Monologo finale Ad Astra: analisi attoriale e significato profondo

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~ LA REDAZIONE DI RC

Analisi del monologo di Roy in "Ad Astra"

Analizzare il monologo finale di Ad Astra non significa spiegare cosa prova Roy McBride, ma capire come un attore può abitare uno stato di accettazione profonda senza cadere nell’enfasi. Questo testo chiude il film non con un’esplosione emotiva, ma con una dichiarazione di presenza, lucidità e scelta. È un monologo difficile proprio perché chiede controllo, ascolto e verità interiore.

  • Scheda del monologo

  • Contesto del film

  • Testo del monologo (estratto+note)

  • Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa

  • Finale del film (con spoiler)

  • Credits e dove trovarlo

Scheda del monologo

Film: Ad astra
Personaggio: Roy
Attore: Brad Pitt

Minutaggio: 1:51:50-1:52:39

Durata: 40 secondi

Difficoltà 6,5/10 – controllo assoluto + verità profonda

Emozioni chiave Accettazione, presenza, sollievo silenzioso, tenerezza trattenuta, coraggio quieto

Contesto ideale per un attore nell’interpretarlo provino per ruoli introspettivi / drammatici maturi; voce interiore e monologo intimo

Dove vederlo:Disney+

Contesto del film "Ratatuille"

Formalmente Ad Astra racconta una missione di salvataggio: fermare i picchi d’energia che minacciano la Terra. Ma narrativamente il film è strutturato come una discesa nell’identità di Roy McBride. Roy è un astronauta perfetto: battito sotto controllo, voce neutra, emozioni represse. È l’erede diretto di un mito, il padre Clifford, l’uomo che ha spinto l’umanità più lontano di chiunque altro. E proprio qui nasce il primo tema chiave: l’eredità emotiva.

Ogni tappa del viaggio non è solo geografica, ma simbolica: La Terra è il luogo della funzione e del dovere. La Luna è già un mondo degradato, colonizzato, violento: la fine del sogno. Marte è l’isolamento emotivo, il punto in cui Roy perde il controllo e “fallisce” come ingranaggio perfetto. Nettuno è l’abisso: la verità ultima sul padre e su se stesso. La missione LIMA non è più una ricerca di vita aliena, ma una ossessione cieca, portata avanti da Clifford anche a costo di annientare ogni legame umano. Quando Roy scopre la verità sull’ammutinamento e sull’uccisione dell’equipaggio, il film compie una svolta netta: il padre non è un eroe tragico, ma l’incarnazione dell’astronauta disumanizzato. Clifford ha sacrificato tutto, colleghi, famiglia, affetti, sull’altare di un’idea: dimostrare che non siamo soli nell’universo. Ma i dati dicono il contrario. E lui non riesce ad accettarlo.

Testo del monologo + note

Sono stabile, calmo. Ho dormito bene. Nessun incubo. Sono attivo e… impegnato. Sono attento a cosa mi circonda, e a chi è nelle mie vicinanze. Sono vigile. Sono concentrato sull’essenziale, a discapito di tutto il resto. Sono incerto sul futuro, ma non mi preoccupo. Mi affiderò agli affetti più cari. E condividerò i loro fardelli come loro i miei. Io vivrò e amerò. Inoltra. 

Sono stabile, calmo.”: attacco asciutto, quasi clinico; appoggia “stabile” e lascia una micro-pausa prima di “calmo”; sguardo fermo, non fiero: è una constatazione conquistata.



Ho dormito bene.”: abbassa il volume di mezzo tono, come se fosse la prima prova concreta; un cenno minimo del capo (quasi impercettibile) a sigillare l’affermazione.



Nessun incubo.”: frase corta, tagliata; pausa prima di “incubo” come a verificare dentro; non sorridere: è sollievo sobrio, non compiacimento.

Sono attivo e… impegnato.”: il “e…” è un inciampo voluto, umano; piccolo respiro in sospensione sul puntino; “impegnato” deve suonare come scelta, non come dovere.

Sono attento a cosa mi circonda, e a chi è nelle mie vicinanze.”: allarga leggermente il campo con lo sguardo (non teatralmente); accento su “chi”; tempo più lento nella seconda metà, come se nominasse finalmente le persone.

Sono vigile.”: secca, verticale; un appoggio pieno sul diaframma; niente enfasi militare: è vigilanza emotiva, non controllo.

Sono concentrato sull’essenziale, a discapito di tutto il resto.”: “essenziale” va detto con calma e peso; breve pausa dopo “essenziale”; su “a discapito” evita durezza: è un costo accettato, non un sacrificio eroico.

Sono incerto sul futuro, ma non mi preoccupo.”: qui entra la fragilità; ammorbidisci la voce su “incerto”; pausa prima di “ma”; “non mi preoccupo” non è negazione, è affidamento—lascia uscire un respiro lungo alla fine.

Mi affiderò agli affetti più cari.”: cambio di temperatura: più caldo, più vicino; “affiderò” deve avere un micro-tremore controllato; sguardo non alto, ma frontale, come a guardare qualcuno che c’è davvero.

“E condividerò i loro fardelli come loro i miei.”: legato, senza fretta; appoggia “loro” due volte (prima e dopo) per dare reciprocità; piccolo cenno di riconoscimento su “i miei”, come una confessione finalmente permessa.

Io vivrò e amerò.”: fai spazio prima di dirlo: respiro pieno, pausa netta; “vivrò” è radicato, “amerò” è più morbido e rischioso; dopo la frase, silenzio che resta—non riempirlo.

Inoltra.”: gesto minimo (un click mentale); tono neutro, quasi quotidiano; non chiudere “da film”: è una porta che si apre, non un punto esclamativo.

Analisi del monologo di Roy in "Ad astra"

Il monologo finale di Roy McBride in Ad Astra non è una dichiarazione emotiva, ma una verifica di stato. Ogni frase sembra rispondere a una domanda che il personaggio si è posto per tutta la vita: sono davvero presente? La stabilità e la calma non arrivano come traguardi eroici, ma come conseguenza di un dolore attraversato fino in fondo. “Ho dormito bene” e “nessun incubo” non parlano del sonno, ma della fine di un conflitto interiore: Roy non è più perseguitato dall’ombra del padre né dalla necessità di controllare tutto. Quando afferma di essere “attivo e impegnato”, l’esitazione nel mezzo (“e…”) rivela una conquista fragile ma autentica: non è più programmato, è coinvolto. L’attenzione verso ciò che lo circonda e verso le persone segna una svolta decisiva rispetto all’isolamento emotivo che lo ha definito fino a quel momento. La vigilanza non è più militare, ma umana: Roy non sorveglia, ascolta.

La frase sull’essenziale è centrale perché chiarisce il prezzo del cambiamento: scegliere significa rinunciare. Tuttavia, non c’è amarezza, solo lucidità. Anche l’incertezza sul futuro non genera più ansia, perché per la prima volta Roy accetta di non avere risposte. Il passaggio chiave è l’affidamento agli affetti: è il punto in cui il personaggio smette di bastare a se stesso e riconosce la reciprocità come valore. Il monologo si chiude con una scelta, non con una promessa. “Io vivrò e amerò” non ha il tono di una rinascita trionfale, ma quello di una decisione quotidiana, consapevole e vulnerabile. “Inoltra” riporta tutto a terra: la vita continua, non come epica, ma come presenza. È qui che il film trova la sua verità più profonda.

Finale del film "Ad astra"

La scena finale tra Roy e Clifford è il cuore emotivo del film. Non c’è scontro, non c’è redenzione. C’è una scelta. Clifford rifiuta il ritorno. Non perché non possa, ma perché non vuole. Tornare significherebbe accettare il fallimento della sua visione, riconoscere che l’amore umano aveva più valore della scoperta scientifica. Roy, invece, fa l’opposto del padre per la prima volta nella sua vita. Quando lo lascia andare nello spazio profondo, Roy: rinuncia al mito paterno, interrompe una linea di freddezza emotiva, accetta il dolore come prezzo della vita È un gesto devastante, ma necessario. Non è un abbandono: è una liberazione reciproca.

Credits e dove vederlo

Regista: James Gray

Sceneggiatura: James Gray, Ethan Gross

Cast: Brad Pitt: maggiore Roy McBride Tommy Lee Jones: H. Clifford McBride Ruth Negga: Helen Lantos Liv Tyler: Eve McBride Donald Sutherland: colonnello Thomas Pruitt

Dove vederlo: Disney+

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