Monologo di Meret in Unfamiliar a Nina

Scopri i Corsi Ufficiali Online di Recitazione Cinematografica: I NOSTRI CORSI

Vuoi realizzare uno Showreel Professionale o un Book, scopri i nostri: SERVIZI

Articolo a cura di...

~ LA REDAZIONE DI RC

Analisi del monologo di Meret in "Unfamiliar Episodio 4"

Il monologo di Meret in Unfamiliar è uno dei momenti più rivelatori della serie, perché spiega il passato senza mai giustificare il presente. Attraverso il ricordo del fratello morto e di una verità negata dagli adulti, la scena mette a nudo l’origine della sua incapacità di dire la verità a Nina. Non è un monologo emotivo nel senso classico, ma una confessione trattenuta, costruita su silenzi, colpa e lucidità. Capirlo significa capire l’intera serie.

  • Scheda del monologo

  • Contesto del film

  • Testo del monologo (estratto+note)

  • Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa

  • Finale del film (con spoiler)

  • Credits e dove trovarlo

Scheda del monologo

Film: Unfamiliar episodio 4
Personaggio: Meret
Attrice: Susanne Wolff

Minutaggio: 4:34-6:49

Durata: 2 minuti 10 secondi

Difficoltà 8/10 Confessione senza catarsi, Doppio livello emotivo, Controllo estremo

Emozioni chiave Colpa, vergogna, tenerezza trattenuta, auto-disprezzo

Contesto ideale per un’attrice personaggi genitoriali complessi, confessione / colpa / trasmissione del trauma, confessione che non cambia le cose

Dove vederlo: Netflix

Contesto di "Unfamiliar episodio 4"

Simon e Meret sono a casa, stremati. Per la prima volta pronunciano la verità senza filtri: Nina non è loro figlia, è una bambina sottratta alla madre da sedici anni. Un rapimento, mascherato da scelta necessaria. Simon vorrebbe fermarsi, sparire, accettare di essere arrivato al limite. Meret lo attacca frontalmente: per lei il problema non è l’età, è la debolezza. Ma il confronto viene interrotto dal ritorno di Katya, terrorizzata. Meret esce con un coltello nascosto, pronta a difendersi, ma dietro Katya entra in casa Nina. Katya la osserva con attenzione, come se cercasse qualcosa di familiare, e ha un lampo: riconosce sua figlia. Simon accoglie Nina furioso, e la ragazza gli rinfaccia l’aneurisma nascosto, vedendolo come la causa di tutte le bugie. Simon la manda a letto e torna da Katya, che è sull’orlo di una crisi violenta dopo aver capito la verità. La sedano. Simon la porta alla safe house.

Meret va a parlare con Nina. La ragazza collega tutti i comportamenti strani dei genitori alla malattia del padre. Meret le racconta allora un episodio della sua adolescenza: il fratello morto annegato quando lei aveva quindici anni, probabilmente suicida. Un trauma mai elaborato. Poi le dice che la cosa che ama di più di Nina è la sua intolleranza alle bugie. Una frase che pesa come un’accusa, perché Meret stessa sta continuando a mentirle.

Il racconto si sposta diciassette anni prima, in Marocco. Meret è in missione per il BND e ha una relazione con Auken. Deve infiltrarsi nella proprietà di uno sceicco. Scatta l’allarme, lei fugge tra le guardie, finché il capo della sicurezza la raggiunge su un terrazzo: è Auken. I due si riconoscono. Il passato sentimentale prende forma. Nel presente, Meret si sveglia e decide di andare da Auken per cercare informazioni. Simon le chiede perché proprio lui, ma Meret non risponde. Il silenzio è già una risposta. Nel flashback, Simon chiede a Gregor dove sia Meret. Gregor minimizza: resterà due settimane in Marocco. Poi affonda il coltello: Meret è un’agente straordinaria, e la sua unica debolezza è Simon. Una frase che risuona ancora oggi.

Fuori dall’ufficio di Auken, Meret lo incontra. Tra loro c’è confidenza, complicità, una tensione mai risolta. Prima di andarsene, Meret gli lascia l’indirizzo dell’hotel Belvedere. Intanto Ben, Julika e Alice tornano sulla scena del crimine della sera precedente, senza trovare prove. Gregor, intanto, si risveglia in un luogo desolato, una distesa vuota, e inizia a strisciare con la gamba ferita, verso il nulla. Nel locale di Simon, lui rimprovera Yul per non averlo avvisato del ritorno di Nina, poi si riavvicina alla figlia, che lo abbraccia. Subito dopo arriva un’allerta: Katya sta distruggendo le telecamere della safe house. Simon la raggiunge entrando da un accesso secondario. Ne nasce una colluttazione, ma Katya colpisce più per dolore che per rabbia. Simon non reagisce con violenza, continua solo a dirle che gli dispiace. Katya crolla in lacrime. All’hotel Belvedere, Meret e Auken si incontrano e si baciano con passione. Il racconto torna al terrazzo di diciassette anni prima: Auken uccide l’uomo che era con lui e fugge con Meret in moto. Il loro legame nasce nel sangue.

Nel presente, Simon e Katya parlano di Nina e delle conseguenze del veleno: la ragazza ha sofferto di insufficienza renale cronica. Katya è irremovibile: vuole sua figlia indietro. Proprio allora arriva una chiamata da Gregor al numero di Meret. È allo stremo, ma viene individuato grazie a un bambino con un drone che invia la posizione.

Un altro flashback chiude il cerchio emotivo: Meret e Auken si salutano. Lui scopre che lei lavora per il BND. Meret ammette di amarlo e gli dice il suo vero nome. È l’ultimo momento di sincerità tra loro. Nel presente, Meret e Auken hanno appena fatto l’amore. Auken le rivela la minaccia di Koleev contro i suoi tre figli. Intanto il BND intercetta la chiamata di Gregor e si dirige sul posto.

Gregor viene trovato da Simon e Katya. Simon prova a salvarlo, ma è troppo tardi. Gregor muore chiedendo scusa a Katya per non aver fatto abbastanza. Lei gli dice, prima che muoia, che sua figlia è viva. Poco dopo, Simon e Katya vengono inseguiti dal BND, ma riescono a seminarli.

Testo del monologo + note

Avevo un fratello. Era più grande di sette anni. Per lui ero sempre una bambina. Ma… a me piaceva. E quando avevo quindici anni è annegato, nel lago. Due o tre anni prima che lui morisse io sono entrato in cucina di notte. Lui era seduto lì al buio, che piangeva. E io sono rimasta lì a guardarlo. E all’improvviso mi ha detto: ”Ho paura, ed è la vita a farmi così paura”. Ho trovato io la sua lettera d’addio e l’ho fatta vedere ai miei. Ma loro hanno detto che era stato solo un incidente. Anche se tutti sapevamo, continuavano a dire che era stato un’incidente. La parte di te che più amo, è questa tua totale intolleranza nei confronti delle bugie. Non ho idea da chi tu l’abbia presa, ma sicuramente non da me. A volte penso di essere fatta soltanto di bugie. 

“Avevo un fratello.”: attacco secco, senza preparazione; tono basso e semplice, come se nominare bastasse; micro-pausa dopo “fratello” per far arrivare il peso.

“Era più grande di sette anni.”: dato concreto, quasi burocratico; evita nostalgia; accenna un mezzo sorriso spento, come a dire “era ovvio che mi sovrastasse”.

“Per lui ero sempre una bambina.”: dolcezza trattenuta; sguardo che va verso Nina solo alla fine della frase; pausa breve dopo “bambina” come se quel ruolo fosse ancora addosso.

“Ma… a me piaceva.”: pausa sul “ma” (è una resa, non una correzione); voce più morbida; un filo di vergogna felice, subito ricacciata dentro.

“E quando avevo quindici anni è annegato, nel lago.”: cambio temperatura immediato; rallenta leggermente su “annegato”; lo sguardo si abbassa, non per pianto ma per precisione; pausa dopo “lago” lunga, scomoda.

“Due o tre anni prima che lui morisse io sono entrato in cucina di notte.”: ritmo narrativo, quasi cronaca; su “di notte” abbassa ancora la voce, come se stesse confessando un ricordo rubato.

“Lui era seduto lì al buio, che piangeva.”: immagini pulite; non caricare l’emozione, lascia che la scena la faccia da sola; micro-pausa dopo “buio”; sguardo fisso, come se lo rivedesse.

“E io sono rimasta lì a guardarlo.”: qui c’è la colpa; immobilità del corpo; non cercare giustificazioni; pausa dopo “guardarlo” come una frase che non si perdona.

“E all’improvviso mi ha detto: ‘Ho paura, ed è la vita a farmi così paura’.”: introduzione quasi neutra, ma con un respiro più grande prima di proseguire;
‘Ho paura”: ripetizione interna (la paura del fratello entra in Meret); tono riportato, non imitato; “ed è la vita a farmi così paura’”: rallenta e lascia spazio alle parole; sguardo non su Nina, ma perso; piccola pausa dopo la citazione, come se quella frase fosse rimasta sospesa per anni.

“Ho trovato io la sua lettera d’addio e l’ho fatta vedere ai miei.” Ho trovato io la sua lettera d’addio”: sottolinea “io” senza enfatizzarlo troppo; è responsabilità, non orgoglio;“e l’ho fatta vedere ai miei”: gesto minimo con la mano, come consegnare qualcosa; chiudi la frase con un filo di fiato, quasi stanco.

“Ma loro hanno detto che era stato solo un incidente.” Ma loro hanno detto”: pausa sul “ma” (inizia la dinamica della bugia); sguardo che si indurisce, ma non diventa aggressivo; “che era stato solo un incidente”: ironia inesistente, solo freddezza; accentare “solo” come se fosse la parola più violenta.

“Anche se tutti sapevamo, continuavano a dire che era stato un’incidente.” Anche se tutti sapevamo”: qui la voce si fa più bassa, più intima; micro-pausa dopo “sapevamo” come un patto sporco; “continuavano a dire”: stanchezza adulta, ripetizione tossica;“che era stato un’incidente”: non correggere l’articolo, non “aggiustare” il testo: lascia che suoni come una formula ripetuta mille volte; pausa finale più lunga, perché qui nasce il tema della serie.

“La parte di te che più amo, è questa tua totale intolleranza nei confronti delle bugie.” La parte di te che più amo”: per la prima volta torna su Nina con lo sguardo; tono quasi affettuoso, ma trattenuto; pausa dopo “amo” come se non fosse abituata a dirlo; “è questa tua totale intolleranza”: sottolinea “totale” con un sorriso piccolo e triste; “nei confronti delle bugie”: qui la voce si stringe, perché la parola “bugie” la ferisce fisicamente; lascia un silenzio breve dopo.

“Non ho idea da chi tu l’abbia presa, ma sicuramente non da me.” Non ho idea da chi tu l’abbia presa”: mezzo tentativo di leggerezza, subito fallito; sguardo che scappa;“ma sicuramente non da me”: autocondanna detta piano, senza teatralità; respiro breve prima di “me”; micro-pausa dopo, come se si fosse appena tradita.

“A volte penso di essere fatta soltanto di bugie.” A volte penso”: attacco fragile, più personale di tutto il monologo; non guardare Nina, perché qui Meret parla a se stessa; “di essere fatta soltanto di bugie”: chiusura a lama: niente pianto, niente enfasi; pronuncia “soltanto” come sentenza; lascia vibrare il silenzio finale, immobile, come se non ci fosse più nulla da aggiungere.

Analisi del monologo di Meret in "Unfamiliar"

Il monologo di Meret nel quarto episodio di Unfamiliar funziona come una confessione che non cerca assoluzione. Non è costruito per spiegare, ma per far intuire un meccanismo interiore che si è formato molto prima degli eventi della serie. Parlare del fratello significa, per Meret, parlare del momento in cui ha imparato che la verità può essere negata senza conseguenze apparenti, e che le bugie, se condivise dagli adulti, diventano una versione accettabile della realtà.

Il racconto parte in modo neutro, quasi anagrafico: “Avevo un fratello”, “era più grande di sette anni”. Meret non cerca subito empatia, non carica emotivamente le frasi. Questo distacco iniziale è fondamentale: segnala che ciò che sta per dire non è un ricordo nostalgico, ma un fatto strutturante della sua identità. Quando ammette che le “piaceva”, introduce una prima frattura: non c’è scandalo, ma c’è un’intimità trattenuta, qualcosa che non è mai stato elaborato fino in fondo e che resta sospeso.

La morte del fratello arriva secca, senza preparazione emotiva. Non è il centro del monologo, è una conseguenza. Il vero nucleo è la scena notturna in cucina: Meret che osserva il fratello piangere, senza intervenire. Qui il monologo rivela la sua colpa primaria, che non è aver taciuto dopo, ma aver assistito senza agire. La frase sulla paura della vita non viene enfatizzata perché non è un momento melodrammatico: è una verità detta una volta sola, e mai più ripresa da nessuno.

Il passaggio decisivo è la lettera d’addio. Meret fa tutto ciò che, razionalmente, dovrebbe essere fatto: la trova, la mostra ai genitori. Ma la risposta degli adulti è la rimozione. Non è stato un suicidio, è stato un incidente. La ripetizione ossessiva di questa versione, “anche se tutti sapevamo”, costruisce il cuore tematico del monologo: la bugia condivisa come strumento di sopravvivenza. Meret non impara che mentire è giusto, impara che mentire è possibile, se serve a continuare.

Quando si rivolge a Nina, il monologo cambia destinatario ma non funzione. Lodare la sua intolleranza verso le bugie è, allo stesso tempo, un atto d’amore e una condanna. Meret riconosce in Nina ciò che lei non è mai riuscita a essere: qualcuno che non accetta la versione comoda. Ma subito dopo si autoesclude da questa qualità, dichiarandosi “fatta soltanto di bugie”. Non è una frase di autocommiserazione, è una diagnosi lucida. Meret non si sta scusando: sta spiegando, forse per la prima volta, perché ha fatto quello che ha fatto.

Finale "Unfamiliar Episodio 4"

All’hotel, Auken finge di farsi la doccia. In realtà prepara una pistola con silenziatore e la punta contro Meret. Dal telefono, Meret sente Simon: il BND sta andando al ristorante. Auken chiama Koleev e lo informa che ha Meret. Temendo per Nina, Meret lo attacca.

Nel frattempo Simon torna a casa, porta via Nina e Yul mentre Julika e Alice sono in cucina. Riesce a metterli in salvo. Julika vede da lontano Koleev parlare con Alice, ma un’auto porta via l’uomo prima che possa capire. Alice dice di non aver capito nulla, parlavano russo. Julika è frustrata: era vicinissima alla verità. Poi riceve la notizia della morte di Gregor. Abbraccia Alice, che la bacia. Subito dopo, Julika riceve un messaggio: c’è una talpa nel BND.

Simon, Katya, Nina e Yul arrivano alla safe house. Meret non c’è. È svenuta all’hotel Belvedere. Koleev sta arrivando da lei.

Fine episodio.

Il cuore dell’episodio è una domanda morale esplicita: “Che cosa abbiamo fatto?”. Non “cosa è successo”, ma cosa hanno scelto di fare. Il quarto episodio non cerca giustificazioni: mostra come ogni tentativo di protezione abbia generato altra violenza. Simon appare sempre più schiacciato dal senso di colpa, mentre Meret si rifugia nell’azione e nel passato, fino a riaprire una relazione che complica tutto.

Il ritorno di Auken non è solo narrativo, ma tematico: rappresenta la parte di Meret che non ha mai smesso di essere un’agente prima che una madre. La morte di Gregor chiude simbolicamente l’epoca delle coperture e delle mezze verità. Il messaggio sulla talpa e l’inquadratura finale su Meret in pericolo segnano il passaggio definitivo: da qui in avanti, la storia non parlerà più di segreti da nascondere, ma di conti da pagare.

Credits e dove vederlo

Regia: Paul Coates

Sceneggiatura: Alexander Seibt, Kim Zimmermann

Cast: Andreas Pietschmann (Jonas Auken); Laurence Rupp (Ben); Susanne Wolff (Meret)
Dove vederlo: Netflix

Entra nella nostra Community Famiglia!

Recitazione Cinematografica: Scrivi la Tua Storia, Vivi il Tuo Sogno

Scopri 'Recitazione Cinematografica', il tuo rifugio nel mondo del cinema. Una Community gratuita su WhatsApp di Attori e Maestranze del mondo cinematografico. Un blog di Recitazione Cinematografica, dove attori emergenti e affermati si incontrano, si ispirano e crescono insieme.

Monologhi Cinematografici, Dialoghi, Classifiche, Interviste ad Attori, Registi e Professionisti del mondo del Cinema. I Diari Emotivi degli Attori. I Vostri Self Tape.