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~ LA REDAZIONE DI RC
Il monologo di Helen in Goodbye June è uno dei momenti più vulnerabili e dolorosamente umani del film, perché racconta la paura di diventare madre senza la propria madre accanto. In questa scena, Helen confessa a Julia un senso di inadeguatezza profondo, mescolando ironia, vergogna e panico.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 1:13:58-1:15:58
Durata: 2 minuti
Contesto di "Goodbye June"
Il film si apre in una mattina d’inverno. Una coppia di anziani si prepara per andare a dormire. L’uomo si allontana un attimo, mentre la donna crolla improvvisamente sul pavimento della cucina. Il bollitore continua a fischiare, unico suono in una casa ormai sospesa. Il figlio, svegliato dal rumore, accorre e capisce subito che qualcosa non va. La donna viene portata d’urgenza in ospedale. Parallelamente, il racconto introduce gli altri membri della famiglia, ognuno immerso nella propria quotidianità: Jules, madre di tre figli, impegnata a gestire la routine tra scuola, spettacoli natalizi e un figlio più piccolo con un ritardo cognitivo; Molly, ossessivamente attenta all’alimentazione biologica del figlio Tibalt; e Connor, il figlio maschio, che cerca di tenere insieme i pezzi di una famiglia già fragile. Un’altra sorella, Helen, è inizialmente irraggiungibile, impegnata in pratiche olistiche lontane dal contesto familiare.
Quando la notizia arriva, capiamo subito che non è la prima volta: June combatte contro il cancro da tre anni. Le reazioni dei figli non sono di panico, ma di stanchezza emotiva. In sala d’attesa emergono vecchie tensioni, soprattutto tra le sorelle, che si salutano con la distanza di due estranee. L’aria è tesa, carica di non detti. La diagnosi è definitiva: June si è ripresa dall’episodio acuto, ma il tumore è ormai fuori controllo. Non esistono più cure efficaci. Le restano poche settimane di vita, che trascorrerà in ospedale. Molly esplode in un attacco nervoso contro un medico per un gesto insignificante, segno di un dolore che non trova sfogo. Rimasti soli, i figli iniziano a rinfacciarsi colpe e assenze, rivelando ferite familiari mai rimarginate.
Quando finalmente si riuniscono attorno al letto di June, la donna è vigile, lucida a tratti, e sorprendentemente ironica. Racconta la sensazione di mancanza d’aria provata quella mattina e propone, con una leggerezza spiazzante, di “fare l’oca” per Natale. Nessuno ha il coraggio di dirle la verità sulla diagnosi. Entrano in scena le cure palliative e due giovani inservienti, Julia e Patrick, che rivelano come June avesse già pianificato tutto con loro. Molly però tenta di controllare ogni decisione, convinta di sapere cosa sia giusto per la madre. Il conflitto tra le figlie diventa sempre più evidente, soprattutto con Jules, accusata persino di indossare l’anello della madre, affidatole proprio da June.
Helen arriva infine, incinta. La sua gravidanza apre un nuovo livello emotivo: la consapevolezza che il figlio nascerà senza nonna. In un momento di fragilità, Helen confessa di essersi separata dal compagno e di aver concepito il bambino tramite una procedura legale con un donatore, scelta che la fa sentire giudicata e inadeguata. Intanto Connor, sopraffatto dall’ansia, si rifugia nella chiesa dell’ospedale, dove incontra Angeli Ikande, l’infermiere che segue June. Angeli racconta di aver perso sua madre da bambino e di aver dedicato la vita a dare dignità alle persone nel momento della morte. Il suo sguardo esterno diventa una guida silenziosa per la famiglia.
La situazione domestica precipita quando la casa dei genitori viene allagata a causa di una distrazione del padre, Bernard, sempre più disorientato e incline a bere. Anche lui sta vivendo il lutto prima della perdita, senza sapere come gestirlo. Nei giorni successivi, tra visite, piccoli regali e tentativi maldestri di normalità, June affronta il dolore fisico con lucidità. In uno dei momenti più delicati, chiede a Jules di dirle la verità: morirà? Jules non mente. June si commuove, poi chiede semplicemente di stare insieme. Le chiede anche se la odierà dopo la sua morte. È una domanda che pesa più di qualunque diagnosi.

Io so che è da egoisti, ma i tuoi figli e di Molly hanno avuto un papà. E non so, ho sempre pensato che semmai avessi avuto un figlio avrebbe avuto la nonna migliore del mondo. E che mia madre mi avrebbe dato una mano a crescerlo. Ecco, che avrebbe conosciuto la mia nuova famiglia! Oddio… Oddio… sono una povera zitella primipara attempata che mette dei cristalli dentro al reggiseno, e non so perché ci ho messo tanto a fare un figlio. Ero sempre occupata a fare altre cose, e adesso ho una paura tremenda Junes, perché so che sarò una pessima mamma.
“Io so che è da egoisti, ma i tuoi figli e di Molly hanno avuto un papà.”: attacco in punta di piedi, come se chiedesse permesso di provare invidia; “io so” è un’auto-condanna preventiva; pausa breve dopo “egoisti”; sguardo basso, poi rapido su Julia per verificare se la sta giudicando.
“E non so, ho sempre pensato che semmai avessi avuto un figlio avrebbe avuto la nonna migliore del mondo.”: tono più morbido, quasi sognante; “non so” è esitazione reale; su “ho sempre pensato” rallenta (è un desiderio di lunga data); “nonna migliore del mondo” va detto con tenerezza immediata, voce che si incrina appena.
“E che mia madre mi avrebbe dato una mano a crescerlo.”: qui entra la necessità concreta; niente poesia, più pratico; piccola pausa dopo “mia madre”; lo sguardo si sposta via, perché la frase fa troppo male se detta guardando Julia.
“Ecco, che avrebbe conosciuto la mia nuova famiglia!”: scatto improvviso di energia, come se volesse convincersi; “Ecco” è un tentativo di mettere ordine; la chiusa va quasi troppo veloce, come una fantasia che rischia di sparire.
“Oddio… Oddio…”: crollo; ripetizione non teatrale, ma fisiologica; qui serve silenzio tra le due parole; respiri corti, occhi lucidi; mani che cercano un appiglio (vestiti, braccia, pancia), senza gesti grandi.
“sono una povera zitella primipara attempata che mette dei cristalli dentro al reggiseno,”: autoironia che è autolesionismo; dillo in una raffica per non sentire il peso di ogni etichetta; “cristalli” non va fatto “buffo”: è la prova della sua fragilità, il modo in cui si è tenuta insieme; mezzo sorriso che dura un istante e poi muore.
“e non so perché ci ho messo tanto a fare un figlio.”: abbassa volume e ritmo; qui scompare la battuta e resta la vergogna; “non so” è sincero, quasi infantile; su “tanto” lascia un micro-vuoto, come se vedesse gli anni passare.
“Ero sempre occupata a fare altre cose,”: tono giustificativo, ma debole; sguardo laterale, come se cercasse una scusa credibile e sapesse che non regge; pausa dopo la virgola perché quella frase è un’ammissione di priorità sbagliate.
“e adesso ho una paura tremenda Junes,”: qui entra il panico vero; “adesso” è l’aggancio al presente; il nome (“Junes”) va detto come una supplica, anche se sta parlando a Julia: è un lapsus emotivo, la madre entra nella bocca prima della sorella; voce spezzata, respiro alto.
“perché so che sarò una pessima mamma.”: chiusura brutalmente sincera; non piangerla “bene”: dilla come un pensiero che la terrorizza da giorni; “so” è assoluto, irragionevole, tipico dell’ansia; lascia un silenzio lungo dopo, perché questa è la frase che Julia deve raccogliere, non correggere subito.
Il monologo di Helen è uno dei più disarmanti del film perché mette in scena una paura che raramente viene detta ad alta voce: arrivare tardi alla propria vita. Helen non sta parlando solo della perdita imminente della madre, ma del crollo di un’intera proiezione futura che aveva costruito silenziosamente per anni. A differenza delle altre sorelle, il suo dolore non è legato a ciò che è stato, ma a ciò che non sarà più possibile.
Il discorso si apre con una premessa colpevole: “so che è da egoisti”. Helen sente il bisogno di giustificarsi ancora prima di esprimere il proprio desiderio, perché sa che il suo dolore non è “prioritario” rispetto a quello delle altre. I figli di Julia e Molly hanno avuto un padre, una struttura, una continuità. Lei no. Questa constatazione non è invidia aggressiva, ma un confronto silenzioso che la schiaccia. Helen non chiede di essere messa al centro, chiede solo il diritto di essere triste.
Il cuore del monologo sta nell’idea della madre come figura di sostegno futuro. Helen non parla di una nonna ideale in senso astratto, ma di una madre concreta che l’avrebbe aiutata a diventare madre a sua volta. È un desiderio semplice, quasi domestico, e proprio per questo devastante: crescere un figlio non da sola, poter sbagliare con qualcuno accanto. Quando questa possibilità viene meno, Helen perde non solo la madre, ma anche una versione di sé che non potrà mai esistere.
Il momento in cui il monologo deraglia emotivamente (“Oddio… Oddio…”) segna il passaggio dalla lucidità al panico. Helen smette di argomentare e comincia a smascherarsi. L’autoironia sui cristalli nel reggiseno non è una battuta, è un atto di auto-svalutazione. Sta dicendo a Julia: guarda quanto sono ridicola, guarda quanto non sono pronta. È il modo che ha trovato per anticipare il giudizio altrui e punirsi prima che lo facciano gli altri.
Quando si chiede perché abbia aspettato così tanto a fare un figlio, Helen non cerca una risposta razionale. È una domanda che contiene rimpianto, senso di colpa e una vaga consapevolezza di aver sempre rimandato la propria vita per qualcosa di indefinito. “Ero sempre occupata a fare altre cose” è una frase vuota apposta: quelle “altre cose” non hanno più importanza adesso. Ciò che resta è il presente, e il presente fa paura.
La chiusura del monologo è la più nuda: Helen ha paura di essere una pessima madre. Non parla di difficoltà pratiche o economiche, ma di inadeguatezza emotiva. È una paura irrazionale, totale, tipica di chi sta per entrare in un ruolo enorme senza la rete di sicurezza che aveva immaginato. Chiamare la madre (“Junes”) mentre parla con la sorella è un lapsus profondamente umano: nel momento di massimo smarrimento, Helen cerca ancora chi dovrebbe guidarla.

June osserva la tabella degli orari di visita ideata da Molly e capisce che le figlie non stanno mai insieme. Con l’aiuto di Angeli, orchestra un ultimo tentativo di riconciliazione. Riunisce Molly e Jules e affida loro un compito: scrivere una lettera per il nipotino che deve nascere. In realtà, la lettera parla di loro, del loro legame spezzato. Le due sorelle, costrette a condividere lo spazio, finalmente si aprono, ammettendo rancori e fragilità. È una riconciliazione imperfetta, ma reale. Anche Connor affronta il padre, accusandolo di non essere presente e di rifugiarsi nell’alcol. Bernard reagisce fuggendo in un pub, dove però sorprende tutti salendo su un piccolo palco e dedicando una canzone a June e ai suoi figli. È il suo modo goffo, ma sincero, di dire “io ci sono”.
Con le forze ormai al limite, June viene sorpresa dal marito con un Natale anticipato. In una sala dell’ospedale, la famiglia ricrea la notte della nascita di Gesù. È un gesto ingenuo, forse ridicolo, ma profondamente umano. Bernard mantiene la promessa: le canta una canzone mentre June, esausta, si spegne circondata dall’amore dei suoi cari. Il film si chiude un anno dopo. È di nuovo Natale. La famiglia è riunita. June non c’è più, ma qualcosa è cambiato. I rapporti, seppur segnati, sono più veri. Il suo ultimo miracolo non è stato guarire, ma lasciare dietro di sé una famiglia finalmente capace di stare insieme.
June diventa consapevolmente il perno emotivo che costringe i figli a guardarsi, a parlarsi, a smettere di fuggire. La sua eredità non è morale né materiale, ma relazionale: insegna che l’amore non è ordine, controllo o perfezione, ma presenza.
Il salto temporale finale conferma questa idea. La famiglia sopravvive alla perdita non perché sia guarita, ma perché ha imparato a condividere il dolore. June “torna come neve a Natale”, come aveva detto: non come fantasma, ma come memoria che unisce.
Regia: Kate Winslet
Sceneggiatura: Joe Anders
Cast: Kate Winslet: Julia Helen Mirren: June Timothy Spall: Bernard "Bernie" Andrea Riseborough: Molly Johnny Flynn: Connor Toni Collette: Helen
Dove vederlo: Netflix

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