Monologo di Margareth (Emily Blunt) da Disclosure Day: quello che sento io

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Articolo a cura di...

~ LA REDAZIONE DI RC

Monologo di Margareth (Emily Blunt) da "Disclosure Day": quello che sento

Questo monologo di Margareth in Disclosure Day è interessante perché ti costringe a tenere insieme flusso di coscienza, percezione extrasensoriale e verità emotiva senza diventare “strani” in modo finto. Se stai cercando un monologo femminile per provino che mostri ascolto, immaginazione, vulnerabilità e rapidità di pensiero, questo pezzo fa per te. La trappola, però, è chiara: basta un passo falso e diventa subito confusione recitata.

Scheda tecnica

  • Film/Serie: Disclosure Day

  • Personaggio: Margareth

  • Attore/Attrice: Emily Blunt

  • Minutaggio: 1:10:00-1:11:30

  • Durata monologo: 1 minuto 30 secondi

  • Difficoltà: 9/10 — pensiero spezzato, cambi rapidi, precisione emotiva continua

  • Emozioni chiave: smarrimento, meraviglia, ansia, urgenza, intimità

  • Adatto per: provini drama, thriller psicologico, sci-fi realistico, ruoli sensibili e complessi

  • Dove vederlo: Al cinema!

Contesto essenziale

Margareth è in auto con Daniel e sta cercando di spiegargli cosa le sta accadendo da quando qualcosa in lei si è risvegliato. Non ha ancora un linguaggio stabile per dirlo, quindi il suo discorso non è ordinato: pensa, sente, corregge, percepisce Daniel mentre parla e si interrompe perché le informazioni le arrivano addosso in tempo reale. Questo è il punto cruciale del monologo Margareth Disclosure Day: non è un racconto lineare, è una mente che prova a stare dietro a ciò che sente. Emily Blunt, idealmente, regge il pezzo proprio così: non come una donna “misteriosa”, ma come una persona lucidissima dentro un’esperienza che la supera.

Testo del monologo

Si, insomma, è piacevole è piacevole, cioè ma… ma lo sai lo sai, insomma. Hai guidato come un pazzo in questi ultimi giorni lo sai. E’ che so delle cose, è qualcosa che mi è successo un paio di giorni fa e ora io so delle cose. Cose che non voglio sapere, le cose che voglio sapere non le so per niente così mi ci sto un po' abituando sai sì, cioè… oh wow, sei stato in prigione. Capito che dico è assurdo, è assurdo. Io guardo una persona ed è come se scivolassi dentro di lei. 

Pausa veloce: il monologo continua subito dopo.

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È come se per qualche secondo io fossi lei, vedo le cose che ha vissuto… è come se tutto succedesse anche a me. Cioè, tipo… ecco, ecco ora la tua spalla ti sta uccidendo sì. E tu vuoi urlare: “Tieni gli occhi sulla strada!” Lo so che non smetti di pensare a Jane e Jane dovrebbe tornare a Saint Clair, hai ragione. Ma poi ieri in macchina con Jackson ho avuto un flash di te, senza vederti. E’ stato così forte, sono scivolata in te senza bisogno di guardarti, era la prima volta che mi succedeva una follia simile.

Note di recitazione riga per riga

“Si, insomma, è piacevole è piacevole, cioè ma… ma lo sai lo sai, insomma.”: Attacca senza impostazione troppo pulita. Qui il pensiero corre più veloce della sintassi. Tieni il ritmo sincopato, con piccole false partenze. Lo sguardo va avanti e torna su Daniel, come se stessi cercando un punto fermo e non lo trovassi. Attenzione a non trasformare l’inizio in balbettio costruito.

“Hai guidato come un pazzo in questi ultimi giorni lo sai.”: Qui entra una confidenza concreta. Fai scendere il tono per un attimo, quasi più quotidiano. Un mezzo sorriso nervoso può funzionare, ma deve durare pochissimo. Serve a far capire che Margareth sta tentando di restare normale.

“E’ che so delle cose, è qualcosa che mi è successo un paio di giorni fa e ora io so delle cose.”: Ripeti “so delle cose” in modo diverso le due volte. La prima più difensiva, la seconda più spaventata. Piccola mano che si chiude o cerca appoggio sul sedile: il corpo ha bisogno di ancorarsi. Non fare “mistero”; fai disorientamento.

“Cose che non voglio sapere, le cose che voglio sapere non le so per niente…”: Questo passaggio va fatto con frustrazione crescente. Rallenta leggermente su “non voglio sapere” e accelera su “le cose che voglio sapere non le so per niente”. Qui il cervello di Margareth è già in affanno. La fronte si tende appena, come se il fastidio fosse mentale prima ancora che emotivo.

“…così mi ci sto un po' abituando sai sì, cioè…”: Questa è una zona di transizione. Non chiuderla in un’intenzione netta. Falla come chi prova a minimizzare e subito fallisce. Lo sguardo può uscire dal finestrino un istante. Serve aria, ma non arriva.

“oh wow, sei stato in prigione.”: Qui c’è il primo vero scivolamento dentro Daniel. Fermati un mezzo secondo prima di “oh wow”. La frase non va detta come battuta brillante, ma come pensiero che ti sorprende mentre accade. Gli occhi cambiano fuoco: per un attimo non stai più guardando lui, stai vedendo qualcosa.

“Capito che dico è assurdo, è assurdo.”: Questa battuta non va gridata. Va usata per rientrare in te stessa. Ripeti “è assurdo” con due qualità diverse: la prima quasi rivolta a lui, la seconda più a te stessa. Piccolo respiro corto tra una e l’altra.

“Io guardo una persona ed è come se scivolassi dentro di lei.”: Questa è la frase-chiave del pezzo. Dilla più semplice di quanto pensi. Se la carichi troppo, la rovini. Il punto è la precisione dell’immagine, non l’effetto soprannaturale. Tieni le spalle leggermente chiuse, come se quella capacità fosse anche un’invasione.

“È come se per qualche secondo io fossi lei, vedo le cose che ha vissuto…”: Su “io fossi lei” lascia una pausa minima prima di continuare. Qui c’è la vertigine identitaria. Lo sguardo si abbassa un istante, poi torna su Daniel. Non spiegare troppo “vedo le cose”: il trauma è proprio che per lei non è una metafora.

“…è come se tutto succedesse anche a me.”: Abbassa il volume. Questa è la frase più dolorosa, perché spiega il costo del dono. Non è curiosità, è contagio emotivo. Una lieve rigidità nel collo o nelle spalle aiuta a far sentire che il corpo sta assorbendo troppo.

“Cioè, tipo… ecco, ecco ora la tua spalla ti sta uccidendo sì.”: Qui serve prontezza. Il dolore di Daniel ti arriva addosso mentre parli. Fai un micro-spostamento fisico, quasi come se quella fitta l’avessi sentita tu. Su “sì” non chiudere la frase con sicurezza arrogante: è più un riconoscimento immediato che una dimostrazione.

“E tu vuoi urlare: ‘Tieni gli occhi sulla strada!’”: Qui cambia energia. C’è qualcosa di quasi ironico, ma teso. Immagina davvero il suo impulso interno. Puoi imitare appena la sua intenzione senza fare caricatura. Occhi rapidi verso la strada, poi di nuovo su di lui.

“Lo so che non smetti di pensare a Jane…”: Qui entra l’intimità. Scendi di tono, allarga appena il respiro. Non è più solo fenomeno, è empatia. Questa frase deve far capire che Margareth non sta “leggendo la mente” come un trucco: sta entrando in una zona privata.

“…e Jane dovrebbe tornare a Saint Clair, hai ragione.”: Su “hai ragione” non dare consolazione piena. Meglio un consenso morbido, quasi cauteloso. Margareth sente il pensiero, non sta risolvendo il problema. La testa può inclinarsi appena, gesto minimo di riconoscimento.

“Ma poi ieri in macchina con Jackson ho avuto un flash di te, senza vederti.”: Questa frase va detta più compatta, come se finalmente riuscissi a costruire un esempio chiaro. Tono più concreto. Segna bene “senza vederti”: è il dettaglio che alza davvero il livello della paura.

“E’ stato così forte, sono scivolata in te senza bisogno di guardarti…”: Qui torna la vertigine, ma più consapevole. Rallenta su “così forte” e su “senza bisogno di guardarti”. Lo sguardo per un attimo si perde, poi si rimette a fuoco. È il ricordo di un’esperienza che ancora la destabilizza.

“…era la prima volta che mi succedeva una follia simile.”: Chiudi senza teatralizzare “follia”. L’errore più comune è farne una battuta “pazza”. Invece è una constatazione quasi stanca, detta da una donna che cerca parole normali per un’esperienza impossibile. La voce può abbassarsi appena sull’ultima parola.

Perché questo monologo funziona

Questo monologo è interessante perché costringe l’attrice a trasformare il caos in precisione. Io credo che il cuore di questa scena sia uno solo: Margareth non sta facendo un discorso brillante, sta cercando disperatamente di tradurre un’esperienza interiore che non ha ancora imparato a dominare. E proprio per questo il pezzo funziona ai provini. Ti chiede presenza, ascolto, ritmo spezzato, ma anche assoluta credibilità.

Il punto chiave è che il testo non va “ripulito” troppo. Se lo rendi lineare, perdi il personaggio. Ma attenzione a non cadere nella trappola opposta: il flusso di coscienza non è confusione casuale. Ogni deviazione nasce da uno stimolo reale, da una percezione che entra, da un pensiero che scarta. Devi sapere sempre perché interrompi una frase e perché passi alla successiva.

Per quali provini è adatto

Funziona per:

  • provini per ruoli femminili complessi e percettivi

  • casting drama o thriller con forte sottotesto interiore

  • self tape in cui vuoi mostrare ascolto e pensiero vivo

  • ruoli sci-fi realistici, non action puri

Evitalo se:

  • ti chiedono un pezzo classico o molto frontale

  • tendi a perdere chiarezza nei testi spezzati

  • cerchi un monologo più assertivo e meno vulnerabile

Si abbina bene con: un secondo monologo più fermo e diretto, magari da dramma familiare, per mostrare contrasto tra fragilità e controllo.

Se lavori su questo pezzo, concentrati su una cosa: non cercare di sembrare misteriosa. Cerca di essere precisa mentre il terreno ti si muove sotto i piedi.

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