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~ LA REDAZIONE DI RC
Monologo di Mon Mothma in Andor è uno dei discorsi politici più potenti dell’universo Star Wars. In poche pagine di testo, la serie trasforma un’aula istituzionale nel luogo esatto in cui la verità smette di essere negoziabile. Questo monologo non è uno sfogo né un appello emotivo: è una dichiarazione di responsabilità, pronunciata sapendo che avrà conseguenze irreversibili.
Scheda del monologo
Contesto del film
Testo del monologo (estratto+note)
Analisi: temi, sottotesto e funzione narrativa
Finale del film (con spoiler)
Credits e dove trovarlo
Minutaggio: 39:00-43:00
Durata: 4 minuti
Contesto di "Andor"
Cassian non parte come “eroe”: parte come uomo in fuga. Va su Morlana One cercando la sorella perduta (il tassello emotivo che lo rende vulnerabile), ma l’episodio si chiude subito su un fatto irreversibile: Cassian uccide due addetti alla sicurezza della corporazione Pre-Mor. Non è un duello “epico”: è sporco, accidentale, umano. E da qui la storia cambia forma. Tornato su Ferrix, Cassian prova a coprire le tracce con l’aiuto della comunità che lo ha cresciuto: Maarva (madre adottiva), B2EMO, Brasso, Bix. Ferrix è fondamentale perché la serie la filma come un organismo: rumori di ferraglia, turni, rituali, gente che si conosce. È il contrario di Coruscant: qui la politica è vita quotidiana. Parallelamente nasce l’altro asse della stagione: Syril Karn, impiegato zelante della corporazione, decide di non “archiviare” il caso. La sua ostinazione è la prima dimostrazione di come l’Impero (o ciò che gli ruota attorno) si alimenti anche di piccole ambizioni personali. E qui entra Luthen Rael: dovrebbe essere solo “il cliente” per un oggetto rubato (l’unità Starpath), ma in realtà sta selezionando persone, annusando potenziale. A intermittenza la stagione torna su Kenari: Cassian bambino (“Kassa”), la tribù, la nave precipitata, l’incidente che spacca l’innocenza. Questi flashback non sono solo backstory: sono la chiave del tema principale. Cassian non è uno che “sceglie una causa” perché ha letto un manifesto. Cassian è uno che perde qualcosa (sorella, casa, infanzia, futuro) e da quella perdita impara a diffidare del potere.
Quando Maarva lo porta via da Kenari, la serie ti fa capire che l’identità di Cassian nasce da un paradosso: viene salvato, ma anche strappato. Luthen porta Cassian su Aldhani per una rapina enorme: rubare gli stipendi imperiali sfruttando un evento naturale (“l’Occhio”). Qui Andor mette in campo la sua struttura più tipica: non un episodio “heist”, ma un arco in cui la tensione cresce con dettagli pratici, addestramento, diffidenze, e con un personaggio chiave: Nemik, il giovane idealista che scrive un testo politico destinato a contaminare il futuro. La rapina riesce, ma non “vince” nessuno. È qui che la serie ti dice, senza prediche: la ribellione non ti rende puro. Ti rende responsabile. Entra in scena con più forza Dedra Meero (ISB), una figura inquietante proprio perché competente: collega eventi piccoli, segue tracce, costruisce un quadro. È uno dei punti forti della stagione: la ribellione non è contro “stormtrooper anonimi”, ma contro professionisti del dominio.
L’arresto “casuale” su Niamos è un colpo di genio narrativo: Cassian non viene preso perché è Cassian, viene preso perché il sistema deve fare numeri. A Narkina 5 la serie cambia registro: diventa distopia industriale.Kino Loy è la tragedia dentro la tragedia: leader funzionale del reparto, poi corpo che si risveglia quando capisce la verità (“non liberano nessuno”). L’evasione non è eroica: è logistica, è elettricità, è coordinamento, è “one way out”. E il finale di Kino (che non può nuotare) è uno dei momenti più duri: la libertà non è uguale per tutti.
L’ultimo arco è Ferrix che esplode. Maarva muore, Dedra prepara una trappola, Luthen è lì per uccidere Cassian se necessario, Syril torna in orbita… e poi accade la cosa più importante della stagione: una comunità si alza. Il discorso registrato di Maarva diventa benzina: la folla smette di abbassare la testa, scoppia la rivolta, Cassian salva Bix e, soprattutto, sceglie. Non scappa più “da solo”: decide di unirsi a Luthen.

Illustri senatori, amici, colleghi, alleati, avversari. Sono qui dinanzi a voi, questa mattina, con un peso nel cuore. Ho trascorso la mia vita in quest’aula. Arrivai qui da bambina. Ora, guardandomi intorno, mi rendo conto di non aver quasi alcun ricordo precedente al mio arrivo, e pochissimi legami affettivi ai quali tengo veramente. Nel corso di tutti questi anni, credo di aver seguito i miei elettori con onore e di aver rispettato il nostro codice di condotta. Quest’aula è un calderone di opinioni, e certamente la nostra pazienza è stata messa a dura prova mentre perseguiamo i nostri ideali. Per quanto possiamo essere in disaccordo, spero che quelli di voi che mi conosco attesteranno la mia credibilità, nei giorni a venire. Sono qui, questa mattina, per portarvi un messaggio assai difficile. Ci troviamo di fronte a una crisi. La distanza tra ciò che si dice e quello che sappiamo essere vero, si è tramutata in un abisso. Di tutte le cose a rischio, la perdita di una realtà oggettiva, forse è quella realmente pericolosa. La morte della verità è la vittoria definitiva del male. Quando la verità ci abbandona, quando la facciamo scivolare via, quando ci viene strappata dalle nostre mani, diventiamo vulnerabili all’appetito di qualunque mostro gridi più forte. La tutela della verità, da parte di quest’aula, è definitivamente venuta meno nella piazza di Ghorman. Quello che è avvenuto ieri, ciò che abbiamo visto ieri su Ghorman è stato un immotivato genocidio. Si, un genocidio. E quest’aula sta rigettando una verità mostruosa. E chi è il mostro che sta urlando più forte? Il mostro che abbiamo contribuito a creare. Il mostro che verrà a prendere tutti noi tra non molto, è l’imperatore Palpatine!
“Illustri senatori, amici, colleghi, alleati, avversari.””: attacco ampio e istituzionale; scansione in elenco come se “contasse la stanza”; micro-pausa dopo “senatori” e dopo “colleghi”; sguardo che spazia (non fissa un nemico), tono cerimoniale ma già teso sotto.
“Sono qui dinanzi a voi, questa mattina, con un peso nel cuore.”: abbassa di mezzo grado l’energia; respiro più profondo prima di “peso”; non melodramma: è una confessione controllata; sguardo fermo, mento stabile.
“Ho trascorso la mia vita in quest’aula.”: frase-ancora; ritmo lento, pieno; piccola pausa dopo “vita”; lascia intendere: “ho credito qui”.
“Arrivai qui da bambina.”: accenno di vulnerabilità senza cedere; sguardo che si sposta un attimo come a rivedere il ricordo; voce appena più morbida.
“Ora, guardandomi intorno, mi rendo conto di non aver quasi alcun ricordo precedente al mio arrivo, e pochissimi legami affettivi ai quali tengo veramente.”: fai davvero un “guardarsi intorno” (piccolo, reale); costruisci il periodo come un inventario doloroso; micro-pausa su “quasi”; su “pochissimi legami affettivi” abbassa il volume e stringi il tempo, come se facesse male ammetterlo; non cercare pietà, stai dichiarando un costo.
“Nel corso di tutti questi anni, credo di aver seguito i miei elettori con onore e di aver rispettato il nostro codice di condotta.”: recupero di dignità; tono da “verbale”, pulito; “credo” non è insicurezza: è prudenza politica; pausa dopo “onore” per farlo pesare; su “codice di condotta” sguardo verso l’alto, come a chiamare in causa l’istituzione stessa.
“Quest’aula è un calderone di opinioni, e certamente la nostra pazienza è stata messa a dura prova mentre perseguiamo i nostri ideali.””: leggero distacco ironico-amaro, ma trattenuto; ritmo più scorrevole; su “dura prova” fai una micro-sospensione, come se stessi misurando quanta ipocrisia c’è lì dentro; “ideali” va detto senza sarcasmo: è l’ultimo appiglio.
“Per quanto possiamo essere in disaccordo, spero che quelli di voi che mi conosco attesteranno la mia credibilità, nei giorni a venire.”: qui stai chiedendo un “credito morale” prima della bomba; sguardo non accusatorio, quasi una stretta di mano a distanza; pausa netta dopo “credibilità”; “nei giorni a venire” abbassalo e rallenta: suona come presagio.
“Sono qui, questa mattina, per portarvi un messaggio assai difficile.”: ripeti “questa mattina” come martello (non è routine); respira prima di “messaggio”; “assai difficile” va detto con sobrietà, senza caricarlo: la difficoltà è reale, non teatrale.
“Ci troviamo di fronte a una crisi.”: frase breve, tagliente; pausa prima e dopo; sguardo in camera mentale: scegli un punto preciso della sala e inchiodalo, come se stessi dicendo “adesso basta”.
“La distanza tra ciò che si dice e quello che sappiamo essere vero, si è tramutata in un abisso.”: aumenta la precisione, come un’accusa logica; separa “si dice” e “sappiamo” con una micro-pausa; su “abisso” lascia un vuoto dopo, un silenzio che fa paura.
“Di tutte le cose a rischio, la perdita di una realtà oggettiva, forse è quella realmente pericolosa.””: tono da docente/senatrice: lucidità chirurgica; “forse” è strategico (ti protegge e ti rende credibile); sottolinea “realtà oggettiva” con articolazione pulita, senza fretta, come se stessi fissando un concetto in una parete.
“La morte della verità è la vittoria definitiva del male.”: qui entra la sentenza morale; rallenta e scurisci la voce; non urlare “male”: pronuncialo come una parola che non vorresti dover usare; pausa lunga dopo.
“Quando la verità ci abbandona, quando la facciamo scivolare via, quando ci viene strappata dalle nostre mani, diventiamo vulnerabili all’appetito di qualunque mostro gridi più forte.”: triplice anafora = ritmo da martello; ad ogni “quando” fai una micro-pausa e cambia leggermente l’intonazione (abbandona → scivola → strappata) come tre gradini che scendono; su “dalle nostre mani” guarda le tue mani o stringile appena (gesto minimo); “mostro gridi più forte” va detto con disgusto controllato, non con rabbia esplosa.
“La tutela della verità, da parte di quest’aula, è definitivamente venuta meno nella piazza di Ghorman.”: adesso la colpa è “nostra”; appoggia “quest’aula” come un dito puntato senza puntare; pausa prima di “definitivamente”; “piazza di Ghorman” deve suonare come un luogo sacro violato: rallenta, lascia un eco.
“Quello che è avvenuto ieri, ciò che abbiamo visto ieri su Ghorman è stato un immotivato genocidio.””: doppio “ieri” = urgenza, attualità; primo “ieri” più rapido, secondo più lento e pesante; “immotivato” non è un aggettivo: è un’accusa giuridica; su “genocidio” non salire di volume: scendi, rendilo definitivo.
“Si, un genocidio.”: colpo di martello; pausa prima del “sì” come se stessi decidendo di attraversare un confine; poi dillo secco, senza tremare; subito dopo lascia silenzio (l’aula deve “sentire” quella parola).
“E quest’aula sta rigettando un “E quest’aula sta rigettando…:”i il dito si avvicina, ma resta istituzionale; “rigettando” con disprezzo trattenuto; “verità mostruosa” come ossimoro: verità che fa orrore — fai sentire questa contraddizione.
“E chi è il mostro che sta urlando più forte?”: domanda retorica, non cercare risposta; alza appena il tono solo per aprire il varco; sguardo panoramico sulla sala, come a dire “lo sapete”.
“Il mostro che abbiamo contribuito a creare.”: qui arriva la lama: “abbiamo”; appoggialo con una pausa prima e una dopo; niente isteria, solo responsabilità; abbassa il mento di un millimetro: è confessione e accusa insieme.
“Il mostro che verrà a prendere tutti noi tra non molto, è l’imperatore Palpatine!”: costruisci il crescendo come una condanna inevitabile; “tutti noi” deve includerti davvero (non sei fuori dal pericolo); pausa lunga prima del nome; “l’imperatore Palpatine” va detto come un atto illegale ma necessario: non gridare per forza, fai tremare la stanza con la chiarezza; dopo il nome: silenzio totale, nessun “respiro di sollievo” — è guerra dichiarata.
Il monologo di Mon Mothma nell’episodio 9 della seconda stagione di Andor non è un’esplosione emotiva, ma una dichiarazione di responsabilità storica. La sua forza non sta nel volume, bensì nella precisione con cui ogni frase prepara la successiva, fino a rendere inevitabile la rottura finale. Mon non entra in aula per convincere: entra per mettere a verbale la verità, sapendo che questo atto la separerà definitivamente dal sistema che l’ha cresciuta. L’apertura è volutamente istituzionale. L’elenco “senatori, amici, colleghi, alleati, avversari” serve a mappare lo spazio e a includere tutti, senza creare un fronte immediato. È una scelta strategica: Mon non punta il dito, ma si posiziona al centro della stanza, reclamando un’autorità che non deriva dal potere, ma dalla permanenza. Quando afferma di aver passato la vita in quell’aula, e di essere arrivata “da bambina”, sta costruendo un credito morale: il suo corpo e la sua voce appartengono a quel luogo più di chiunque altro. È un’appartenenza che però ha un costo altissimo, perché coincide con la perdita di legami personali e di una vita “esterna” alla politica.
Questa prima parte è attraversata da un dolore composto, mai esibito. Mon non cerca empatia, ma legittimazione. Deve dimostrare di non essere una figura impulsiva o radicale, ma una testimone affidabile. Per questo insiste sul rispetto delle regole, del codice di condotta, sulla pazienza necessaria al confronto democratico. Sta dicendo: ho giocato secondo le vostre regole, fino in fondo. Ed è proprio questa affermazione a rendere devastante ciò che segue. Quando introduce la parola “crisi”, il monologo cambia asse. Non è più una memoria personale, ma una diagnosi collettiva. La distanza tra ciò che si dice e ciò che si sa viene definita un “abisso”: non un errore, non una deviazione, ma una frattura irreversibile. Qui l’interpretazione deve diventare più asciutta, quasi clinica. Mon non è arrabbiata: è lucida. E la lucidità, in questo contesto, è più pericolosa di qualsiasi invettiva.
Il cuore del discorso è la riflessione sulla morte della verità. Mon Mothma non parla solo di menzogna, ma di qualcosa di più profondo: la perdita di una realtà condivisa. Quando la verità viene abbandonata, scivolata via o strappata, la società diventa vulnerabile al potere di chi urla più forte. È una definizione estremamente moderna della tirannia, che non nasce solo dalla forza militare, ma dal caos informativo. In questa sezione l’attore deve evitare ogni retorica: il testo funziona solo se viene trattato come un pensiero che si forma mentre viene pronunciato, non come uno slogan. Il passaggio su Ghorman segna il punto di non ritorno. Mon attribuisce una responsabilità diretta all’aula: la tutela della verità è venuta meno. Non accusa “l’Impero” in astratto, ma chi siede davanti a lei. La parola “genocidio” arriva due volte, ed è fondamentale che non venga caricata emotivamente. Più è detta con calma, più diventa inaccettabile. La pausa dopo “sì, un genocidio” è uno spazio di vuoto che costringe chi ascolta a reagire interiormente.
La chiusa è una condanna morale e politica insieme. Il “mostro” non è esterno: è qualcosa che l’aula ha contribuito a creare. L’uso del “noi” è decisivo, perché Mon non si colloca fuori dal peccato. E quando finalmente pronuncia il nome di Imperatore Palpatine, non lo fa come gesto eroico, ma come atto necessario. Non c’è trionfo, non c’è liberazione: c’è la consapevolezza che, da questo momento, non si torna indietro.

La seconda stagione copre gli anni che portano direttamente a Rogue One, con salti temporali e blocchi narrativi: non è “più grande” solo per scala, ma perché ogni scelta ora ha un effetto geopolitico. All’inizio Cassian ruba un prototipo imperiale (il TIE Avenger) e finisce invischiato in una situazione caotica con un gruppo ribelle disorganizzato: è un modo per mostrare che “ribelli” non significa automaticamente “competenti”. La Ribellione, in questa fase, è un mosaico di cellule, ego, fame, improvvisazione. Nel frattempo, su Mina-Rau, Bix porta addosso le cicatrici della tortura: la serie non la usa come trauma decorativo, ma come realtà quotidiana (incubi, paura, fragilità). È una scelta coerente con Andor: la violenza non finisce “quando scappi”. Mon Mothma vive il lato più soffocante del potere: ricevimenti, sorrisi, matrimoni combinati, conti che non tornano. Il punto è che per finanziare la ribellione devi truccare il sistema senza farti vedere. E più Mon prova a restare “pulita”, più capisce che il sistema la obbliga a compromessi. Questo culmina nel suo arco più decisivo: quando arriverà il momento, Mon dovrà smettere di essere solo una senatrice che manovra nell’ombra e diventare un volto pubblico della rottura. Il cuore nero della stagione è Ghorman.
Lì entra l’idea più spaventosa: l’Impero non reagisce e basta, orchestra. Usa provocazioni, controlli, informazione manipolata, infiltrati. E soprattutto ha un interesse “materiale”: risorse minerarie fondamentali per i progetti imperiali, con Krennic in orbita come figura-ponte verso la logica della Morte Nera.
La tragedia di Ghorman è che la popolazione viene spinta verso una piazza, verso uno scontro inevitabile, finché la violenza esplode e si trasforma in massacro. Qui Andor parla della storia vera: i regimi spesso non “subiscono” rivolte… le producono per legittimare il pugno di ferro. In questo stesso arco, Syril è un personaggio chiave perché incarna l’adesione cieca che, davanti alla verità, può collassare. E Dedra non è “il male assoluto”: è la carriera che divora l’umano. Dopo Ghorman, Mon Mothma arriva al gesto irrevocabile: prendere la parola davanti al Senato e rompere la narrativa imperiale. Il discorso e la fuga segnano la sua trasformazione: da figura che finanzia e manovra a simbolo braccato. Cassian, ormai operativo, diventa l’uomo delle estrazioni impossibili: non più ladro utile, ma agente che sa muoversi nel buio. La parte finale della stagione fa convergere tutto: la rete clandestina rischia di essere smascherata, le spie saltano, l’Impero stringe il cerchio. E soprattutto emerge la rivelazione che porta dritto a Rogue One: un progetto di super-arma legato a risorse (Kyber, Jedha) e a nomi che il pubblico di Rogue One riconosce (come Galen Erso), con Krennic che torna a essere un ingranaggio centrale. Luthen, che in stagione 1 sembrava quasi invincibile nella sua doppia vita, qui paga il conto: la rivoluzione che ha alimentato pretende lo stesso sacrificio che lui ha sempre chiesto agli altri.
Ideatore: Tony Gilroy
Soggetto: George Lucas
Cast: Diego Luna (Cassian Andor); Stellan Skarsgård (Luthen Rael); Genevieve O'Reilly (Mon Mothma); Adria Arjona (Bix Caleen); Kyle Solle (Syril Karn)
Dove vederlo: Disney+

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