo il picco; rallenta molto; paura pura; pausa dopo “Io”.
“Non ce la farei.”: secco; quasi senza voce; verità nuda.
“Ti prego, perdonami.”: sguardo diretto; vulnerabilità totale; pausa dopo.
“Perdonami.” eco; ancora più piano; lascia spazio al silenzio finale → fondamentale non riempirlo.
Questo monologo funziona perché non è costruito come una confessione lineare, ma come un continuo tentativo di stare in piedi mentre si crolla. Evenildo non arriva preparato: arriva perché ha bisogno. E questa è la prima chiave attoriale. L’ingresso “Volevo vederti, parlarti…” non è un’apertura elegante, è un approccio fragile, quasi impacciato, in cui cerca il permesso di esistere davanti all’altro. Il “Posso?” è reale: non sta recitando una lettera, sta verificando se ha ancora diritto di parlare.
Da lì, il monologo si muove su un doppio binario: quello delle frasi “imparate” e quello della verità personale. Quando dice “Dicono che è diventato un ricordo… una eroina”, non sta davvero parlando lui. Sta riportando un linguaggio esterno, quasi istituzionale, che però non gli appartiene. E infatti subito dopo lo smonta: “Io volevo solo che rimanesse in vita.” Qui il tono cambia, si abbassa, si semplifica. È il primo momento in cui il personaggio si toglie la maschera.
La parte centrale del monologo è costruita sulla memoria concreta: il giardino, Antonia e Celeste che cantano e ballano. Non è nostalgia generica, è immagine precisa. Ed è proprio questa precisione a rendere insopportabile il passaggio al “però non ci sono… no.” Quel “no” è fondamentale: non è una parola, è un tentativo di negazione che fallisce in tempo reale.
Poi entra il vero motore del monologo: la colpa. Non una colpa vaga, ma una colpa con un oggetto preciso, il portapranzo. È qui che il ritmo si spezza. Le frasi si accorciano, si inceppano, si ripetono. “Se io non avessi comprato…” non è solo un pensiero, è un loop mentale. L’attore qui non deve “spiegare”, ma lasciar emergere l’ossessione. La rabbia su “che sia maledetto” non è teatrale, è quasi privata, come se Evenildo parlasse più a sé stesso che all’altro.
Il passaggio “io sto di merda… ho fatto una cazzata enorme” segna un cambio netto: dal dolore alla confessione. È il momento più diretto, meno filtrato. Il linguaggio si sporca, diventa quotidiano, volgare nel senso più umano del termine. Qui non c’è costruzione, c’è bisogno di dire. Ed è importante non “recitarlo troppo”: più è semplice, più funziona.
Subito dopo, però, Evenildo fa qualcosa di interessante: non si limita a chiedere perdono, ma lo relativizza. “So che non sei tenuto a perdonarmi.” Questa frase cambia la dinamica. Non sta imponendo una richiesta, sta riconoscendo una distanza. Ma subito dopo la contraddice: “continuerò a scusarmi comunque”. È un bisogno che non si risolve, che continua.
La parte successiva introduce un ribaltamento: Evenildo smette di parlare di sé e si rivolge a Joa. È un passaggio fondamentale perché sposta l’energia. Non è più solo colpa, diventa paura. “Non devi lasciarti andare” non è un consiglio, è una reazione al rischio di perdere anche lui. Quando alza il tono con “combatti, cazzo!”, non è aggressività: è disperazione attiva, è il tentativo di tenere in vita l’altro.
E infatti subito dopo arriva il crollo. “Io non lo so se potrei sopportare l’idea di perdere anche te.” Qui il personaggio si svuota. Non c’è più struttura, non c’è più difesa. La frase “Non ce la farei” è forse la più vera di tutto il monologo proprio perché è la più semplice. La chiusura “Perdonami” ripetuta due volte non è retorica. La prima è una richiesta, la seconda è un eco. È più bassa, più fragile, più definitiva. E soprattutto lascia spazio al silenzio. Ed è lì che il monologo continua davvero.

Il finale di Emergenza Radioattiva non chiude con una soluzione semplice, ma con una presa di coscienza.
Orenstein decide di assumersi la responsabilità, rifiutando di scaricare le colpe su altri. Il suo discorso chiarisce il punto centrale della serie: il disastro non è causato da una sola persona, ma da una catena di errori e negligenze.
Il ricordo di Antonia diventa simbolico: è grazie a lei se la tragedia è stata riconosciuta e contenuta. La sua morte non è solo perdita, ma anche eredità.
Parallelamente, Marcio rappresenta il futuro. Riesce a convincere la popolazione ad accettare il deposito, dimostrando che la fiducia è l’unico strumento davvero efficace in una crisi del genere.
In ospedale, i primi segnali di guarigione – come quello di Joao – aprono uno spiraglio di speranza. Il farmaco sperimentale segna una svolta concreta.
Le accuse contro Orenstein vengono ritirate, ma il sistema resta sotto osservazione. Non c’è assoluzione, solo consapevolezza.
Il finale si sposta poi sul piano umano: Marcio torna da Bianca, le famiglie si ricompongono, i sopravvissuti cercano di andare avanti. Non c’è ritorno alla normalità, ma c’è una nuova forma di equilibrio. Il senso del finale è chiaro: non si esce indenni da un disastro, ma si può scegliere come affrontarne le conseguenze.
Regia: Fernando Coimbra, Iberê Carvalho
Un soggetto di: Gustavo Lipsztein
Produzione: Caio Gullane, Fabiano Gullane
Cast: Johnny Massaro, Paulo Gorgulho, Tuca Andrada, Bukassa Kabengele
Dove vederlo: Netflix

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