Monologo di Lolo in The Rip – Soldi sporchi: cosa faresti con questi soldi?

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~ LA REDAZIONE DI RC

Monologo di Lolo sui soldi in "The rip"

Il monologo di Lolo in The Rip – Soldi sporchi è uno dei momenti più sottili e pericolosi del film, perché mette in scena la tentazione senza mai trasformarla in confessione. Davanti a oltre 20 milioni di dollari, Lolo non sogna ricchezza: sogna una vita più semplice. È un monologo che vive di lucidità, non di rabbia, e che chiede all’attore un lavoro profondo sul pensiero in atto, sull’equilibrio tra ironia, stanchezza e desiderio. 

  • Scheda del monologo

  • Contesto del film

  • Testo del monologo (estratto+note)

  • Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa

  • Finale del film (con spoiler)

  • Credits e dove trovarlo

Scheda del monologo

Serie: The rip (2026)
Personaggio: Lolo
Attrice: Catalina Sandino Moreno

Durata: 42:53-46:20

Minutaggio: 2 minuti 20 secondi

Difficoltà 6/10 Gestione della tentazione, quilibrio tra ironia e disperazione
Emozioni chiave Frustrazione cronica, sfinimento morale, tentazione lucida, auto-svalutazione
Contesto ideale per un’attricenell’interpretarlo Provini per ruoli realistici / crime / polizieschi. Scene dove serve dimostrare verità quotidiana, non teatralità

Dove vederlo: Netflix

Trama "The rip"

Due uomini parlano in un ufficio. Uno dei due ha parlato con i federali per un evento che ancora non ci viene spiegato fino in fondo: sappiamo solo che c’è un alibi da proteggere, qualcosa che potrebbe incastrare qualcuno. È un’apertura che prepara lo spettatore a un film di “incastri”: parole dette a metà, verità spostate di centimetri, e un senso costante di minaccia.

Il film taglia subito su un’altra linea narrativa: Jackie Velez, poliziotta, guida in auto mentre è al telefono con una ragazza terrorizzata, che si fida solo di lei e teme per la sua vita. Velez raggiunge un parcheggio, chiude la chiamata e, appena scende, viene aggredita da due uomini mascherati: colpi sparati da dietro le auto, un agguato netto. Jackie, ferita, riesce comunque a completare un gesto preciso: manda/compone un messaggio e soprattutto lancia il telefono in acqua, come se stesse proteggendo un’informazione vitale prima di morire. Quando viene finita, sul suo volto passa una stanchezza che somiglia a sollievo: come se avesse “chiuso” la cosa più importante prima di essere cancellata.

Torniamo al TNT (Team Tattico Narcotici). Dane (tenente) e Thom (Maggiore) ragionano sugli effetti della morte di Jackie: il TNT è sotto pressione, si parla già di smantellare la divisione, e fuori dall’edificio due investigatori federali interrogano i detective. Il sospetto è quello classico da reparto “sporco”: il TNT sequestra droga, narcotici e soldi… e qualcuno pensa che una parte finisca nelle tasche sbagliate. Il tempismo è indecente: un’agente è morta e, invece di cacciare il killer, i federali sembrano più interessati a distruggere il reparto.

Tra gli interrogati c’è Byrne, detective del TNT, che reagisce malissimo alle provocazioni del federale Del. Del sa una cosa personale e la usa come leva: Byrne aveva una relazione con Jackie Velez. La provocazione diventa rissa, i colleghi li separano e la rivelazione aggiunge benzina al caos: Byrne e Del sono fratelli. Uno è TNT, l’altro è federale. Famiglia contro famiglia, divisa dallo stesso caso. Dane e Byrne si confrontano in bagno: non vogliono solo salvare il reparto, vogliono capire chi ha ucciso Jackie. Ma sembra che nessuno stia facendo davvero quell’indagine. Dane è stanco, quasi disilluso: parla come uno che sente di aver perso il senso del mestiere. Il collega lo riporta a terra citando proprio Jackie: “Viviamo per vivere un’altra alba.” È una frase che nel film torna come un mantra: resistere oggi per arrivare a domani.

Nel frattempo, in squadra, la paranoia cresce. Byrne dice che i federali sono a caccia di “depositi” di soldi. E qui scatta la scintilla: Dane legge un messaggio, in ufficio. Una soffiata anonima su un deposito a Hialeah. Sul telefono compare per un istante anche l’immagine di un bambino (suo figlio): un dettaglio intimo che racconta quanto il caso lo stia consumando. Arriva anche un furgone blindato DEA: si discute del caso, qualcuno rimpiange la vecchia unità VCAT (Squadra di Cattura Criminali Violenti), perché con loro “il caso sarebbe già chiuso”. Dane però decide: è finito il turno, non hanno straordinari, ma la squadra si muove lo stesso. Parte il TNT: Baptiste, Ro, Byrne e altri.

Raggiungono il deposito con il cane da fiuto Wilbur, che reagisce come se ci fosse odore di soldi ovunque. Ad aprire è Desiree Lopez Molina, nervosa, contraria all’ingresso. La casa è un disastro, una discarica… ma Wilbur abbaia verso l’alto. Dane e Byrne trovano una scala per la soffitta: e lì c’è la prima anomalia grossa. La soffitta è immacolata, pulita in modo quasi innaturale rispetto al resto. Un cavo scoperto porta a un scomparto segreto. Buttano giù il muro e compare l’assurdo: bidoni pieni di contanti. Tanti. Troppi. In un bidone, solo nel primo conteggio, ci sono 1,4 milioni. E non è uno solo. Dane capisce subito il rischio: ordina che scendano tutti, resta solo con Byrne e sequestra i telefoni della squadra. Quando spunta una cifra così, dice, “anche il team più pulito può fare cazzate”. La soffiata parlava di 300 mila, ma qui siamo su decine di milioni. Se sbagliano una virgola, gli Affari Interni li distruggono e il TNT muore.

Desiree intanto lancia una frase inquietante: “Prendete quello che volete e andate via, o finirà male per tutti.” È una minaccia velata, o un avvertimento reale. Prima che possano scavare, Ro avvisa: sta arrivando un’auto della polizia.

L’arrivo è sinistro. Due agenti che non ispirano fiducia, vogliono chiamare il comandante (anche se il TNT è “sopra” per grado). Byrne riconosce uno di loro: era nella VCAT. I due agenti si allontanano spegnendo i fari. Dane interpreta il gesto come presagio: qualcuno potrebbe venire a colpirli. Ordina a tutti di indossare i giubbotti.

Le informazioni si incastrano male. Ro manda un messaggio in codice a un altro poliziotto: forse qualcuno del TNT è corrotto, perché non vogliono coinvolgere un superiore. Desiree racconta che persone sconosciute vengono lì a nascondere soldi: lei non sa chi siano, sa solo che le hanno detto che se fosse arrivata la polizia loro avrebbero “spostato risorse”, ma per “loro” non sarebbe abbastanza.

Spunta un dettaglio che complica tutto: Desiree risulta informatrice (ha denunciato un ex violento). Dane e Byrne ipotizzano che sia lei ad aver contattato Dane: in Florida un informatore può prendere una percentuale, e con una somma simile ti sistemi per sempre. Ma la casa viene “tagliata” da un’altra presenza: una chiamata al fisso. Una voce del cartello avvisa Byrne: hanno 30 minuti per andarsene e dovevano trovare solo 150 mila. Nessuno morirebbe per 150k. Poi riattacca.

Byrne si gela: perché Dane parlava di 300k e il cartello di 150k? Dane non chiarisce e non vuole mostrare la soffiata. Byrne sospetta: Dane potrebbe essere dentro. Si allontana furioso, deciso a chiamare lui il maggiore. Rimasto solo, Dane osserva la soffiata: sembra legata a Jackie, o a qualcuno che ruota intorno alla sua morte. Ma perché non dirlo a Byrne?

In garage, le poliziotte contano i soldi e fantasticano: basterebbe una frazione per cambiare vita. Byrne chiama un contatto DEA: lì emerge un’idea ancora più tossica. Dane ha un passato pesante (matrimonio finito, figlio morto di cancro). Tutti sapevano della relazione Byrne–Jackie. Jackie potrebbe essere stata l’informatrice segreta. Desiree origlia e crede di aver sentito Dane accordarsi con le due poliziotte per rubare il denaro. Ro osserva strani segnali: luci che si accendono in codice, fino a una luce in fondo alla via che lampeggia in Morse “S-B-I-R-R-I”. Ro va a controllare e poi corre da Dane. In quel momento Desiree gli dice che Dane ha appena chiamato il maggiore e gli ha detto che la somma è… 150k. Desiree, di nascosto, dice a Ro che Dane vuole rubare i soldi. Ro avvisa Dane della casa sospetta e Dane si muove. In garage arriva un’altra chiamata: “Moriranno tutti in 10 minuti se non ve ne andate.”

Qui la paranoia diventa guerra aperta: Dane provoca Ro, come se sapesse che qualcuno ha fatto una soffiata anonima. Ro rientra, Dane va da Byrne. Ro manda un messaggio: “rubano i soldi”. Byrne intanto perlustra l’appartamento “sospetto” e riceve dal contatto DEA una conferma devastante: non c’è stata nessuna soffiata ufficiale. Deve guardarsi le spalle. E subito dopo, nel buio, si ritrova una pistola alla nuca. Non sa ancora chi è.

Scoppia l’attacco: colpi, caos, tre persone che fuggono. Tutti pensano sia il cartello… ma un uomo messicano (del cartello) arriva sostenendo il contrario e li mette in contatto con il capo: loro non vogliono poliziotti morti, non sono stati loro ad attaccare e non sono coinvolti nell’omicidio di Jackie. Se non è il cartello, allora chi? I soldi sono del cartello, che è disposto a rinunciare a quella somma, perché se muoiono altri poliziotti, loro saranno finiti.

La squadra esplode: Byrne accusa Dane, Dane accusa Byrne. Se non è stato il cartello, allora la morte di Jackie e la soffiata sono interne. Si picchiano, faticano a separarli. Byrne esce per respirare. Ro scopre di non avere più il telefono usa e getta e, nel panico, appicca un incendio in una stanza. Byrne chiama l’amico DEA per farlo arrivare. Dane decide di evacuare: lasciano l’appartamento in fiamme con le due poliziotte e partono sul blindato DEA col denaro.

Monologo di Lolo: testo+note

Credi che il cartello mi farebbe un prestito, Numa? Per coprirmi le spese? Guadagno 80 mila all’anno, tolte le tasse. Per averli, mi becco… pallottole, sputi, pugni, calci, insulti e mi fanno sentire un pezzo di merda perché sono una cazzo di barriera tra il caos e la società civilizzata. Che faresti, con questi, Numa? (Mostra una piccola mazzetta di banconote da ampio taglio) Solo questi. Questa mazzetta qui… mi renderebbe la vita molto più semplice. 

“Credi che il Cartello mi farebbe un prestito, Numa?”: attacco ironico ma non comico; come se stesse testando il terreno e la reazione di Numa; sguardo laterale (non frontale) mentre continua a contare; micro-sorriso che muore subito.

“Per coprirmi le spese?”: aggiungi una seconda lama alla battuta; pausa brevissima dopo “spese” come a dire “capisci l’assurdo?”; spalle appena alzate, gesto minimo che non chiede davvero risposta.

“Guadagno 80 mila all’anno, tolte le tasse.”: qui si passa dal sarcasmo al dato nudo; tono più basso e piatto, quasi amministrativo; sulle cifre non essere teatrale: è un conto che ha fatto mille volte; sguardo che torna sulle banconote, come se i soldi “rispondessero” meglio di Numa.

“Per averli, mi becco…”: sospensione netta; non correre; la frase è una porta che si apre sul trauma quotidiano; inspira appena prima di “mi becco”, come se il corpo ricordasse.

“pallottole, sputi, pugni, calci, insulti”: elenco a mitraglia, ma con variazione interna: non tutte uguali. “pallottole” più pesante; “sputi” più umiliante (un mezzo sorriso amaro); “pugni/calci” più fisico; “insulti” più stanco che arrabbiato. Piccole pause irregolari, come flash.

“e mi fanno sentire un pezzo di merda”: abbassa il volume, non alzarlo; è una confessione che scappa, non una dichiarazione eroica; sguardo che finalmente va su Numa ma senza sfida: cerca comprensione, non approvazione.

“perché sono una cazzo di barriera tra il caos e la società civilizzata.”: qui entra l’idea identitaria; “cazzo di” come valvola di sfogo, poi subito controllo; su “barriera” fai un piccolo stop, come se quel ruolo pesasse sulle spalle; “società civilizzata” con una punta di sarcasmo: Lolo non è sicura che la società meriti davvero quella barriera.

“Che faresti, con questi, Numa?”: domanda vera, non retorica; lascia un silenzio prima di “Numa”, per far sentire che la sta chiamando dentro; lo sguardo non accusa: invita. La tentazione qui è condivisa, non privata.

“(Mostra una piccola mazzetta di banconote da ampio taglio)”: gesto lento e preciso, niente sventolii; come se fosse una prova in tribunale; la mazzetta non è “trofeo”, è chiave; falla vedere a Numa e poi tienila un secondo sospesa, per far pesare la possibilità.

“Solo questi.”: colpo secco; frase corta = taglio; non sorridere; qui Lolo sta negoziando con se stessa; micro-pausa dopo, per far entrare l’idea “basterebbe poco”.

“Questa mazzetta qui…”: rallenta; sguardo fisso sul denaro, come ipnotizzata; “qui” sottolinea la concretezza (non è teoria); lascia la sospensione dopo i puntini come un vuoto morale: il pubblico deve sentire il bivio.

“mi renderebbe la vita molto più semplice.”: non caricarla di colpa, caricala di sollievo; la parola importante è “semplice”, non “vita”: è il desiderio di respirare;

chiudi con voce quasi calma, perché è questo che spaventa—quanto suona ragionevole. Dopo la frase, silenzio: non tornare subito a contare, lascia che Numa (e lo spettatore) restino dentro quella tentazione.

Analisi del monologo di Numa sui soldi

Il monologo di Lolo funziona perché non nasce come una confessione né come una rivendicazione, ma come un ragionamento che prende forma mentre viene pronunciato. Lolo non entra in scena con una tesi: la costruisce davanti a Numa, contando i soldi, lasciando che la vista concreta delle banconote apra una possibilità che fino a un attimo prima era rimasta astratta. Questo rende il monologo estremamente pericoloso e potente dal punto di vista attoriale: non è un’esplosione emotiva, è una tentazione lucida.

L’attacco, apparentemente ironico (“Credi che il Cartello mi farebbe un prestito?”), non serve a far ridere. Serve a rompere la gravità della situazione quanto basta per poterla guardare in faccia. Lolo usa l’ironia come cuscinetto, come fanno le persone intelligenti quando stanno per dire qualcosa che le spaventa. Subito dopo, però, l’ironia viene svuotata: “Per coprirmi le spese?” non è più una battuta, è una constatazione amara. Sta parlando di sopravvivenza, non di arricchimento.

Quando cita lo stipendio (“Guadagno 80 mila all’anno, tolte le casse”), il monologo cambia registro: diventa contabile, concreto, quasi burocratico. È un passaggio fondamentale, perché Lolo non sta dicendo “sono povera”, sta dicendo “il mio lavoro non è proporzionato al prezzo che pago”. Da qui in avanti il monologo non riguarda più il denaro in sé, ma la sproporzione tra ciò che viene dato e ciò che viene chiesto.

L’elenco delle violenze subite (“pallottole, sputi, pugni, calci, insulti”) non va mai interpretato come sfogo. È un inventario. Lolo non sta cercando empatia, sta mettendo sul tavolo i fatti, come se stesse giustificando un’equazione: questo è il costo umano del mio lavoro. Il punto più delicato arriva subito dopo, quando dice che tutto questo la fa sentire “un pezzo di merda”. Qui l’emozione non deve esplodere: è una frase detta con stanchezza, non con rabbia. È il momento in cui il monologo smette di essere sociale e diventa identitario.

La frase sulla “barriera tra il caos e la società civilizzata” è centrale perché racchiude il conflitto morale del personaggio. Lolo riconosce il valore del suo ruolo, ma allo stesso tempo ne sente l’ipocrisia. Non è sicura che quella società sia davvero “civilizzata” al punto da meritare il sacrificio continuo che le viene richiesto. Questo dubbio non va sottolineato con enfasi: deve restare sospeso, irrisolto.

La domanda rivolta a Numa (“Che faresti, con questi?”) non è retorica. Lolo non sta cercando una risposta giusta, sta cercando un alleato emotivo. È il momento in cui il pensiero diventa condiviso, e quindi più pericoloso. Mostrare la mazzetta di banconote non è un gesto di ostentazione: è una prova fisica, quasi un oggetto di scena che pesa più per ciò che rappresenta che per il suo valore economico.

La chiusura del monologo è la parte più sottile: “Solo questi. Questa mazzetta qui… mi renderebbe la vita molto più semplice.” Qui Lolo non parla di lusso, potere o fuga. Parla di semplicità. Ed è proprio questo che rende la frase devastante. Non sta giustificando un crimine, sta razionalizzando una scorciatoia. L’interpretazione deve puntare sul sollievo immaginato, non sulla colpa. Il silenzio finale è fondamentale: è lo spazio in cui lo spettatore, come Numa, si rende conto che quella tentazione è terribilmente comprensibile.

Finale film "The Rip"

In viaggio, Dane continua a provocare Ro: “Sei un infame?”. Ro nega. Poi rivela un dato che sembra chiudere la storia: il maggiore sa della cifra? Dane dice di sì… ma subito emerge il trucco: dice che al maggiore Dane ha detto 150k. Ed ecco la svolta: è tutto un piano di Dane. Ha fatto in modo che Desiree sentisse conversazioni “fittizie” (sia col maggiore sia con le poliziotte) per costruire una rete di sospetti e capire chi fosse la talpa. E non è finita: Dane aveva detto cifre diverse a persone diverse (a Byrne 300, a Lolo50, ecc.). Così, se una cifra “esce” o torna indietro tramite qualcuno, possono risalire all’infame. A questo punto Byrne sembra improvvisamente allineato a Dane. E Ro, che sostiene di non avere telefoni addosso, viene smentito da un gesto brutale: Byrne ha il suo telefono, gliel’ha sottratto mentre si divincolavano prima. Ro è la talpa, perché Ro aveva saputo da Dale che la cifra era 150 k. E l’aveva riferita alle voci misteriose.

Il film riavvolge su ciò che non avevamo visto: quando Byrne aveva la pistola puntata alla nuca non era un nemico esterno. Era Dane. E Dane gli raccontava la verità: la soffiata anonima era stata di Jackie. Jackie stava costruendo una trappola per smascherare una rete di rapine interne. Il nascondiglio di contanti era l’esca perfetta per far venire a galla chi avrebbe tradito. Ora manca solo un tassello: per chi lavora Ro? La risposta è più vicina di quanto credano: Matthy, l’uomo della DEA. È lui che li sta “scortando” per mezza città con 20 milioni sul blindato. Dane ricostruisce: Ro e Matthy hanno ucciso Jackie, e Matthy ha dato il colpo decisivo.

La prova arriva in modo chirurgico: Dane dà a Ro un’ultima possibilità. Ro al telefono dice solo: “richiama”. Il telefono che squilla è quello di Matthy. Matthy spara a Ro all’orecchio, come per “zittirlo” e impedirgli di parlare. Il blindato si ferma. Byrne uccide uno degli autisti, ma Matthy li tiene sotto tiro. È guerra aperta, senza più maschere. E qui il film svela l’ultima carta tenuta in tasca: Byrne aveva già mandato un messaggio a suo fratello federale. Non nel caos, non dopo… prima. Flashback: Byrne era in giardino e, dopo aver detto a Matthy dei 20 milioni, scrive al fratello. Ora i federali hanno circondato il convoglio. Matthy prova a vendere una storia per salvarsi… ma dimentica che è in vivavoce e Dane sente tutto.

Nel caos, Ro si rialza e spara a Matthy. Scende e fugge a piedi con un borsone. Matthy invece prende il blindato e tenta la fuga col portellone semiaperto. Parte un doppio inseguimento: Byrne in auto dietro Matthy; Dane a piedi dietro Ro. Dane raggiunge Ro in una palude e lo mette KO dopo una colluttazione. Matthy viene speronato, finisce giù da un cavalcavia col blindato capovolto. Prova l’ultima manipolazione: convincere Byrne a entrare nella banda. Poi tenta di sparare e Byrne lo uccide. I federali recuperano tutto: i soldi “ufficiali” e anche quelli che le due poliziotte portano via nei bidoni, con Desiree su un’auto scassata. Il conteggio torna al millimetro: è la prova che il TNT ha fatto pulizia vera. Desiree riceve una parte del denaro: ha perso casa, è stata usata come pedina, ma ha cercato di fare la cosa giusta senza capire il livello del gioco.

Il senso emotivo del finale, però, sta altrove: nei tatuaggi di Dane. Non sono frasi edgy da poliziotto duro. “Siamo noi quelli buoni?” è la domanda del figlio prima di morire; “Lo siamo e lo saremo sempre” è la risposta del padre. Quindi il film non sta dicendo “i buoni vincono”: sta dicendo che essere buoni è una scelta ripetuta, soprattutto quando hai la mano sopra i milioni e nessuno ti guarda.

L’ultima scena in spiaggia ribalta tutto in una chiave quasi spirituale, ma senza magie: Dane e Byrne, sfiniti, vedono una bambina che esulta per l’alba. La madre la chiama: “Jackie!” È un’eco, un segno, una ferita che rimane aperta ma anche una specie di benedizione. Come se Jackie fosse ancora lì, non per vendicarsi, ma per ricordare loro il punto: “Viviamo per vivere un’altra alba.” Non è poesia. È un patto tra chi resta: sopravvivere oggi, pulire lo sporco, e arrivare a domani senza diventare ciò che combatti.

Credits e dove vederlo

Regista: Joe Carnahan

Sceneggiatura: Joe Carnahan, Michael McGrale

Produttore: Ben Affleck, Dani Bernfeld, Luciana Damon, Matt Damon, Michael McGrale, Sasha Veneziano, Gage Hanlon

Cast: Matt Damon(Ten. Dane Dumars); Ben Affleck (Serg. J.D. Byrne); Steven Yeun (Det. Mike Ro); Teyana Taylor (Det. Numa Baptiste); Catalina Sandino Moreno (Det. Lolo Salazar); Sasha Calle (Desiree "Desi" Lopez Molina)

Dove vederlo: Netflix

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